i circoli del proletariato giovanile

Si realizzano cosí forme sostitutive di socializzazione spontanea, talora selvaggia, che preludono al diffondersi del fenomeno dell'estremismo antiistituzionale tra le giovani generazioni, in radicale contrapposizione col movimento operaio.

All'interno di tale fenomeno é possibile individuare filoni diversi, forse in qualche modo connessi: l'area creativa, che pone in primo piano le tematiche soggettive ed esistenziali; l'autonomia, che si differenzia dall'area che si riconosce nel terrorismo, nonostante l'esistenza ormai accertata di un rapporto fra i due fenomeni, peraltro ambiguo e difficilmente controllabile, a causa del flusso incessante che si verifica da uno stadio all'altro; le varie organizzazioni terroristiche di sinistra tra cui le piú importanti sono le Brigate Rosse, i Nap e Prima Linea, tra loro profondamente diverse per obiettivi, strategia, struttura organizzativa, radicamento sociale e tipo di reclutamento; il movimento del '77 che, partito dalle sedi universitarie di Palermo e Napoli, si diffonde a Roma e Bologna, che diventano i principali centri di mobilitazione.


Nel tentativo di darsi una struttura stabile e riconoscibile nell'ambiente sociale, agli inizi del '76 si diffondono, specie nell'area milanese, i Circoli del proletariato giovanile che, riunendo i giovani della periferia su base ambientale (il bar, il centro ricreativo del quartiere, un ritrovo nel paese-satellite), forniscono, piú che obiettivi precisi o un programma determinato, un luogo di scambio sociale. Data la continuitá di queste forme comunitarie, successivamente si avviano alcune azioni politiche (sia pure sui generis) quali, per esempio, le iniziative di autoriduzione nei cinema, e piú tardi, nel dicembre '76, la protesta contro l'inaugurazione della Scala. Si tratta delle prime forme di coscienza del proletariato delle periferie, del superamento del consumo di musica in chiave soggettiva ed esistenziale verso un agire collettivo ed organizzato entro il tessuto urbano. La categoria unificante di queste forme nuove di agire politico é l'immediatezza, per cui la conflittualitá con il mondo esterno si esercita nella puntualitá del momento.

Uno degli obiettivi qualificanti del movimento, riassumibile nello slogan Riprendiamoci la vita, tende a vanificarsi per la scarsa omogeneitá di questa vasta area sociale, unificata solo dalla condizione di emarginazione economica, sociale, politica, nonché culturale e a disperdersi nella rabbia individuale. Complessivamente le varie componenti del movimento affrontano il problema del rapporto tra personale e politico ribaltando la prospettiva dei gruppi extraparlamentari: non si tratta piú di far rientrare il personale nel politico, ma di fare dei bisogni antropologici la base dell'azione politica. Nella contestazione del '77 l'universitá diventa il luogo di aggregazione del nuovo soggetto rivoluzionario che non é piú l'operaio-massa del '68, ma il giovane semioccupato e precario che rifiuta il lavoro e "cerca la aggregazione, la solidarietá, la protezione non nella classe, ma nella compagnia dei propri simili, del cosiddetto operaio sociale, il quale si muove verso obiettivi immediati - espropri, autoriduzioni, occupazioni, ronde proletarie, lotte ecologiche - e opera nel quartiere, nel territorio, nella societá intera, in quella smisurata fabbrica diffusa in cui si esercita con lo sfruttamento la repressione".

Il generico orizzonte culturale del marxismo, da cui si muovono tentativi di elaborazione teorica del movimento, peraltro particolarmente diversificati, si mescola con le specifiche tematiche nate dal nuovo contesto socio-politico e culturale, quali la teoria dei bisogni, il rapporto tra bisogni e organizzazione, l'autonomia operaia e la dialettica capitale-lavoro.... La rivolta, che in passato si dirigeva contro lo sfruttamento economico del capitale, si sposta progressivamente sui bisogni sociali "che lo sviluppo capitalistico stesso ha determinato e che oggi non solo non puó soddisfare, ma deve violentemente reprimere". Quindi la lotta diventa piú ampia perché non si limita piú a ragioni economiche e mira non tanto al controllo dei mezzi di produzione, quanto a quello delle condizioni di esistenza.

L'altro movimento operaio, a differenza di quello tradizionale, che accetta la logica dello stato di diritto e, piú o meno con riserve, la societá capitalistica, rifiuta in radice sia il sistema di valore del capitalismo, sia lo Stato. Quest'ultimo si caratterizza, secondo l'analisi dei teorici del movimento, come stato della gestione della crisi nella societá capitalistica, non piú come lo stato pianificatore. Il nuovo soggetto rivoluzionario ripsonde allo stato della crisi e della violenza con l'enfatizzazione dei bisogni individuali e l'autovalorizzazione, dove autovalorizzazione proletaria é forza di sottrarsi al valore di scambio e capacitá di fondarsi sul valore d'uso.

Il bisogno di comunismo é la sintesi di tutti i bisogni che non sono bisogni del proletariato in senso stretto, in quanto provengono da strati sociali diversi, dagli studenti e dai sottoproletari, dalle femministe e dalle casalinghe. Questa teoria dei bisogni radicali, giá elaborata da Agnes Heller, allieva di Lukacs ed esponente della scuola di Budapest, in parte si collega, oltre che con nuove interpretazioni del marxismo, con tradizioni culturali di altra origine, ma di non difficile saldatura con il marxismo, da Lacan e dai cosiddetti Lacanisti di sinistra fino a G.Deleuze e F.Guattari, che si richiamano al desiderio come radice di ogni rivolta antistatuale: "Il desiderio é rimosso proprio perché ogni posizione di desiderio, per quanto piccola, fa di che mettere in causa l'ordine ristabilito... il desiderio é nella sua essenza rivoluzionario...".

(LUCIA CIAMPI - VIOLENZA SOCIALE E VIOLENZA POLITICA: ANALISI E INTERPRETAZIONI SOCIO-POLITICHE in VIOLENZA SOCIALE E POLITICA NELL'ITALIA DEGLI ANNI '70 - FRANCO ANGELI EDITORE)


 

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