Dalla lotta alla comunicazione,
dalla comunicazione alla lotta
A metá degli anni Settanta l'arcipelago della comunicazione antagonista é un territorio vasto, contraddittorio e ramificato in ogni angolo del paese. Certamente tra il 1975 e il 1977 la produzione di comunicazione autogestita, sovversiva (marginale, radicale, militante, diretta, antagonista, alternative, democratica, trasversale, clandestina, rivoluzionaria, e le molte altre definizioni che ne sono state date raggiunge il suo punto di massimo sviluppo. Si dota a volte di proprie strutture tecniche (tipografie, sedi piú o meno stabili, ecc.) di canali di distribuzione militante, e anche di proprie strutture distributive, esterne ai grandi e piccoli circuiti commerciali; organizza convegni nazionali per costruire reti di collaborazione, é finanziata direttamente sia dai suoi produttori che dai suoi lettori. Il lavoro intellettuale é pressoché interamente gratuito e volontario.
Tracciare una "geografia della cospirazione" in un panorama cosí vasto e variegato sarebbe compito impossibile, e in ogni caso schematico e settario. Ancor piú difficile percorrere i sentieri dei reciproci influssi internazionali, delle reti politico-culturali che si sono incrociate nei quattro continenti, dei filoni ideologici storici che costituiscono il background di molte elaborazioni.
"Il bisogno di ricostruire le geometrie politiche del politico", i tortuosi sentieri della cospirazione, i ghirigori delle ideologie, di smascherare le "anime perse" della rivolta é vecchio almeno quanto l'idea della Rivoluzione. Rari, nonostante questo, sono quelli che hanno cercato di riflettere su questo "bisogno". Di contro, copiosa, capziosa e spesso nociva é la geografia della delazione, la pulsione prefettizia di sociologhi, giornalisti, magistrati a disegnare mappe, tracciare elenchi, allacciare ed indicare "complicitá politiche e materiali".
In realtá dietro le migliaia di pagine dei libri, dietro le testate delle centinaia di riviste ci sono miriadi di intelligenze che del "rifiuto del ruolo" hanno fatto una scelta cosciente, un programma dell'esistenza, che hanno reso comportamento pratico la felice espressione marxiana dei Grundrisse: "il tecnico, lo scienziato, l'intellettuale come macchinario, quindi scienza qualsiasi scienza come "potenza ostile" alla classe, lavoratore intellettuale come lavoratore produttivo inserito nel ciclo di socializzazione del capitale o nell'apparato del comando. Lavoratore che deve liberarsi "da sé" prima ancora di andare a cercare alleanze con il proletariato. Lavoratore senza alleati, in grado di esercitare con autonomia un rifiuto dei ruoli imposti, capace di sviluppare quindi giá nella forma di lavoro intellettuale astratto un'autonoma forza di iniziativa, specifiche forme di organizzazione, di rifiuto, di organizzazione di massa. In conclusione: scienza e tecnologia come una cosa sola, materializzata in macchinario, "potenza ostile" alla classe, oggetto ambedue di un processo parallelo di liberazione, da parte della classe e del lavoro intellettuale, concreto e potenziale. Non appena la classe e il lavoro intellettuale si muovono in maniera antagonista, enormi e potenti processi cognitivi s'innescano all'interno dello scontro, come prodotto dello scontro, una forza-invenzione latente si liberae si traduce in conoscenze specifiche, nuove tecniche e nuove scienze".
In questa sintesi esemplare di Sergio Bologna ci sembra contenuto il percorso essenziale della produzione culturale rivoluzionaria degli anni Settanta.
La ricchezza sterminata dell'altro
lavoro intellettuale ha investito tutti i campi del sapere: dalla
storia alla psicoanalisi; dalla psichiatria alla tecnologia: dall'economia
alla filosofia; dalla sessualitá all'urbanistica; dall'alimentazione
alla medicina fino al diritto e alla criminologia. Gli esiti sono
stati alterni ma non c'é dubbio che, nonostante il sotterramento
operato nei primi anni Ottanta da magistrati, editori, "journalist-policiers"
ecc., la cultura rivoluzionaria degli anni Settanta ha posto problemi
e indicato strade che difficilmente potranno essere eluse anche
in futuro. Che il processo di liberazione parallela della classe
e del lavoratore intellettuale rappresentasse una contraddizione
inconciliabile con lo sviluppo capitalistico é ovvio e
indubitabile, ma forse negli stessi protagonisti di questa rivoluzione
culturale dal basso non era totalmente avvertito nella sua importanza
e nelle inquietudini che induceva nelle elites capitalistiche
fino a portarle piú tardi a una vasta offensiva repressiva.
In attesa di studi piú approfonditi si puó peró
indicare cosa pensasse di questo problema la "Commissione
Trilaterale" nel 1975.
La " Trilateral Commission " era stata creata agli inizi degli anni Settanta dai paesi appartenenti alle tre aree piú industrializzate del pianeta (Giappone, Usa, Europa). Nelle intenzioni dei suoi promotori essa costituiva una sorta di "governo mondiale sovrannazionale" e raccoglieva al proprio interno sia esponenti dei vari governi che industriali, generali, sociologi, giornalisti di rango, economisti, politici, scienziati, ecc., il "meglio", nelle intenzioni, dei rappresentanti e collaboratori del sistema. La "Trilateral " si riuniva una volta all'anno in capitali diverse con l'obiettivo di coordinare le politiche di dominio a livello internazionale. Non é qui il luogo per esaminare l'importanza avuta da quell'organismo e anche la sopravvalutazione che ne venne fatta (per le BR, ad esempio, era la prova dell'esistenza del SIM: "Stato Imperialistico delle Multinazionali" ma per verificare l'importanza che le intelligenze capitalistiche assegnavano ai processi sociali in atto. Dicono dunque i "trilateralisti" nelle riunioni del '75:
"Oggi, una minaccia rilevante proviene dagli intellettuali e gruppi collegati che asseriscono la loro avversione alla corruzione, al materialismo e all'inefficienza della democrazia, nonché alla subordinazione del sistema di governo democratico al "capitalismo monopolistico".
Lo sviluppo tra gli intellettuali d'una "cultura antagonista" ha influenzato studenti, studiosi e mezzi di comunicazione... Le societá industriali avanzate hanno dato origine a uno strato di intellettuali orientati dai valori, i quali spesso si votano a screditare la leadership, a sfidare l'autoritá ed a smascherare e negare legittimitá ai poteri costituiti mettendo in atto un comportamento che contrasta con quello del novero di intellettuali tecnocratici e orientati dalla politica... questo sviluppo rappresenta per il sistema democratico una minaccia altrettanto grave, almeno potenzialmente, di quelle poste in passato dai gruppi aristocratici, dai movimenti fascisti e dai partiti comunisti".
Tralasciando il riferimento ai "movimenti fascisti" qui citati per esorcizzare elegantemente un cadavere nell'armadio e ridare forza alla politica degli opposti estremismi, non c'é dubbio che queste osservazioni danno conto della preoccupazione delle elites di potere nei confronti di quegli "intellettuali che in quanto gruppo sociale vengono sospinti all'avanguardia delle lotte sociopolitiche"; i rapporti del mondo intellettuale con la societá mutano radicalmente, in un mondo dove "Non v'é motivo di credere che la rivoluzione culturale contemporanea sara piú pacifica delle rivoluzioni industriali del passato" e dove "la mancanza di integrazione della classe operaia non solo impedisce la contrattazione e l'intesa diretta... ma é pure all'origine della generale riluttanza dei giovani ad accettare i lavori manuali generici, sottoretribuiti".
La relazione del '75 prosegue auspicando una democrazia piú "forte" e una nuova cultura politica della "governabilitá". Il "berusfverbot"' in Germania e la "legislazione di emergenza" in Italia saranno nei due anni successivi la traduzione in termini istituzionali di queste riflessioni. Con questo non si vuole qui dire che tutto sia riducibile ad un "complotto" dall'alto, all'esistenza di un cervello occulto e invincibile del comando capitalistico che tutto prevede e pianifica, ma, al contrario e proprio per ció, alla necessitá di tenere presente che la dinamica di "piano e contropiano", lo scontro tra progetto antagonista, tra capitale e lavoro, in tutte le sue forme e manifestazioni, determina un arricchimento reciproco delle opposte forze e intelligenze e che in questo conflitto il processo rivoluzionario gioca le proprie sorti.
Nel corso dei "dieci anni che
sconvolsero il mondo" dalla Cina agli Usa; dall'Inghilterra
alla Germania; dal Giappone alla Francia; dalI'America Latina
all'Africa, all'Asia e al Medio Oriente il ruolo della comunicazione
come espressione-esigenza delle lotte di massa é difficilmente
spiegabile. Si puó rischiare di dare legittimitá
alle schematiche previsioni di Mc Luhan che dall'era della Tv
e delle comunicazioni di massa trae la teoria del pianeta come
"villaggio globale", ovvero ingigantire l'importanza
che gli antagonisti assegnano all'avvenuta "ricomposizione"
del proletariato a livello internazionale; quello che é
certo si puó verificare nei prodotti stessi della "comunicazione
antagonista" laddove puó forse sorprendere che nel
foglio offset di Tradate o nella piccola rivista di Corsano (Lecce)
si trovino analisi cosí attente che e "informate"
delle lotte di Dtroit o di San Benedetto del tronto; del rapporto
tra Islam e marxismo o della connessione tra scienza del capitale
e guerra chimica nel Vietnam.
Dal '68 e dal decennio precedente era stato ereditato, e con un consapevole "rovesciamento", un mondo "piú unito, piú interdipendente, piú dolorasamente consapevole del proprio comune destino, di quanto fosse stato prima. Senza questa ereditá determinata dalla circolazione della comunicazione e delle lotte, la spontaneitá, per cosí dire la "naturalezza" e la ricchezza delle stesse sarebbe incomprensibile; sarebbe incomprensibile il fatto che per il movimento, ovunque, il mondo era il vero scenario di ogni battaglia, la vera platea di ogni gesto".
(.....)
(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )