il PCI

Un ulteriore elemento di difficoltá per il Pci é dato anche dal fatto che il partito, dopo il 20 giugno 1976 e sino al febbraio 1979 - defilatasi la DC -, si é trovato a dover assumere un ruolo di scarico, transfert e alienazione a cui, forse, era del tutto impreparato ideologicamente, culturalmente ed organizzativamente.

Lo spettacolo, la gestualitá, la rappresentazione e la teatralitá sono, infatti, componenti tipiche e in espansione del nostro sistema. Il potere, cioé, tende, da un canto, a desacralizzare lentamente chi lo gestisce e, dall'altro, per compensare l'ossessione razionalizzatrice della produzione moderna, a dare spazio alle manifestazioni carnevalesche. Non puó piú, infatti, gestire i bisogni (le tensioni) delle masse con, o solo con l'irreggimentazione arlecchinesca delle partite di calcio, o con le altre forme abituali e tradizionali di transfert, ma deve investire tutte le sfere della vita di relazione: dall'arte al corpo, al privato, sino alla politica. Deve, anzi, rovesciare come un guanto le domande di riappropriazione della sessualitá, del corpo, ecc., per restituirle, depurate di ogni aspetto eversivo, come merce di consumo.

Ora, é vero che il nostro paese é ancora lontano dall'essere gestito - a livello di controllo sociale -, in forma compiuta, con questi strumenti (la DC non é il partito conservatore inglese e quello repubblicano americano; cosí come il Pci non é il partito laburista o quello democratico); cosí come é vero che la distanza tra Milano e Reggio Calabria non é solo chilometrica; ma é pur vero, nonostante ció, che anche dala gestione del controllo sociale tende sempre piú a farsi spettacolo circense (e la destra Dc sembra averlo compreso. De Carolis - o chi per lui - puó andare lontano). E il Pci, entrando all'interno di questo meccanismo, non puó sfuggire facilmente alle regole; vi si é sottratto, infatti, solo tornando, dopo tre anni, all'opposizione. Ma sia, in misura minore, restando all'opposizione, che rientrando, eventualmente, di nuovo nell'area governativa, gli sará sempre piú difficile evitare di adeguarsi a quelle norme di comportamento teatrale sempre piú richieste al potere politico dalle necessitá ideologiche del capitalismo maturo.



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nel 1976, alle elezioni politiche, il Pci raggiunge e supera la soglia del 34%

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Votano comunista, nel 1976, non solo le maggioranze del proletariato industriale e dei giovani, ma anche larghe fasce di intelligentsia, ceto medio, piccola borghesia, tecnici e professionisti illuminati.

Si richiede al Pci buona amministrazione, il risanamento dell'economia e, paradossalmente per un partito che non ha apertamente ripudiato né il marxismo né il leninismo, la rimessa in funzione di una corretta logica di mercato contro gli sprechi e le perversioni della borghesia di stato.

Al Pci, peró, si chiede di farsi ricettore delle persistenti istanze di partecipazione dal basso, portavoce dei giovani emarginati, dei disoccupati, del sottoproletariato meridionale. La scelta strategica del partito é invece opposta. Enrico Berlinguer lancia la filosofia dell'austeritá, rivolgendosi ai lavoratori garantiti, agli intellettuali inseriti nel sistema, ai ceti medi protetti, cioé a quella che Alberto Asor Rosa definirá la prima societá, quella appunto, dei garantiti. L'austeritá diviene cosí una sorta di occasione storica da sfruttare per trasformare in senso socialista il sistema ad opera di un blocco sociale composto da formazioni protette ed inserite: si prefigurano, per i giovani, la riscoperta della fatica dello studio, per i lavoratori la rinuncia ai miti consumistici e la rivalutazione dello spirito di sacrificio in vista del bene comune. In nome di una superiore gratificazione futura, si invita a rinuciare a una gratificazione nel presente; in una parola, si rilancia quella che Cohn-Bendit nel 1968 definiva l'etica giudaico- cristiana-staliniana che gli studenti del '68 violentemente rigettavano in favore della realizzazione di se stessi e delle proprie istanze di libertá e giustizia sociale nel qui ed ora. La filosofia dell'austeritá escludeva di fatto dal grande disegno del compromesso storico quella che, con molto schematismo, Asor Rosa definí la seconda societá (giovani disoccupati o in cerca di prima occupazione, sottoproletariato urbano, masse emarginate del centro-sud, lavoratori precari non protetti, ecc.) e comunque fu univocamente percepita da queste formazioni sociali come tale da sanzionare la loro esclusione.

(GIANNI STATERA - VIOLENZA SOCIALE ED EMARGINAZIONE in VIOLENZA SOCIALE E POLITICA NELL'ITALIA DEGLI ANNI '70 - FRANCO ANGELI EDITORE)



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