Prime conclusioni
Rileggendo quanto scritto fino a
questo punto, gli autori e i collaboratori di questo libro non
possono non avvertire la presenza di zone d'ombra, omissioni,
percorsi incompleti. I tempi dell'editoria sono spesso in contraddizione
con quelli della riflessione e dell'organicitá del discorso
e, d'altronde, l'obiettivo iniziale di questo lavoro era e rimane
vasto e ambizioso. Affondare l'indagine nei recenti e vicini venti
anni di storia significava necessariamente scegliere un punto
di vista molto soggettivo, una memoria di parte. Dentro questa
ottica ci siamo mossi, non per fare una puntigliosa ricostruzione
cronologica e di supposta "Obiettivitá" ma per
cercare soprattutto di fornire indicazioni di lettura molteplici
e contraddittorie, almeno quanto lo é stato il complesso
dei movimenti e dei comportamenti collettivi di questo periodo.
Consideriamo questo lavoro un tendenziale work in progress, da migliorare e approfondire nel corso di edizioni successive, soprattutto sulla base di sollecitazioni che ci giungeranno dai protagonisti, oltre che da un riesame critico dei materiali che abbiamo qui raccolti. Intanto, concludendo ora il libro, si possono indicare rapidamente alcuni dei vuoti che presenta, e spiegare perché il racconto documentario si ferma a pagina 336 sulla drammatica domanda: Avanti come? avanti dove?
Tra i percorsi incompleti o non approfonditi, ci limitiamo qui ad accennare a quelli che riguardano la ricchezza dei movimenti (problemi come il dibattito sui partiti storici o su altri aspetti istituzionali sono stati volutamente posti come "rumore di fondo", come controparte altra e nemica), il loro variegato apparato di bisogni e di cultura che hanno trasformato in profonditá tutta la societá italiana.
Indubbiamente tutto il libro é percorso da tensioni di carattere antistituzionale, e proprio per questo alcune dinamiche interne alle forme di lotta sono rappresentate in modo decisamente insufficiente. Le piú importanti fra queste dinamiche riguardano il campo delle scienze o della scienza tout-court. Qui non ci sono unicamente le innovazioni tecnologiche elaborate per controllare la conflittualitá operaia, c'é anche il mondo della medicina e della psichiatria, i problemi della salute del corpo e della mente. Gli anni Settanta sono stati una critica radicale e innovativa, senza ritorno, del medico come "tecnico del capitale", dello psichiatra come "tecnico del controllo". Giá in queste definizioni é contenuto il percorso critico che porterá alcuni "tecnici" delle istituzioni totali a mettere in discussione il proprio ruolo, seguendo un analogo percorso praticato dagli intellettuali dissidenti degli anni Sessanta.
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Al culmine dell'"autunno caldo" aveva preso forma la "strategia della tensione", che aveva costretto il movimento a darsi forme organizzative e di rappresentanza di vario tipo: da quelle neo-leniniste dei gruppi, alla conquista-uso-negazione dei consigli di fabbrica; dall'emergere delle formazioni armate clandestine, all'aggregarsi di componenti della societá civile intorno a progetti "referendari" (divorzio, aborto, ecc.) tesi a recuperare spazi di agibilitá democratica.
Nel 1977 tutte queste forme di rappresentanza entrano in crisi, sia per l'azione di ricomposizione che avviene nei poteri dello Stato, che per 1'emergere di una nuova composizione sociale, di nuovi soggetti produttivi che non si riconoscono piú nelle precedenti forme di autorganizzazione. É stato detto che il '77 é anche il culmine della "critica radicale della politica" Il momento storico in cui la soggettivitá della nuova composizione sociale frantuma definitivamente tutte le teorie e le pratiche relative alla "forma partito"; ma occorre anche riflettere sul fatto che la ricchezza e la complessitá espressa non ha trovato una forma politica che contenesse e organizzasse tutti i bisogni espressi.
Le intuizioni e le pratiche diffuse in quella breve stagione di rivolta hanno fatto riemergere in modo drammatico l'insoluta contraddizione tra composizione di classe e organizzazione che ha dominato tutta la vicenda degli anni Sessanta e Settanta. Si potrebbe dire che nel decennio precedente erano state "consumate" tutte le possibili ipotesi organizzative prodotte storicamente dall'area comunista e libertaria, rivelatesi tutte inadeguate alla complessitá dei soggetti e allo scontro con il nemico di classe. Se dopo l'"autunno caldo" la capacitá di risposta del movimento aveva avuto la possibilitá di sperimentare forme di organizzazione e pratiche di lotta "estranee" alla tradizione revisionista, individuando nel corpo centrale della classe operaia il suo punto di riferimento, con il '77 anche tutto questo viene a decadere, lasciando i soggetti reali privi di ogni punto di riferimento.
La "strategia della tensione" era stata sconfitta da tre grandi componenti sociali e politiche: la conflittualitá dell'autonomia di classe, la pratica militante, il radicalismo democratico. La posizione estrema e sintetica delle formazioni armate aveva storicamente prodotto "la forma-violenza organizzata in partito", ma questa componente era rimasta fino a tutto il 1976 sostanzialmente minoritaria (Bonisoli, uno dei protagonisti della fondazione delle BR, dirá che a quell'epoca i militanti non arrivavano a cento in tutta Italia) e proprio nell'emergere del "movimento '77" si era trovata in gravi difficoltá progettuali: anche se il riferimento immaginario e politico alla tendenza armata si poteva leggere in modo diffuso, non era tale peró da autorizzare un'unitá di intenti tra progettualitá armata e pratica della violenza diffusa.
Crisi dei "modelli organizzativi", radicalitá del "bisogno di comunismo", ristrutturazione profonda e autoritaria del ciclo produttivo, ricomposizione della "forma stato" sono gli elementi dello scontro.
Confrontata con il periodo '69-'73, la novitá piú rilevante del '77 é data dal duro irrigidimento istituzionale, condiviso ora dalla quasi totalitá delle forze politiche rappresentate in Parlamento. Il progetto di ordine pubblico, che passerá alla storia come "legislazione di emergenza", ha rappresentato nel '77 "la base dell'accordo fra i partiti dell'arco costituzionale ed é stato la condizione per la cooptazione del Pci nell'area "democratica" o di governo; per la prima volta nella sua storia il Pci si é dichiarato favorevole a un massiccio restringimento delle libertá e delle garanzie costituzionali e si é impegnato in campagne ideologiche - ultima quella del "referendum" sulla legge Reale - dirette ad alimentare consenso popolare nei confronti del processo di restaurazione autoritaria".
"Benché, come giustamente nota uno degli storici e dei testimoni piu lucidi delle vicende istituzionali e degli apparati giudiziari italiani, una forte spinta all'inasprimento delle sanzioni penali sia giá cominciata nel '74-'75, "il 1977 é l'anno chiave". Tra l'altro viene posta una pesante ipoteca sugli avvocati che esercitano una difesa politica, consentendo di sospendere dall'esercizio della professione chi incorre in procedimenti penali a suo carico o chi viene colpito da mandato di cattura".
É anche il periodo in cui vengono autorizzate - e mai legiferate - le "carceri speciali", autentici lager destinati alla distruzione psicofisica dei detenuti, e viene estesa la possibilitá di ricorrere all'uso delle armi per impedire le evasioni facendo intendere che se ci saranno altre "stragi di Alessandria" non dipenderá dall'iniziativa personale e forzata di qualche magistrato, ma sará obbligo di legge. Non a caso l'incarico di dirigere questo settore viene affidato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che di quella "strage" era stato uno dei protagonisti.
In effetti, se la strategia della tensione era stata manovrata da settori dello Stato per "comunicare" al conflitto di classe il ricatto terroristico di una possibile involuzione reazionaria, la "legislazione di emergenza" é l'assunzione a livello istituzionale di una pratica sostanzialmente illegale, involutiva, reazionaria, rivolta a condizionare e reprimere qualsiasi espressione organizzata o spontanea di ribellione sociale. Diverse sono le forme in cui si manifesta la risposta dell'avversario di classe ma identiche le finalitá.
Nella percezione comune di migliaia di militanti - ma anche di settori democratici - lo Stato nel coprire (tollerare od organizzare) le trame della "politica delle stragi" era stato delegittimato del monopolio esclusivo dell'uso della violenza, e d'altronde questo supposto privilegio "democratico" é tra i piú ambigui e contraddittori. Norberto Bobbio (uno dei padri della Costituzione) nell'intervenire su queste problematiche affermava: "Che i gruppi rivoluzionari giustifichino la propria violenza considerandola come una risposta, l'unica possibile, alla violenza dello Stato, é piú che naturale. [... ] Del resto, questo stesso argomento é usato dallo Stato per giustificare l'uso della violenza propria, della violenza cosiddetta istituzionalizzata, nei riguardi della violenza rivoluzionaria". É dentro questa specularitá che, secondo Bobbio, i "democratici conseguenti" elaborano le Costituzioni e le tavole delle leggi. Il compito di questi apparati "disciplinari" dovrebbe essere quello di equilibrare il diritto di rappresentanza dei movimenti sociali con le esigenze di gestione e di riproduzione delle democrazie. Quando ció non avviene, quando vengono alterati unilateralmente gli statuti e le regole del gioco, si apre un conflitto dagli esiti imprevedibili.
A metá degli anni Settanta l'arretratezza conservatrice del potere democristiano aveva prodotto un blocco del sistema democratico, le cui avvisaglie si avvertivano fin dal 1974 (quindi molto prima della fase del cosiddetto pericolo "terrorista") con il varo della legge che raddoppiava i termini di carcerazione preventiva, si consolidava con la reintroduzione dell'interrogatorio di polizia, per completare una prima fase involutiva con la legge Reale (1975): un'autentica "licenza di uccidere" delegata alle "forze dell'ordine" (provocherá 350 vittime nei primi dieci anni di applicazione).
Vista a distanza di anni, la dinamica autoritaria si presenta quasi come un disegno organico: da un lato "il terrore delle stragi" favorito ,dagli apparati di sicurezza dello Stato, e dall'altro una progressione di provvedimenti giudiziari sempre piú autoritari, giustificati con la necessitá di difendere una non meglio definita "democrazia" minacciata dalla violenza, a sua volta genericamente evocata. Tutto ció in risposta alla profonda modificazione della "costituzione materiale del sistema politico italiano". Modificazione che partendo dalla fabbrica e integrandosi nel sociale aveva profondamente alterato i rapporti di forza tra le classi. Si era formato il sindacato, anzi l'unitá sindacale, voluta dalla base, dall'operaio massa.
Il sindacato, unico strumento di mediazione tra il potere della classe operaia e il sistema dei partiti (di tutto il sistema dei partiti), diventava anche la principale cinghia di trasmissione tra la societá civile e lo Stato, indebolendo cosí in maniera drammatica e irreversibile il tradizionale potere dei partiti, e in particolare di quelli di sinistra. Nella fabbrica e nella societá i movimenti si sottraevano progressivamente all'egemonia del Pci, che per la prima volta dal dopoguerra perdeva 1'egemonia sulle fabbriche. Le forme di lotta, la "conflittualitá permanente", i movimenti che portavano avanti il conflitto sul salario, sul reddito, sui servize, sui consumi produttivi della forza lavoro, erano quasi tutti autonomi e indipendenti dal sistema dei partiti. L'unica forza che tentava contraddittoriamente di rappresentarli era il sindacato nelle sue varie articolazioni, dentro le quali prevalenti diverranno rapidamente le istanze di base - mette conto di notare che la grande maggioranza degli iscritti al Flm (l'organismo intersindacale dei consigli di fabbrica) era priva di una qualsiasi tessera di partito - fino a scontrarsi duramente con i vertici.
"Una intera societá pare in trasformazione accelerata, mentre si verifica una violenta e perdurante crisi di identitá della borghesia, che inizia dalla perdita della sua identitá culturale e delle residue ereditá democratiche formatesi durante la Resistenza, ma si sostanzia in un suo conflitto-modificazione di poteri interni alla sua composizione".
É dentro questo scenario che si forma una tendenziale unificazione del quadro politico attorno al progetto di difesa dello Stato democratico.. "Si tratta del resto di un processo che ricorre presso tutti i regimi unanimistici o privi di rilevante opposizione. Per un verso le forze politiche vanno perdendo la loro connotazione di classe e si vengono omogeneizzando sulla base del comune riferimento a un interesse generale e interclassista, che ha sede nello Stato; per un altro verso, e reciprocamente, questo Stato e queste istituzioni, in quanto depositarie del "consenso" della grande maggioranza del popolo espresso attraverso la mediazione dei partiti, perdono a loro volta ogni connotato storico e di classe e divengono Stato e istituzioni "democratiche" per definizione [ ... ] In Italia, ad esempio, non abbiamo piú uno Stato "borghese" o "capitalistico" o "democristiano" o magari per alcuni aspetti ancora "fascista": per le virtú taumaturgiche del "consenso" delle forze politiche (il riferimento é al governo di "solidarietá nazionale", nda) - e cioé in primo luogo del Pci - lo Stato si é venuto ad identificare con la democrazia, con un valore comune la cui difesa é interesse e dovere di tutti".
Nel pre-'77 é proprio il Pci
che tenta di rivedere in profonditá i propri statuti materiali,
i propri referenti e sistemi di poteri interni. É anche
il partito che in una prima fase ottiene i maggiori vantaggi dalla
spinta al rinnovamento complessivo che proviene dalla societá
civile.
Le vittorie elettorali del '75-'76 (massimo storico del dopoguerra) sono anche il risultato di un grande immaginario collettivo che nel "sorpasso elettorale" della Democrazia Cristiana condensa una parte dei bisogni espressi dal quinquennio precedente. Ma tutto si rivela una tragica illusione. Il Pci, per strategia storica, per cultura politica, non é in condizione di recepire un bisogno di cambiamento cosí radicale, ma al contrario persegue con ostinazione l'obiettivo di entrare nell'area di governo. Cosí si spiega l'abbandono della discriminante contro la Nato (storica battaglia fin dagli anni Cinquanta) e la scelta di lottare per ricostruire la "produttivitá" capitalistica duramente intaccata dalle lotte sociali e di fabbrica.
Obiettivo indispensabile di questa strategia di avvicinamento al potere é la necessitá di ricondurre il sindacato dentro 1'egemonia del partito e della sua strategia. Il sindacato era, come abbiamo visto, l'unica forza di mediazione del conflitto. "Privo dei sindacati, il sistema politico italiano non reggerebbe alle spinte di classe, alle spinte sul reddito, ai nuovi bisogni". Qualsiasi ricomposizione dall'alto del potere non poteva avvenire senza la collaborazione del sindacato.
Su questa progettualitá si innesca la politica dei sacrifici mobilitando tutte le "teste fini" a disposizione. Trentin scrive un lungo testo di riflessione (Da sfruttati a produttori) per spiegare la necessitá del patto tra produttori per ricostruire, vedi il caso, il percorso di "egemonia democratica" del movimento operaio. Berlinguer, nel famoso discorso agli intellettuali, spiegherá che il governo di sinistra non é tanto un'ipotesi impossibile, quanto indesiderabile finché il terreno della "produttivitá" non é "un'arma del padronato" ma "un'arma del movimento operaio per mandare avanti la politica di trasformazione". Lama, dal canto suo, in una famosa intervista a "la Repubblica", ribadirá in forma organica gli stessi concetti, appoggiato dall'autoritá dell'economista Sylos Labini che in maniera piu incisiva dichiara che "la sinistra deve deliberatamente e senza cattiva coscienza aiutare la ricostituzione di margini di profitto, oggi estremamente depressi, anche proponendo misure onerose per i lavoratori. Questo puó essere un passo nella direzione dall'egemonia gramsciana [sic]". Questa ultima sintesi teorica verrá fatta propria dal Pci durante la sua "partecipazione al governo".
Ma una scelta strategica di questa natura non puó svilupparsi senza conseguenze drammatiche sul conflitto sociale. Essa significa 1'esatto capovolgimento del conflitto capitale-lavoro sviluppatosi durante la fase rivoluzionaria precedente. Significa annullare tutte le conquiste dell'"autunno caldo" e 1'egemonia conquistata con il "partito di Mirafiori". Si possono usare tutti gli artifici linguistici (i licenziati, ad esempio, diventano "esuberanti") ma nella realtá sia gli operai che i movimenti che agiscono nella societá non intendono rinunciare alle conquiste giá fatte, vogliono anzi andare oltre.
La "legislazione d'emergenza" nasce proprio come deterrente, come prevenzione del possibile scontro che si innescherebbe con la modifica delle " regole del gioco". Il governo di "solidarietá nazionale" come espressione del taumaturgico e interclassista "stato democratico" tende ad assorbire in sé nel Parlamento qualsiasi forma di conflitto, mentre quelli incompatibili diventano materia penale e giudiziaria.
La forma-stato sotto la figura del "sistema dei partiti", che da sempre é una forma latente della storia italiana, riemerge allora con forza e progettualitá. La forma-stato (democratica e interclassista) si manifesta palese in alcuni periodi storici, quando la crisi del regime precedente e lo sviluppo di una nuova composizione di classe (quasi sempre extrasistemica e extraistituzionale) rischiano di uscire dal controllo della dialettica tra governo e opposizione. Ció é avvenuto nel 1945-46 dopo la lotta armata contro il fascismo, quando ai rapporti con le classi, con le masse, i partiti scelsero di anteporre i loro reciproci rapporti e il Pci antepose al rapporto con la classe e col movimento in armi il rapporto coi partiti dell'arco costituzionale. Analogamente, negli ultimi anni e giocando sullo stesso "stato di emergenza" per superare la crisi attuale come allora per la Ricostruzione, da quando ha scelto la strada del compromesso storico e con piú vigore dopo il 20 giugno (le elezioni vittoriose) il Pci ha privilegiato la saldatura dei rapporti con gli altri partiti e soprattutto con la Dc "per risolvere la crisi dello Stato" e dare al "sistema dei partiti" un carattere concorde, non conflittuale. L'unitá politica e programmatica dei partiti si chiude allora come una cupola di ferro sopra i bisogni della classe; il "sistema dei partiti" non intende piú rappresentare i conflitti, né mediarli né organizzarli: li delega agli "interessi economici" e pone se stesso come forma scientifica dello Stato, separato e ostile alla societá. Il sistema politico diventa piú rigido, piú frontalmente contrapposto alla societá civile, non recepisce piú le spinte dal basso, ma controlla e reprime".

Mentre nel '77 il Parlamento vara un pacchetto di "leggi eccezionali", le conseguenze delle pratiche insurrezionali del movimento e il disperato arroccarsi nelle fabbriche delle avanguardie operaie sconvolgono l'intero panorama dei movimenti rivoluzionari. Mentre l'autonomia e la ricchezza del "movimento del '77" si confrontano con il deserto della scomposizione soggettiva e il dilemma "avanti come, avanti dove?" assume significati esistenziali, le avanguardie di fabbrica vivono drammaticamente il "tradimento dei vertici". L'uso politico della cassa integrazione, il decentramento degli impianti, i continui licenziamenti motivati da discriminanti politiche puntualmente legittimate dallo straripante potere della magistratura, sembrano - e in effetti sono - ostacoli insormontabili alla ripresa dell'iniziativa.
É forse il periodo piú oscuro dal dopoguerra. Se l'angoscia dei primi anni Sessanta era stata una delle molle della rivolta, la paura operaia produce disperate omologazioni. La battaglia "contro il terrorismo" viene usata come "cavallo di Troia" per far passare un progetto molto piú vasto e molto piú complesso. Innanzitutto, da un lato, 1'eliminazione dal panorama politico italiano di una serie di forze di opposizione rivoluzionarie; dall'altro capo 1'eliminazione del corpo centrale delle avanguardie di fabbrica che avevano reso ingestibile il comando padronale sulla fabbrica stessa. Per far ció si mette in moto non soltanto un meccanismo processuale e legislativo che fa a pezzi lo "stato di diritto", ma anche un formidabile apparato dei media, una cultura, un modo di leggere e falsificare la storia degli anni Settanta con l'obiettivo di privare della "memoria" qualsiasi soggetto antagonista.
Nei giovani militanti si produce una sindrome terribile rispetto all'inutilitá di qualsiasi forma di autorganizzazione di base. Le scelte paiono essere solo di tipo estremo e radicale: una spirale dove da una parte c'é il diffondersi di massa dell'eroina (diecimila drogati nel '76, 60-70.000 nel '78) come espressione di una radicale negazione dell'esistente; dall'altra, come in un diffuso bisogno di scelte di rigore e ordine morale, l'afflusso in massa dentro le formazioni armate.
L'organizzazione armata che storicamente godeva del massimo prestigio era quella delle Brigate Rosse. Con una solida origine dentro la classe e un organico impianto teorico sempre piú mutuato dalle esperienze della Terza Internazionale (dopo un lungo inizio decisamente piú "operaista" e "guerrigliero" le BR parevano un'organizzazione impenetrabile e imprendibile, dotata di una micidiale capacitá operativa. Il rapimento e l'uccisione dell'on. Moro, che si preparava a inserire direttamente il Pci nei livelli dello Stato, facevano delle BR gli interpreti di un desiderio di risposta diffuso in modo contraddittorio nei resti dei movimenti. Larghi settori di avanguardie di fabbrica vedevano con ammiccante simpatia i valori simbolici della vicenda Moro, e in molte aree movimentiste aveva destato grande impressione 1'efficienza militare esibita nel corso del rapimento dello statista democristiano.
Nei primi mesi del '78 e dopo la tragica conclusione della vicenda di Aldo Moro, si assistette ad un continuo moltiplicarsi dei gruppi e delle pratiche armate. Affluiscono dentro le formazioni maggiori centinaia di militanti dell'autonomia diffusa e intere sezioni di avanguardie di fabbrica - esemplare a questo riguardo la vicenda della Brigata Walter Alasia di Milano, per la gran parte costituita da giovani operai.
Mentre il "sistema dei partiti", apparentemente destabilizzato dalle sue stesse scelte politiche, delega i poteri di controllo e repressione alle forze dell'ordine e alla magistratura, che acquisisce poteri insindacabili e assoluti, scrivendo una delle pagine piú nere nella storia degli "stati di diritto" moderni. Le Brigate Rosse nel rapire e uccidere l'on. Aldo Moro realizzavano simbolicamente un passaggio della strategia di "attacco al cuore dello Stato" elaborata a partire dal 1975-76 come conseguenza del giudizio dato sulla ipotesi del "compromesso storico". Nella Risoluzione della direzione strategica dell'aprile 1975 le BR avevano definitivamente abbandonato il modello dell'autointervista per porsi con un documento ufficiale che aspirava ad essere una sorta di programma generale come nelle tradizioni dei partiti storici della Terza Internazionale. Giá questa scelta, apparentemente formale, era indicativa di un porsi dell'organizzazione armata come elemento egemonico della complessitá del processo rivoluzionario in atto. Non piú quindi un organismo armato clandestino come polo di riferimento delle esperienze piú radicali dello scontro di classe, ma vera e propria organizzazione che, ponendo la lotta armata" come unica linea strategica dello scontro di classe, come la "forma" della rivoluzione, tendeva a riqualificare al proprio interno tutte le esperienze prodotte dalla complessitá del movimento reale. Una scelta strategica di questa natura non poteva che operare una drastica riduzione della stessa complessitá e ricchezza dei percorsi organizzativi e, dentro questa riduzione, provocare una progressiva contrapposizione con altre esperienze di lotta non solo nei resti dei gruppi extraparlamentari ma anche nell'area dell'autonomia organizzata e diffusa. Queste divisioni si manterranno negli anni successivi provocando continue dinamiche di comprensione-rifiuto della pratica delle BR, ma sostanzialmente mai una loro completa delegittimazione fino alla divaricazione complessa e contraddittoria che si verificherá durante il "caso Moro".
Nel rapire lo statista democristiano le BR intendevano sicuramente attaccare il progetto del "compromesso storico" ma in realtá l'obiettivo piú ambizioso era indirizzato a prendere 1'egemonia, ad anticipare l'inevitabile scontro tra "centralitá operaia" e "Stato del capitale" che nelle analisi delle BR veniva dato per certo, imminente come storico, ."naturale" risultato dell'attacco che il capitale e lo Stato stavano portando all'egemonia espressa dall'"operaio massa". Anticipare la "guerra civile" dispiegata attraverso le azioni esempiari e militari con l'obiettivo di prendere la direzione del movimento reale nel momento stesso in cui questo per genesi propria si sarebbe incontrato con il progetto BR. Questa progettualitá tutta ideologica e indicativa del progressivo separarsi dal movimento reale avrebbe ricevuto una clamorosa smentita nella grande e traumatica sconfitta operaia alla Fiat nel 1980: decine di migliaia di operai sospesi, di fatto espulsi dalla produzione, si disperdevano nel sociale diventando "invisibili" soggetti impauriti e deprivati della propria identitá di massa, mentre i gruppi armati ormai innescati dalla pratica esclusivamente militare non erano piú in grado di rapportarsi alle modifiche profonde intervenute nello scenario dello scontro.
"Negli ultimi mesi del '78 e nei primi del '79 cede la formula del governo di unitá nazionale e parallelamente vengono liquidate anche le ultime barriere di mediazione. L'assassinio del magistrato Alessandrini (ad opera di Prima Linea) acquista a questo punto un significato particolare perché rimette in discussione tutto il funzionamento e la storia della magistratura nella gestione dei processi politici degli ultimi dieci anni. Cadono le distinzioni che ancora settori politici e giudiziari facevano tra terrorismo organizzato e movimenti di contestazione. La magistratura, come corpo separato, ha una reazione d'autodifesa che va al di lá dei ritmi e dei tempi voluti dagli stessi corpi o nuclei speciali antiguerriglia, agisce contro tutto e tutti, ficcando in galera teorica e politologa, tecnici e giornalisti".
In effetti la teoria di un'unica direzione tra gruppi armati e movimento era stata portata avanti dalla magistratura padovana e dagli articolisti comunisti di "Rinascita" fin dal 1976-77, ma, come abbiamo visto nel dibattito relativo al movimento '77, era "passata" solo parzialmente provocando aree di resistenza e di rifiuto non solo tra gli intellettuali ma anche in consistenti settori dei magistrati democratici.
Con la vicenda Alessandrini quest'ultima fragile barriera di agibilitá si frantuma definitivamente contribuendo a dare fondamento all'efficacia falsificatrice e devastante del "teorema Calogero". Deprivato violentemente dei propri strumenti di comunicazione (vengono incarcerati e inquisiti centinaia di "redattori" schiacciato dall'efficacia dei gruppi armati, oramai pressoché privo di alleati o "compagni di strada", il movimento si disperde in mille rivoli. É la fase dei "suicidi militanti" seguita da quella ben piú consistente dei "suicidi operai" (piú di duecento nella sola Torino tra i cassaintegrati). La fase in cui lo Stato ricostruitosi come apparato fa dell'emergenza un autentico e micidiale metodo di governo funzionale a ridisegnare in termini autoritari tutta la "geografia del conflitto" facendo a pezzi qualsiasi forma di rappresentanza che non si pieghi alle nuove esigenze produttive. L'"economia sommersa" (leggi "lavoro nero") porta alla ribalta una nuova generazione di imprenditori spregiudicati, aggressivi e preparati a confrontarsi con la tradizionale "razza padrona" industriale, che dopo aver desertificato le fabbriche dalle soggettivitá rivoluzionarie espresse dall'"operaio massa", puó finalmente inglobare la scienza operaia dentro la ristrutturazione tecnologica e informatica.
La "cultura d'impresa" e l'"individualismo proprietario" si capovolgono in valori positivi difesi ed esaltati dai media e dagli intellettuali che dentro il "pensiero debole" del quotidiano e del "basso profilo" della difesa dei propri privilegi paiono trovare l'alibi alla loro fuga.
La teoria delle "due societá", che poteva sembrare un'eccessiva schematizzazione durante il movimento '77, assume all'inizio degli anni Ottanta una dimensione di massa: centinaia di migliaia di giovani "non garantiti", milioni di sottoccupati sono l'asse portante e privo di rappresentanza della nuova ricchezza.
Nei grandi labirinti metropolitani regna il silenzio della separatezza e dell'impotenza, i volti "serializzati" dei "politici" ripetono parole prive di senso dagli schermi televisivi. Sono iniziati gli anni Ottanta.
Gli anni del cinismo,
dell'opportunismo
e della paura.

(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )