
Questo credo sia il punto centrale di una discussione sulla repressione (o sulla libertá) oggi in Italia: perché di repressione se ne é sempre subita, dal 1948 ad oggi, e certo dal 1968, quando lo slogan "é la repressione non passerá" era quanto di piú falso si potesse dire. Soltanto che negli anni scorsi, sia pure con incertezze, lentezze ed errori, il Pci finiva per stare dalla parte giusta e per difendere le libertá di tutti; mentre ora ha fatto una scelta chiara: l'accesso al "potere" in cambio dello Stato di polizia. Ed ecco che, al di lá di qualunque logica sia di sviluppo industriale che di necessitá del paese, il Pci avalla e impone la costruzione delle centrali nucleari (che comportano, ad esempio, dipendenza economica, tecnologica e politica; gravissimi pericoli in tema di salute e sicurezza delle popolazionj; irreversibili guasti ambientali; eccezionali misure in tema d'ordine pubblico); attacca e propone di modificare rendendolo impraticabile, uno strumento democratico di lotta dal basso e di tutela delle minoranze come il referendum; accetta di spazzar via interi articoli della Costituzione repubblicana con le nuove proposte sull'ordine pubblico che, gravi di per sé, rappresentano l'avallo a posteriori della legge Reale, contro la quale il Pci pure aveva (anche se fiaccamente) votato. [ ...]
Se questo tipo di provvedimenti diventerá legge, credo che l'Italia sará senz'altro, per governanti e poliziotti, il paese piú libero del mondo per intimidire, prevaricare, violare diritti civili e politica. Insomma, il codice fascista finirá per sembrarci un esempio di liberalismo illuminato; e la Costituzione, inattuata per anni in molte parti, viene ora decisamente intaccata: questo é il prezzo, assolutamente folle, che la sinistra storica paga per il "potere".
Da Parigi un gruppo di intellettuali francesi redige un appello contro la repressione in Italia. L'iniziativa innesca tra gli intellettuali italiani una dura polemica pubblica sul loro ruolo in rapporto allo scontro politico in corso tra sistema dei partiti e Movimento. Il dibattito travalica ben presto le sedi dell'intellettualitá ufficiale concretizzandosi nella proposta di un Convegno nazionale del Movimento sulla repressione indetto per settembre a Bologna. Mentre il Pci, che governa la cittá, non si oppone al progetto accettando anzi la "sfida", la quasi totalitá della stampa enfatizza I'avvenimento dipingendo scenari catastrofici in cui orde di squadristi armati potrebbero scatenare il saccheggio e la devastazione generalizzati. Per l'occasione il ministero degli interni predispone seimila poliziotti a presidio dei punti nevralgici della cittá, soprattutto intorno al carcere dove sono rinchiusi alcuni aderenti al Movimento che la magistratura ritiene responsabili del complotto delle giornate insurrezionali di marzo. Anche la locale federazione del Pci, dopo aver proclamato per bocca del suo dirigente e sindaco della cittá Zangheri "Bologna cittá piú libera del mondo", attiva la totalitá dei suoi militanti con funzioni di "controllo e vigilanza".
Nel Movimento la notizia dell'appuntamento bolognese crea spontaneamente una mobilitazione senza precedenti. Il 22, 23, 24 settembre Bologna viene invasa da centomila giovani che provengono da tutta Italia, anche dai centri piú periferici.Treni, autobus, colonne di automobili trasportano fiumi di gente colorata con zaini, coperte, sacchi a pelo, costumi, strumenti musicali. Le vie del centro sono percorse da flussi ininterrotti di migliaia di persone. Piazze, parchi, edifici pubblici si trasformano in enormi bivacchi. Per le strade si dipinge, si balla, si canta, si gioca; si fa e si ascolta musica, teatro, animazione.
Ma non si tratta solo di una "festa continua" vissuta come bisogno di incontrarsi, parlarsi e contarsi nella ricchezza delle reciproche differenti esperienze. Infatti, insieme alla massa festosa degli anonimi aderenti al Movimento, su Bologna calano anche le "truppe" dei gruppi politici organizzati e gli "osservatori" delle irrobustite formazioni combattenti. In quei giorni tutte le espressioni del "ceto politico" del Movimento si ripropongono l'annoso problema del risolvere la linea strategica dell'organizzazione e del programma. Tutti i gruppi organizzati arrivano giá schierati, ognuno sulla propria posizione prestabilita, con molte tentazioni settarie e poca disponibilitá a ricercare una qualche omogeneitá. Dentro il Palazzetto dello sport diecimila militanti delle varie organizzazioni piú che confrontarsi si scontrano e in alcuni momenti anche fisicamente. Il Palazzetto dello sport diviene arena e palcoscenico in cui ogni posizione politica recita il suo spettacolo dichiarando che da quel momento praticherá comunque il proprio progetto.
Le uniche alleanze tattiche si delineano tra le componenti dell'Autonomia Operaia organizzata in funzione di conquista formale della "direzione politica" sul Movimento. Per queste componenti é un momento di rappresentazione di forza risolto simbolicamente con l'"espulsione" delle altre componenti considerate come la -destra- del Movimento.
Avviene cosí la cacciata prima del Mls, poi di Avanguardia operaia e infine di Lotta Continua. La stragrande maggioranza del Movimento vive con sentimenti contrastanti le lacerazioni che avvengono nel 1uogo deputato alla soluzione politica dei principali problemi strategici che attanagliano da mesi il Movimento. Per tre giorni si mischiano e alternano estraneitá insofferente e attesa angosciosa sugli esiti del piú grande dibattito messo in opera dal Movimento. Significativa é in questo senso la presa di posizione della componente creativa del Movimento il cui centro propulsore é proprio a Bologna. Uno dei suoi protagonisti cosí la descrive:
"A/traverso" era uscito nel giugno '77 con un numero intitolato: La rivoluzione é finita, abbiamo vinto. Molti lessero il titolo come una battuta ironica. In realtá andava preso molto seriamente e alla lettera. Lá dove i movimenti rivoluzionari del XX secolo avevano pensato di poter rovesciare e superare la forma sociale capitalistica, il movimento autonomo poneva le condizioni per una nuova concezione del processo di liberazione.
Questa nuova concezione non implicava una rottura del sistema politico di potere, ma la creazione di un'area sociale capace di incarnare l'utopia di una comunitá che si sveglia e si riorganizza fuori del modello predominante di scambio economico del lavoro e del salario. L'estinzione del lavoro diventa la tendenza oggettiva, la possibilitá implicita della tecnologia e del sistema sociale del sapere. Non si puó piú applicare il modello della rivoluzione politica: in questo senso la rivoluzione é finita.
Ma piú difficile da interpretare é la seconda parte del titolo. Che cosa significa <<abbiamo vinto>>? Noi cercavamo con quella frase, quasi fosse una sorta di scongiuro, o piuttosto l'indicazione di un atteggiamento mentale, di creare le condizioni per affrontare in termini di sperimentazione consapevole e collettiva il processo di estinzione del lavoro, quel processo reso maturo dall'immensa trasformazione determinata dalle tecnologie moderne, dalla sussunzione del lavoro tecnico-scientifico entro il processo produttivo che rendeva possibile la sostituzione del lavoro umano, l'estinzione del lavoro come modello dell'attivitá.
Questa intuizione, presente nel lavoro di <<A/traverso>>, non riuscí in nessun modo a tradursi politicamente nel Convegno di Bologna del settembre '77. Al Convegno si ripresenta l'anima dell'organizzazione, cioé il tentativo di ricondurre tutto quello che era successo nei mesi precedenti all'interno di formule organizzative. La proposta nuova aveva scelto il silenzio perché in quel momento non aveva nulla da dire.

Quello che noi avevamo da dire l'avevamo detto nel numero di giugno di A/traverso, ed era un'analisi su quello che sarebbe successo negli anni a venire, la descrizione del lavoro intellettuale all'interno della nuova organizzazione tecnologica.
Su questo non avevamo una proposta politica, ma avevamo elaborato il testo di una nuova Costituzrone della Repubblica italiana, una specie di sceneggiatura dadaista da rappresentare durante i giorni del Convegno: voleva essere una specie di lettura dei capitoli della Costituzione dal punto di vista della liberazione in atto.
Volevamo montare un palco in piazza Maggiore e lí, in un momento qualsiasi in mezzo alla gente, dichiarare che il nostro contenzioso con lo Stato italiano era concluso, che il compromesso storico (l'unica proposta che lo Stato aveva fatto) era fallito, e che dunque lo Stato si poteva considerare dissolto, che comunque questo si poteva considerare un fatto positivo perché tanto quello che noi volevamo era giá in atto, il lavoro operaio scomparirá nei prossimi anni, e dunque rifacciamo la Costituzione a partire da questa consapevolezza di base: il lavoro operaio scompare, rifondiamo la vita umana su altre basi.
Allora circolava un discorso di alternativa epocale: il processo del rifiuto del lavoro conduce all'uso intensivo delle tecnologie, e questa é una cosa disperata e drammatica se la vediamo come una disgrazia, se invece la vediamo come un processo che collettivamente si puó gestire diventa un altro terreno di liberazione. Peró per fare questo si tratta di liberarsi dell'involucro formale che lo Stato continua a rappresentare, dunque rifondiamo la Costituzione italiana.
Quello che avevamo da dire era: ragazzi, ci aspettano degli anni disastrosi, peró in questi anni si dispiegherá un processo futuro che noi possiamo tentare di interpretare, in cui i processi d'autonomia potranno manifestarsi nei nuovi strati.
In realtá quella che abbiamo poi trovato a Bologna era tutta un'altra tensione.
Il Convegno di settembre era nato a Parigi nei giorni in cui avevamo fatto l'appello contro la repressione firmato dagli intellettuali francesi- All'inizio nessuno pensava che quell'occasione ci avrebbe cosí preso la mano.
É stato invece un momento in cui tutti hanno sentito che bisognava andare lí, perché sarebbe stata un'occasione in cui ci si sarebbe potuti vedere, parlare, contare. Ci si aspettava qualcosa di magico, si era creata un'aspettativa drammatica e una divaricazione netta, nettissima tra il Palazzetto dello sport che era il 1uogo deputato del ceto politico e dell'area della militanza dei vari raggruppamenti, e dall'altra parte un gran numero di forme di animazione e di spettacolo di massa.

Tutti erano convenuti a Bologna con grandi attese che erano andate frustrate. Alla domanda di una soluzione post-organizzativa il quadro politico riproponeva come risposta il vecchio modello, e gli altri non avevano né 1'energia né l'invenzione capaci di dare una nuova soluzione politica, perché una soluzione politica non c'era.
Il corteo che chiude il Convegno, imponente e suggestivo, sfila per ore e ore. Nonostante l'aggressivitá verbale degli slogan non c'é scontro con la polizia. Alla fine un sottile senso di amarezza, di delusione, di frustrazione riaccompagna la gente nei propri territori e luoghi di vita e di lotta. Tutti si ripromettono di continuare, di andare avanti, ma nessuno sa nascondere a se stesso la drammatica domanda: avanti come? avanti dove?
(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )
