1977 fuga dai collettivi
Nel 1977 il movimento degli studenti parla di bisogni e vuole dare valore all'individuo nella sua irriducibilitá al collettivo e al progetto.
C'é Eugenio Finardi che canta II politico é personale. Gli indiani metropolitani fanno i girotondi e si dipingono il viso. Riprendiamoci la vita é lo slogan di massa. Sembra possibile ritrovare le ragioni di una lotta comune.
Ma anche lí esplode il conflitto. Spesso in modo violento. Presto le manifestazioni delle donne sono aggredite dagli autonomi che, spesso seguiti dalle loro compagne, tendono a imporre con la forza il loro punto di vista: non si dá separatismo possibile, la lotta é una, cosí come le forme che essa deve prendere. Il due tende a ridiventare uno.
E poi, anche in quel movimento, la rottura, I'abbandono. Le femministe escono dall'assemblea. Lo fanno con un documento nel quale si denuncia la violenza e la prevaricazione che nega la possibilitá di parola e anche di ascolto. Ancora una volta si rivendica un'altra pratica, un'altra politica, un altro modo di stare insieme. Ancora una volta si evidenzia l'impossibilitá di una conciliazione. O di una sintesi. C'é un luogo della sinistra nel quale tale sintesi e tale conciliazione si ricercano con piú pazienza: il Partito comunista. Qui le donne non sono uscite. Le femministe - poche - hanno praticato la doppia militanza (nel partito e nel movimento) e si sono battute perché essa venisse legittimata. E forse hanno vinto.
Ma questa doppiezza ha funzionato finché il movimento era organizzato in collettivi e gruppi. Allora era relativamente facile: da una parte il partito, dall'altra lo stare fra donne. Ma i collettivi fra il '78 e il '79 si sciolgono e quelle donne si trovano nel loro partito a dover fare i conti, per cosí dire, senza rete, con la necessitá di una mediazione in loco fra le due militanze. La strada scelta - dagli uomini e dalle donne - é quella della lotta comune per il rinnovamento della politica.
Il Pci si apre ai temi dell'individuo, organizza convegni sui sentimenti.
Le donne comuniste accusano la politica,
anche quella del loro partito, di non guardare alle ragioni del
cuore. Le donne di tali ragioni si sentono depositarie e da
questo traggono la loro legittimazione a stare al mondo. E
al partito. Eccole cosí diventare portatrici di valori
salvifici, capaci di sottrarre la politica e gli uomini alla loro
miseria. E il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, risponde
dicendo che la politica deve allargare i propri confini e per
questo chiede il contributo delle donne che diventano cosí
nuovi soggetti di una vecchia rivoluzione.
(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI -
L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )