Il movimento del '77 irrompe nella quiete claustrale del tradizionale conformismo del paese, contestandone, alla radice, il trasformismo.


E anche chi, tra il ceto politico dirigente, con piú o meno consapevolezza, avverte che il movimento si muove sí fuori dalle regole del gioco, é sí una forza poco disposta a lasciarsi istituzionalizzare, ma che pur tuttavia rappresenta un fatto nuovo, culturalmente e socialmente significativo, che va quantomeno capito, é presto sopraffatto dalla generale, burocratica esigenza di esorcizzare il demone, impedire che il movimento possa darsi organizzazione e progetto politico propri.

Questo processo di manipolazione - mistificazione del movimento del '77 -, esorcizzando i fenomeni sociali e demonizzando rivolta e rivoltosi, ha certo per fine anche quello di calare una saracinesca tra l'insubordinazione di alcuni strati subalterni e la massa dei dominati, ma riflette pure una visione della realtá civile e culturale come elemento in sé disgregato e disgregante, valenza da controllare e neutralizzare nei suoi effetti dirompenti.

Occorre anche por mente alla dimensione istituzionale e culturale di un partito complesso e articolato come quello comunista, per capire che un organismo siffatto non puó, anche volendo (a meno di non trasformarsi fin nelle fibre piú profonde), capire e aprirsi alle esigenze e alle tematiche nuovi e originali (si pensi solo alla diversa qualitá del lavoro, interiorizzata e portata avanti come bisogno dai giovani) esplose nel e per causa del movimento, senza entrare in conflitto con la propria struttura burocratica (che ne garantisce la saldezza anche nei momenti di crisi) e con almeno parte della sua base sociale.

Il comportamento del dominio nei confronti del movimento del '77 é piú facilmente valutabile oggi che allora. Ma giá in quell'anno era chiaro che la negazione di un settore dell'umano (il movimento) e la sua criminalizzazione rispondeva anche alla necessitá, per il capitale, di padroneggiare le proprie contraddizioni ed impedire, tra l'altro, che esse investissero in primo luogo la fabbrica (il centro motore della classe operaia), rafforzandone, per reazione, i suoi legami (che il dominio vuole siano i piú tenui possibili) con il proprio retroterra sociale.

E' indispensabile alla classe egemone, quindi, da un canto, rafforzare in positivo l'immagine della fabbrica e cancellarne o almeno attenuarne, agli occhi degli stessi operai, l'aspetto di centro di sfruttamento e di alienazione; e dall'altro, impedire che caratteristiche d'adattamento alla fabbrica stessa come la passivitá, la delega, il conformismo, la valutazione del lavoro come centro dell'esistenza, ecc., possano essere messe in discussione, aprendo cosí la strada ad una contestazione, profonda e irreversibile, dell'intero meccanismo del lavoro capitalistico. Il capitale presenta, pertanto, la produttivitá come un bene comune, a cui deve presiedere un'organizzazione razionale; deputata a quell'interesse generale, cosí come viene definito, ufficialmente approvato e perseguito da tutte le forze politiche dominanti. Produttivitá, garantita e protetta dalla struttura istituzionale (cosí com'é, e non come potrebbe e dovrebbe costituzionalmente essere), al cui ingresso-possesso, senza peró, una effettiva trasformazione, sarebbe, quindi, interessata in primo luogo la stessa classe operaia per raggiungere la propria liberazione e, assieme, il riscatto del paese.

(GIULIO SALIERNO - LA VIOLENZA IN ITALIA - MONDADORI)



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