L'occupazione di Mirafiori e l'emergenza
dell'autonomia come progetto politico
Il 1973 segna una svolta importante nella storia del movimento proletario in Italia, e anche nella configurazione organizzativa della sinistra rivoluzionaria. L'evento centrale fu senza dubbio la conclusione drammatica della vertenza contrattuale, con l'occupazione della Fiat Mirafiori, che segnó 1'episodio culminante dell'intero ciclo di lotte autonome iniziato nel '68.
Gli anni precedenti, '71 e '72, erano stati caratterizzati da una crisi dei gruppi della sinistra extraparlamentare e da un riflusso delle lotte di fabbrica, mentre, parallelamente, emergevano gruppi sociali attivi nel territorio metropolitano delle grandi cittá, e il baricentro del movimento andava spostandosi dalla dimensione di fabbrica a quella dell'appropriazione sociale. Proprio in questo passaggio l'occupazione della Fiat segna un momento di congiunzione essenziale. Inoltre l'occupazione di Mirafiori determina il collasso della funzione svolta dai gruppi rivoluzionari, svuotando la loro funzione d'avanguardia. Nel mese di marzo, a Torino, si creano le condizioni per dare la spallata finale alle resistenze padronali alla conclusione dell'accordo; la piattaforma sindacale chiedeva inquadramento unico, paritá di trattamento per quanto riguarda le ferie, settimana di 40 ore su cinque giorni (sabato libero), riduzione delle ore straordinarie obbligatorie. In marzo andava delineandosi un accordo insoddisfacente, ed il sindacato era sottoposto ad una intensa critica operaia. Gli operai della Fiat iniziarono forme di lotta autonome, fino a giungere, a metá del mese, a lanciare uno sciopero ad oltranza che in poco tempo si generalizzó a tutte le officine di Mirafiori, ed anche ad altre sezioni.
Quotidianamente i cortei interni spazzolavano le officine, ma, nonostante questo, il 27 circoló la voce di un accordo inadeguato al numero di ore di sciopero (oltre 170) giá spese dagli operai. La mattina del 29 i gruppi rivoluzionari - in particolare Lotta Continua e Potere Operaio - si presentarono alle porte con dei volantini che rilanciavano lo sciopero ad oltranza. Ma quando gli operai entrarono, quella mattina, il clima era piú pesante del previsto. E, poco dopo 1'entrata del turno, cominciarono ad arrivare fuori le notizie sul fatto che dentro si stava decidendo l'occupazione. Piú tardi, mentre "La Stampa" annunciava che era stato fatto l'accordo, gli operai venivano fuori a piantare le bandiere rosse sui cancelli.
Le forme organizzative dell'occupazione rimasero per tutti misteriose, forse per gli stessi operai. Ma certamente lá dentro stava accadendo una cosa molto importante: la nuova composizione sociale degli operai portava dentro la fabbrica modelli di comportamento che piú nulla avevano a che fare con la tradizione del movimento comunista. Questi modelli di comportamento prendevano origine nella vita quotidiana dei proletari di nuova immissione. Non piú emigrati meridionali privi di radicamento nella metropoli, ma giovani torinesi e piemontesi scolarizzati, e formatisi nel clima delle lotte studentesche e delle esperienze aggregative di quartiere. L'occupazione di Mirafiori costituisce la prima manifestazione del proletariato giovanile in liberazione che costituirá il reticolo sociale portante delle lotte degli anni seguenti, fino all'esplosione del 1977.
Nell'esperienza dell'occupazione di Mirafiori emerse la radicalitá di un rifiuto consapevole della prestazione lavorativa. Il rifiuto del lavoro si era fatto movimento consapevole, ma non poteva costituire il suo sistema organizzativa all'interno della fabbrica. Nei giorni dell'occupazione Mirafiori era come una cittadella inespugnabile, e lo Stato si guardó bene dall'intervenire in qualsiasi modo. Peró quella cittadella era tutt'a un tratto inutile. Il padrone era piegato, gli operai avevano ribadito la loro estraneitá a qualsiasi accordo, pur imponendo un sostanziale passo in avanti su questioni fondamentali dell'egualitarismo (ferie, inquadramento, riduzione degli straordinari).
Peró il problema si spostava ad un ambito piú ampio. Il movimento doveva esprimere un'altra direzione e nuovi orizzonti. Le prime avvisaglie della crisi, accelerata poi dal rincaro del petrolio, portavano sulla scena nuovi attori: inflazione, disoccupazione, marginalizzazione di interi settori, espansione del circuito del lavoro nero; questi erano gli aspetti di un processo di metropolizzazione che andava disegnandosi.
Le urla senza senso, senza piú slogan, senza piú minacce né promesse dei giovani operai con il fazzoletto rosso legato intorno alla fronte, i primi indiani metropolitani, quelle urla annunciavano che una nuova stagione si apriva per il movimento rivoluzionario in Italia. Una fase senza ideologie progressiste né fiducia nel socialismo, senza alcuna affezione per il sistema democratico, ma anche senza rispetto per i miti della rivoluzione proletaria, mostrava le sue prospettive. Fu in questo mutamento di scenario che prese forma il nuovo fenomeno politico-culturale dell'autonomia operaia.
Autonomia operaia era un'espressione largamente usata nel linguaggio sindacale e gruppettaro. Era una formulazione subordinata a quella di autonomia sindacale; l'indipendenza dell'organizzazione sindacale dal gioco dei partiti politici era stato un principio importante negli anni Sessanta, ma conteneva elementi di ambiguitá, di contrattualismo subalterno, di spoliticizzazione della lotta operaia. Autonomia operaia voleva dire qualcosa di piú: significava autorganizzazione delle lotte al di fuori della gestione sindacale e dalle logiche politiche.
Ma nel '73 1'espressione autonomia operaia - prese a significare qualcosa di nuovo, qualcosa di piú radicale. Prese a significare che 1'esistenza operaia, la comunitá solidale proletaria puó organizzare condizioni sociali di scambio, di produzione e di convivenza autonome dalla legalitá borghese. Autonome dalla legge dello scambio, dalla legge della prestazione di tempo, dalla legge della proprieta privata. Il principio di autonomia assunse il suo pieno significato etimologico: la socialitá proletaria definisce proprie leggi e le pratica sul territorio occupato militarmente dalla borghesia. Questo principio si diffuse rapidamente, e determinó la crisi e la residualizzazione dei gruppi extraparlamentari.
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Si potrebbe dire che dal 1973 emersero
una tendenza neo-leninista e militarista che si configuró
come Autonomia Operaia Organizzata - con tutte le lettere maiuscole
- ed una tendenza creativo-desiderante che privilegió il
diffondersi sociale dei comportamenti alla loro organizzazione
politica. Ma sarebbe una semplificazione inadeguata.
Questa valutazione, che sta alla base di tutta la pratica resistenzialista antiristrutturazione, di tutta la ripresa della mitologia tardocomunista della guerra civile e della giustizia proletaria, questa valutazione é sbagliata e limitante. II movimento dell'autonomia viene cosí disegnato come movimento di resistenza resistenza contro la ristrutturazione capitalistica, e sopravvalutazione della capacita di tenuta della composizione sociale proletaria uscita dal movimento di lotte '68-'73.
La difesa dell'identitá politico-culturale del movimento fu conclusa con la rigiditá della composizione sociale della forza-lavoro, e il rifiuto di adeguarsi alle nuove forme tecnologiche dell'organizzazione del lavoro.
In realtá fin dal 1973 la controffensiva padronale miró proprio a colpire le basi strutturali della composizione di classe. Prima di tutto il blocco delle assunzioni e del turn-over in tutto il ciclo Fiat. Poi, lentamente, dapprima e in seguito sempre piú in maniera vorticosa, l'introduzione di tecnologie labor-saving, lo scorporo delle grandi unitá produttive. Da quella svolta prendeva inizio la profonda ridefinizione dell'intero assetto produttivo italiano (ma si tratta di un processo internazionale) con la marginalizzazione del lavoro industriale, la espansione dei cicli di lavoro immateriale: gli anni Ottanta.
L'autonomia non precostituí affatto le condizioni culturali per attraversare quella transizione produttiva e sociale, quella decomposizione; cercó di surrogare istericamente un processo di ricomposizione sociale che doveva essere seguito dall'interno, rinunciando a forzature soggettive, a ipostasi di partito. Ma questa é storia che maturó negli anni seguenti, in quel periodo che prepara il '77, nel quale si mancó l'occasione di predisporre le carte per un nuovo processo di ricomposizione, si mancó l'occasione di comprendere le linee di mutazione del lavoro umano, in seguito all'ondata del rifiuto del lavoro, si mancó l'occasione di individuare i nuovi terreni su cui si spostava il dominio, e su cui doveva spostarsi anche l'azione critica, l'autorganizzazione, l'invenzione rivoluzionaria.
Tra la fine di Potere Operaio, la nascita dei Consigli e la crisi dei gruppi politici organizzati, si costituiscono nelle fabbriche le prime assemblee autonome. La spinta maggiore alla loro nascita viene data, oltre che da una complessa serie di quadri politici formatisi nelle lotte, dalla grande lotta alla Fiat nel '72/'73, da quel complesso quadro politico operaio che verrá definito il "partito di Mirafiori".
L'attivitá delle Assemblee Autonome Operaie (che pubblicheranno giornali come Senza Padroni, all'Alfa Romeo, Lavoro Zero a Porto Marghera, Mirafiori Rossa a Torino ecc. ) si collega ai nascenti C.P.S. (Collettivi Politici Studenteschi) e Collettivi Autonomi che nascono in molti quartieri proletari metropolitani, dando vita ad una vasta e informate rete di conflittualitá nel sociale, nella scuola, nella fabbrica, che per caratteristiche di obbiettivi e di contenuti puó definirsi la nascita dell'area dell'Autonomia. Confluiscono in questa "Area" molte componenti. Nell'area milanese, dalla crisi di Potere Operaio, nasce il giornale Rosso in cui confluiscono per altro componenti provenienti da altre organizzazioni in crisi. Sempre a Milano l'uscita da Lotta Continua della "corrente operaia" porterá alla nascita di Senza Tregua e piú tardi, in un complesso interscambio di esperienze, ai Co.Co.Ri.
Nel Veneto le aree autonome si raccoglieranno intorno ai Collettivi e al giornale Potere Operaio per il Comunismo che, dopo il '77, prenderá il nome di Autonomia.
A Roma, dalla deriva del Manifesto, si produce Rivolta di Classe che dal "77 diventerá i Volsci costituendo una delle aree piú importanti della Autonomia nel Centro-Sud. Sempre a Roma, dalle complesse vicende della scomposizione di Potere Operaio e di altri organismi, nasceranno nel '78 le riviste Metropoli e Preprint.
Il movimento '77 é il punto
piú alto della diffusione di massa dei comportamenti autonomi
che producono decine di giornali ispirati ad A/traverso
che, nato nel '75, raggiungera nel '77 le 20.000 copie. E in realtá
il movimento '77 si caratterizza per la comparsa sul mercato del
lavoro di un soggetto proletario ad alta intensitá di conoscenze
e con buon livello di studio che si differenzia dall'operaio-massa
perché rifiuta l'inserimento "coatto" nella fabbrica
e delinea una specie di operaio sociale teorizzato precedentemente
da alcune aree dell'autonomia che affermavano la tendenziale necessitá
di abbandonare il terreno della fabbrica.
(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI -
L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )