Del lutto

Dieci anni dopo. Uno come si suol dire, ci pensa un po' su, si ricorda, tentando una memoria non devastata e stravolta dagli anni seguenti.

C'é ovviamente, una folla di parole, visi, sensi e sentimenti. Da Alice, la radio, con gioia; a Francesco, colui che fu ucciso con dolore.

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Di fronte a quel funerale "cileno", in nome della ragion di stato, lo stato dell'unitá nazionale, le istituzioni della cittá portano colpa e responsabilitá gravissime, colpa e responsabilitá che finmo ad ora almeno, e son passati dieci anni, non hanno riconosciuto come tali.

Ma anche noi. Ho detto prima che accettammo. Qualcuno, a dire il vero, propose, prima del funerale, di non accettare, di incamminarsi con quella bara dentro e verso la cittá, di provare pacificamente ad attraversarla. Con le conseguenze che questo avrebbe forse comportato. Ma fu maggioritaria la proposta (ed anche io allora ero d'accordo) di subire questo confinamento, questa riduzione drastica di uno dei diritti piú vecchi del mondo, quello del lutto. Pochi metri intorno al cimitero, cogli elicotteri sulla testa e un senso di impotenza atroce: dovemmo tollerare l'intollerabile.

Nel nome della politica.

Oggi, invece, penso che avessero ragione quelli che volevano provarci; penso che esistono soglie al di sotto delle quali non bisogna scendere, che l'intollerabile non puó e non deve essere tollerato, che l'etica non puó essere scambiata e mercanteggiata per nessuna politica. Piú precisamente che, se pensiamo la parola "politica" come etica della convivenza, allora il rischio di quel funerale andava interamente e serenamente corso.

(BRUNO GIORGINI su At/Traverso del marzo 1987).

  



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