
da Alice a Berlusconi
Il mutamento della scena delle comunicazioni di massa nel passaggio dal '77 agli anni '80 é esemplare. Le radio libere furono la rottura del monopolio statale sull'etere. Nella sinistra qualcuno diceva a quelli che facevano una radio: dovreste fare bene attenzione, aprite la strada ai grandi monopoli.
Ma le radio libere rispondevano: questa battaglia é inevitabile. I grandi gruppi economici verranno avanti comunque. Cerchiamo di costruire un altro modo di intendere la comunicazione.
Ma quella battaglia fu persa ed ora sappiamo che era inevitabile.
L'antistatalismo del movimento delle radio libere, il rifiuto di una tutela statuale sulla comunicazione si tradusse assai linearmente nel neoliberismo comunicativo di Berlusconi. Ma questa traduzione comporta un pervertimento dell'idea stessa di libertá.
La libertá legata e soggiogata al danaro, all'invadenza, al potere, ha finito per produrre la forma di totalitarismo delle tecnologie che segue al vecchio totalitarismo della politica.
Il quartier generale dell'imbecillitá, un tempo occupato dai cascanti tenutari nazional-popolari del compromesso storico (i Guttuso, gli Mendola, gli Zeffirelli), é ora occupato dagli aggressivi imbecilli della cultura yuppie: la corte dei mircaoli della cultura berlusconiana, i Costanzo, i Martelli, i Verdiglione, con il loro corteo di sarti di mercanti e di incensatori per lo piú provenienti da Lotta Continua ma resi frizzanti ed "a la page" dalla conversione al culto delle superfici (lucenti).
La cultura radicale dell'immediatezza fu sostituita dalla dall'incultura populista dell'effimero.
La critica disvelante dell'ironia fu sostituita dalla volgaritá della satira politica ruffiana.
L'autenticitá della disperazione, dal cinismo e dall'effervescenza simulata.
E furono gli anni '80.
Ma questo passaggio delle culture e degli atteggiamenti era in effetti legato alla formazione di un nuovo ceto produttivo, impegnato nel ciclo del lavoro immateriale.
Lo spettacolo, l'informazione, la tecnica, lo stile, l'innovazione sono attratte nel ciclo della produzione di valore. E le forze sociali che si sono formate per assumere questa funzione sono costrette a modellarsi ideologicamente per poter vincere nella competzione tra forze-lavoro concorrenti.
E quando gli uomini sono costretti a disputarsi il lavoro essi danno sempre il peggio di sé, sempre sono costretti a rinunciare alla loro cultura per assumere i linguaggi del comando, del conformismo.
Questo é quel che é
accaduto ad una parte della generazione che nel '77 si formó
per entrare nel ciclo della comunicazione. Oggi quel processo
si é svolto, almeno in gran parte. Il rapporto fra coscienza
ed essere sociale puó riproporsi in termini nuovi, a partire
dal disagio, dall'espropriazione, dalla frustrazione che in forma
nuova si riproduce nell'universo della "realizzazione professionale",
della prestazione di quanto vi é di piú essenziale:
il linguaggio, l'attivitá di pensiero, l'immaginazione.
(FRANCO BERARDI su At/Traverso del marzo 1987).