Comunicazione, potere e rivolta

Un aspetto importante del processo sociale e politico che attraversa il 1977 é costituito dalla discussione sul ruolo e la funzione degli intellettuali.
La discussione si sviluppó in due tempi; dapprima emerse intorno al problema del rapporto fra informazione e movimento di lotta, nel febbraio e marzo; poi esplose, coinvolgendo gran parte dell'intellettualitá italiana in seguito all'appello di Parigi contro la repressione in Italia, nel luglio.
Ma per meglio comprendere il contesto nel quale la discussione si svolse, é opportuno delineare brevemente due questioni: la prima riguarda le scelte compiute dal Partito comunista nell'epoca del governo di solidarietá nazionale, la seconda il particolare carattere del movimento del '77, particolarmente a Bologna.
La linea del compromesso storico, nella quale il Pci si era incamminato a partire dal 1973, e che aveva portato questo partito ad una politica di sostanziale subalternitá nei confronti dei governi a conduzione democristiana, attribuiva agli intellettuali un compito di gestione del consenso e di dipendenza nei confronti dello Stato democratico.
Lo Stato democratico, verso la metá degli anni Settanta, aveva compiuto delle scelte che ben difficilmente si potevano considerare democratiche: la legge Reale, approvata da tutte le forze politiche con una astensione comunista, aveva dato alle forze di polizia un potere di intervento contro i movimenti e le manifestazioni di piazza talmente ampio che nel giro di pochi anni (fra il '75 e il '77) piú di un centinaio di persone erano state uccise nelle strade: Pietro Bruno, Mario Salvi, Giannino Zibecchi erano alcuni di loro, militanti nei gruppi dell'estrema sinistra che il Pci contribuiva a dipingere come pericolosi eversori. Inoltre, per far fronte alle conseguenze della crisi economica e per ricacciare indietro le conquiste che il potere operato aveva realizzato nelle fabbriche, il padronato perseguiva una politica di attacco politico ed economico coperta e legittimata dalla proposta di sacrifici per i lavoratori che il Pci e i sindacati cercavano di imporre al movimento operaio.
In questo quadro maturó una cultura statalista che trovó la sua sanzione nel Convegno dell'Eliseo. All'Eliseo, nel gennaio del '77 Enrico Berlinguer chiese sostanzialmente agli intellettuali di compiere una scelta fra due alternative: o accettare il ruolo di funzionari del consenso e amministratori dell'esistente, oppure essere identificati come eversori della democrazia.
Si crearono allora le premesse per 1'emarginazione di tutte le nuove tendenze della cultura, di tutte quelle esperienze culturali che cercavano di interpretare il bisogno di autonomia e la spinta libertaria che proveniva dai settori in movimento della societá italiana (in particolare i giovani scolarizzati disoccupati, i giovani operai ribelli all'ordine di fabbrica). E si crearono le premesse per la corporativizzazione statalista delle funzioni intellettuali che ebbe poi, negli anni successivi al '77, effetti gravissimi soprattutto in alcuni settori professionali come la magistratura, che finí per concepirsi come un braccio armato del consenso, come dimostrarono le persecuzioni iniziate massicciamente nel marzo'77 a Bologna e poi riproposte in modo sistematico a partire dal 7 aprile 1979.
Quelle persecuzioni, come tutti sanno, si sono rivelate in tutta la loro odiosa faziositá quando le montature costruite con la complicitá dei pentiti sono crollate, nei processi penali che hanno dovuto assolvere centinaia di militanti e di intellettuali dalle accuse principali rivolte contro di loro da giudici spesso formatisi nella cultura comunista statalista. Ma il senso di quelle persecuzioni si puó cogliere appieno soltanto se si risale alla polemica sul ruolo degli intellettuali, alla alternativa fra statalismo e indipendenza.
La seconda questione di cui occorre parlare per comprendere il contesto nel quale maturó il dibattito é la novita e specificitá delle tematiche di quel movimento che nel '77 prese la scena, cioé la sua caratteristica di movimento di critica culturale e di creativitá.
Il movimento creativo che prese forma confusamente negli anni fra il 1975 e il 1977 deve essere visto sotto una duplice prospettiva. Esso fu il movimento di ribellione di una costellazione sociale di provenienza composita, reso omogeneo dall'alto grado di scolarizzazione.
Emerse allora un brulicare di esperienze in cui si manifestava l'intelligenza sociale che cercava di sfuggire alla spersonalizzazione dell'attivitá lavorativa industriale. Al tempo stesso quel movimento rese possibile la formazione di un'identitá produttiva nuova, destinata ad essere assorbita nel processo lavorativo che possiamo definire immateriale, sempre piú esteso nell'epoca della crisi del sistema industriale classico.
Coloro che furono coinvolti nel movimento di ribellione di quegli anni si sentivano ed erano i portatori di un modo di fare cultura non piú subordinato al sistema politico e alla riproduzione del consenso. Ma, consapevolmente o meno, erano anche i soggetti destinati a dar vita ad una nuova modalitá lavorativa che prese forme in seguito, a partire dalla subordinazione della creativitá alle regole dell'efficienza produttiva.
Nello stesso movimento prendevano quindi forma due culture diverse: l'una ricercava la possibilita di un'autonomia radicale della cultura dal potere politico ed economico; I'altra preparava le professionalitá subordinate al ciclo di produzione dell'immateriale e dell'immaginario.
Ma queste diverse culture vivevano inconsapevolmente nelle stesse persone, negli stessi settori sociali.
Vi fu un tentativo di tradurre questo processo contraddittorio in una forma di consapevolezza esplicita: penso al movimento che si definí maodada. L'ispirazione del maodadaismo é cosi sintetizzabile: "Il dadaismo voleva rompere la separazione fra linguaggio e rivoluzione, fra arte e vita. Rimase un'intenzione perché dada non era dentro il movimento sociale proletario, e la figura sociale proletaria non era dentro dada: rovesciamento dei rapporti di classe e trasformazione culturale non si intrecciavano nella vita e nella materialith dei bisogni sociali.
Il maoismo indica il percorso dell'organizzazione non come rappresentazione ipostatica del soggetto-avanguardia, ma come capacitá di sintesi dei bisogni e delle tendenze presenti nella realtá materiale del lavoro e della vita".
Secondo l'ipotesi maodada, dunque, lo sviluppo di forme nuove di comunicazione, lo sviluppo di tecnologie elettroniche e di reti telematiche rende possibile l'inverarsi della vecchia utopia dadaista: abolire l'arte/abolire la vita quotidiana, abolendo la separazione fra arte e vita quotidiana. Tramite la diffusione di tecnologie comunicative pervasive e policentriche questo progetto puó divenire realizzabile e praticabile da parte di situazioni proliferanti e comunitarie, che ridefinisco o il rapporto fra socialitá e produzione uscendo dal sistema integrato capitalistico e costituendo sistemi autonomi di produzione-comunicazione.
Questa ipotesi fu praticata in modo
forse troppo immediato e spontaneista da una vasta area di realtá
di base e di movimento, ma non divenne un elemento di riflessione
sul ruolo degli intellettuali e sulla trasformazione che il lavoro
intellettuale stava attraversando, né sul movimento che
si preparava ad investire l'intero mondo dell'attivita mentale,
sul suo assorbimento da parte della macchina produttiva e mediatica.
Abbiamo detto che il dibattito sulla questione del lavoro intellettuale, sul ruolo e la funzione degli operatori coinvolti dalla smaterializzazione del lavoro sociale, si svolse in due tempi. Nel primo momento, fra il febbraio e il marzo di quel densissimo 1977, la discussione fu centrata intorno alle nuove caratteristiche che il movimento di massa andava assumendo, e sulla sua particolare vocazione ad investire i problemi del linguaggio, le pratiche dell'informazione e della creativitá.
Era il momento di massima fioritura delle esperienze di creativitá diffusa, il periodo dei fogli trasversali e delle radio libere. Attraverso le radio si esprimeva 1'esplosione dei linguaggi autonomi, ma anche il primo tentativo di un'autorganizzazione dell'informazione, intesa come livello della trasformazione sociale ed esistenziale, ma anche come lavoro, attivitá produttiva.
Cosi scriveva il collettivo A/traverso nel libro dal titolo Alice é il diavolo: "Far saltare la dittatura del Significato, introdurre il delirio nell'ordine della comunicazione, far parlare il desiderio, la rabbia, la follia, l'impazienza ed il rifiuto. Questa forma della pratica linguistica é l'unica forma adeguata ad una pratica complessiva che fa saltare la dittatura del Politico, che introduce nel comportamento I'appropriazione, il rifiuto del lavoro, la collettivizzazione. É per questo che il rapporto fra movimento e Radio Alice non é garantito tanto dai contenuti, dai messaggi che Alice trasmette, quanto proprio dal gesto che essa, come operativitá linguistica collettiva e sovversiva, propone. La stessa organizzazione linguistica dello strumento, infatti, definisce uno spazio, traccia le sue discriminanti".
Ma vi é anche una consapevolezza del ruolo produttivo nuovo dell'inforrnazione e della problematica che viene aperta con l'assorbimento della pratica linguistica entro il processo lavorativo sociale. "Si tratta di sovvertire la fabbrica informativa, di rovesciare il ciclo della informazione, la organizzazione collettiva della conoscenza e della scrittura. Nel corso di questo processo di proletarizzazione del lavoro tecnico-scientifico-informativo si pongono le condizioni perché il lavoro intellettuale non si collochi piú rispetto al movimento in una posizione esterna e volontaristica, come pratica di servizio al movimento; ma in una posizione interna, sul terreno della guerriglia informativa, del sabotaggio del cervello produttivo e politico, della organizzazione cibernetica del controllo, e del sabotaggio del ciclo informativo".
Pochi accettarono allora di discutere queste posizioni senza bollarle come "delirio" o istigazione sovversiva. Fra questi, in alcuni articoli che uscirono su vari giornali e. riviste, fu Umberto Eco.
Eco osservava che "le nuove generazioni vivono e parlano nella loro pratica quotidiana il linguaggio (ovvero la molteplicitá dei linguaggi) dell'avanguardia... questo linguaggio del soggetto diviso, questa proliferazione di messaggi apparentemente senza codice vengono capiti e praticati alla perfezione da gruppi sino ad oggi estranei alla cultura alta" (vedi piú avanti il suo articolo C'é una nuova lingua, l'italo-indiano apparso sull'Espresso)".
Questa nuova "capacitá linguistica", questa capacitá di trascodifica, di scivolamento da codice a codice viene intesa, da Eco, come conseguenza del costituirsi di un nuovo sistema tecnocomunicativo. Le posizioni di Eco (che pure si staccavano per dignitá e acutezza da quelle di molti altri commentatori e critica) vennero criticate perché Eco cancellava, consapevolmente e dichiaratamente, occorre dirlo, ogni considerazione sull'intenzionalitá cosciente, cioé sulla progettualita politico-culturale di cui i nuovi linguaggi erano portatori.
Effettivamente, ripensando la questione a distanza di tempo si puó riconoscere che la progettualitá del movimento creativo é stata spazzata via dalla forza della mutazione tecno-comunicativa: il movimento creativo é stato assorbito e piegato dall'organizzazione mediatica, dall'investimento di enormi capitali nella pubblicitá, nella televisione, nella moda, dalla sottomissione delle idee e dei linguaggi creativi entro un sistema di produzione di imbecillitá a mezzo di lavoro mentale.
Ma in quel periodo, in quei mesi, nel pieno di un'insurrezione dei segni e dei simboli, il movimento cercava la possibilitbá di dare forma autonoma alla comunicazione alternativa. Per questo, una risposta pubblicata su "L'Espresso", firmata da Franco Berardi "Bifo" e da Angelo Pasquini, diceva che la socializzazione dello stile e delle problematiche dell'avanguardia letteraria non poteva essere ridotta ad un fatto puramente comunicologico, ma comportava una ridefinizione radicale del rapporto con la produzione, l'identitá sociale, il potere.
Questa tematica viene ripresa da Maurizio Calvesi, il quale, in un libro dal titolo "Avanguardia di massa," ripropone l'intero arco delle tematiche sorte in quei mesi della primavera '77, per approfondire la questione del movimento creativo come inveramento dell'utopia artistica delle avanguardie, nel contesto dello sviluppo dei mezzi di comunicazione veloci, delle tecnologie di produzione dell'immaginario. Il movimento creativo rappresentó proprio questo: la realizzazione dell'intenzione avanguardista di portare la vita nell'arte e di fondere I'arte con la vita. La prospettiva di questa realizzazione era legata alla massificazione della rottura linguistica proposta dall'avanguardia, ed alla concatenazione di creativitá di massa e tecnologie comunicative.
L'effettivo dispiegarsi delle condizioni sociali in cui questa concatenazione si venne a determinare fu del tutto asimmetrico rispetto all'intenzionalitá del movimento e comportó una forma del tutto nuova di subordinazione dell'attivitá creativa alla produzione capitalistica nell'epoca della sua dematerializzazione. Certamente, peró, il movimento creativo aveva visto giusto, quanto al nuovo terreno su cui le trasformazioni avvenivano, il terreno dell'immaginario e della sua produzione sociale. A questo proposito la discussione muoveva i suoi primi passi, nella primavera del '77.
In un altro articolo comparso su "L'Espresso"" con il titolo drammatico No per dio non mi suicido, Umberto Eco entrava nel merito di questo discorso. Eco sosteneva che il movimento sbagliava su un punto importante, scambiando le enunciazioni simboliche per realtá concrete.
"Se giudico molti comportamenti di movimento mi sorge il dubbio che esso tenda a trasformare di continuo comportamenti concreti in meri simboli, ovvero enunciazioni fatte, anziché con la penna con l'azione. Non dico che le enunciazioni siano da buttar via. Dico che occorre essere lucidi e riconoscere le enunciazioni come enunciazioni. Un conto é prefigurare in una grande festa simbolica l'assalto al palazzo d'inverno, e un conto é prendere effettivamente il palazzo d'inverno".
Ma é stato proprio Eco a comprendere
cosí bene questa specie di semiomorfosi che ha investito
il mondo reale, questa identificazione del mondo con lo scambio
e l'intersecazione degli enunciati simbolici, degli eventi informativi,
delle simulazioni di immaginario. Questo territorio immaginario
é divenuto il luogo determinante di ogni processo sociale,
ed il dominio sulle molecole viventi della societa si é
fatto sempre piú dominio semiocratico, dominio dei simboli
e dei segni. Ed il '77 rappresenta proprio il momento in cui la
societá comincia a rendersi conto di questo spostamento.
(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI -
L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )
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