Umberto Eco: C'é un'altra lingua, l'italo-indiano

C'é una novella di fantascienza, in cui uno pseudo agente commerciale americano (in veritá uomo della Cia) gira per i pianeti periferici per installare una serie di centri di produzione a basso costo, sentinelle avanzate di una futura espansione neocoloniale. Egli é un esperto linguista perché deve arrivare su pianeti di cui non conosce la lingua e ipotizzare il codice locale attraverso un'analisi dei comportamenti degli indigeni. Anche su quel pianeta egli riesce nel suo compito, elabora una serie di regole grammaticali, comunica coi nativi, stende un contratto, ma quando deve arrivare al dunque si accorge che gli vengono poste domande che non capisce. Si rende conto che il codice doveva essere piú complesso di quanto pensava, riprende la sua indagine, elabora un nuovo modello di comportamento comunicativo e urta di nuovo in una barriera di incomprensione. Finalmente intuisce di essere capitato in una civiltá che cambia codice ogni giorno. Gli indigeni hanno la capacitá di risistemare nello spazio di una notte le loro regole comunicative. L'agente parte disperato: il pianeta é rimasto impenetrabile.

Questa novella mi pare un apologo esemplare di quanto accade ai sociologi, ai politologi, al piccolo cabotaggio partitico o accademico quando tentano di definire linguaggio e comportamento dei giovani del 1977 (che in altra sede ho chiamato generazione dell'Anno Nove, sottraendo 1968 da 1977, per sottolineare una frattura della continuitá e la difficoltá di fare paralleli e deduzioni). E non mi riferisco solo ai discorsi assembleari, ma ai comportamenti quotidiani, all'uso dell'ironia, di un linguaggio apparentemente dissociato, all'impiego di mezzi di massa, alle scritte sui muri, agli slogan, alla musica.

Apriamo a caso la radio e ascoltiamo una delle canzoni che i giovani oggi ascoltano, qualcosa di un cantautore qualsiasi. La prima reazione é che esso parli un linguaggio dissociato, fatto di allusioni che ci sfuggono: non ci sono "nessi logici" eppure non solo la canzone sta dicendo qualcosa, ma questo qualcosa riesce perfettamente familiare e convincente a un ragazzo di 14 anni. Dopo un poco si é assaliti da un sospetto: non appariva altrettanto illogica e dissociata agli occhi dei primi lettori sbigottiti una poesia di Eluard? O di Apollinaire? O di Majakovskij? O di Lorca? Una delle cose che maggiormente colpisce il professore (di universitá o di liceo) che si confronta con un'assemblea di studenti é che le richieste, i temi, le rivendicazioni del lunedí sono diverse da quelle del martedí. Dove il gruppo pare trovare una strana coerenza tra due pacchetti di richieste, la controparte si trova smarrita.

Il tutto avviene in base a poche impalpabili parole d'ordine, come se si fosse data una tacita e istantanea ricostituzione di codice comportamentale. Mi pare la stessa sensazione che provavano i primi lettori dell'Ulisse di Joyce: dopo che si erano adattati allo stile viscerale di un capitolo a monologo interiore, reagivano stupiti di fronte al capitolo successive costruito usando tutte le figure della retorica classica. Dopo aver capito alcune pagine in cui molti eventi venivano guardati da un solo punto di vista, non si ritrovavano piú in altre pagine in cui un solo evento veniva guardato da molti punti di vista. La cultura "alta" aveva presto capito e spiegato che ci trovavamo di fronte a modelli di laboratorio di una sovversione dei linguaggi, dove l'arte cercava di prefigurare uno stato di crisi e metteva in questione il soggetto umano. Il soggetto diviso, la dissoluzione della coscienza, dell'io trascendentale, la negazione del punto di vista privilegiato come parabola del rifiuto del potere, quante chiavi esplicative non si sono elaborate per spiegare un modello di nuovo linguaggio possibile che l'arte elaborava a livello di laboratorio? Sullo sfondo rimaneva la societá coi suoi codici consueti, coi suoi metalinguaggi garantiti, con i quali spiegava e giustificava le ragioni storiche di questi linguaggi in libertá. All'obiezione che essi non riflettevano la realtá sociale del momento, ci si richiamava alle famose disparitá di sviluppo che si manifestano tra struttura e sovrastruttura. La pratica eversiva dei vari linguaggi avrebbe dovuto prefigurare stati di disgregazione o di ricomposizione sociale e psicologica che magari, a livello dei rapporti economici, si sarebbero resi espliciti solo in una fase successiva.

Ora forse ci siamo: le nuove generazioni parlano e vivono nella loro pratica quotidiana il linguaggio (ovvero la molteplicitá dei linguaggi) dell'avanguardia. Tutti insieme. La cultura alta si é affannata a identificare i tragitti del linguaggio d'avanguardia cercandoli ormai dove si perdevano in strade senza sbocco, mentre la pratica della manipolazione eversiva dei linguaggi e dei comportamenti aveva abbandonato le edizioni numerate, le gallerie d'arte, le cineteche e si era fatta strada attraverso la musica dei Beatles, le immagini psichedeliche di Yellow Submarine, le canzoni di Jannacci, i dialoghi di Cochi e Renato; John Cage e Stockhausen erano filtrati attraverso la fusione di rock e musica indiana, i muri della cittá assomigliavano sempre piú a un quadro di Cy Twombly... Ci sono ormai piú analogie tra il testo di un cantautore e Céline, tra una discussione in un'assemblea di emarginati e un dramma di Beckett, che non tra Beckett e Céline, da un lato, e uno di quegli eventi artistici o teatrali che "L'Espresso" registra nella rubrica "Che c'é di nuovo". Il dato piú interessante é che questo linguaggio del soggetto diviso, questa proliferazione di messaggi apparentemente senza codice, vengono capiti e praticati alla perfezione da gruppi sino ad oggi estranei alla cultura alta, che non hanno letto né Celine né Apollinaire, che sono arrivati alla parola attraverso la musica, il dazibao, la festa, il concerto pop. Mentre quella cultura alta che capiva benissimo il linguaggio del soggetto diviso quando era parlato in laboratorio, non lo capisce piú quando lo ritrova parlato dalla massa. In altre parole l'uomo di cultura prendeva in giro il borghese che al museo, di fronte a una donna con tre occhi o a un graffito senza forma, diceva "non capisco cosa rappresenta".

Ora lo stesso uomo di cultura é di fronte a una generazione che si esprime elaborando donne con tre occhi e graffiti senza forma, e dice "non capisco cosa vogliono dire ". Ció che gli pareva accettabile come utopia astratta, proposta di laboratorio, gli appare inaccettabile quando si presenta in carne e ossa. Tra parentesi, si potrebbe trovare una ragione delle difficoltá che prova la sinistra tradizionale nel capire questi nuovi fenomeni, rilevando che é la stessa difficoltá che ha sempre provato a capire le avanguardie di laboratorio, opponendovi le ragioni di un sano realismo. Recentemente in una manifestazione di piazza gli studenti gridavano: "Gui e Tanassi sono innocenti, gli studenti sono delinquenti". Era una manifestazione provocatoria di ironia. Immediatamente un gruppo di operai per manifestare solidarietá ha ripreso lo slogan, ma traducendolo nei propri modelli di comprensibilitá: "Gui e Tanassi sono delinquenti, gli studenti sono innocenti". Gli operai volevano dire la stessa cosa, ma non potevano accettare il gioco dell'ironia e rielaboravano lo slogan in termini realistici. Non perché non fossero in grado di capire l'ironia, ma perché non la riconoscevano come mezzo di espressione politica.

Adesso bisogna ancorare l'ipotesi azzardata come ad alcune riflessioni correttive. Anzitutto ció che suggerisco non deve significare che la sperimentazione sui linguaggi ha provocato la nuova coscienza. Sarebbe un'ipotesi idealistica. Si tratta piuttosto di vedere come un progetto astratto e letterario di sovversione espressiva, dalla lingua al comportamento, si é incontrato da un lato con un processo di diffusione operato dai mass media dall'altro con una precisa situazione storica e economica in cui l'io diviso, il soggetto dissociato, la sindrome del senza patria e la perdita dell'identitá hanno cessato di essere allucinazione sperimentale e prefigurazione oscura e si sono trasformati in condizione psicologica e sociale di grandi masse giovanili. In questo quadro la nostra ipotesi deve comporsi con altre spiegazioni, perché da sola non basta. Ma si tratta di una ipotesi "politica", anche se si propone a livello di antropologia culturale. Lo studio antropologico delle strutture sociali e delle loro trasformazioni passa anche attraverso la lettura dei miti e dei riti.

Seconda correzione di tiro: fare questa ipotesi non significa fare del giustificazionismo ottimista. Non tutto quel che accade é giusto né é destinato al successo solo perché accade. Ci sono delle mutazioni che mettono in crisi la specie. Nel pianeta di cui si parlava, la comunitá poteva cambiare codice ogni giomo perché questa attitudine era iscritta nei circuiti genetici dei nativi. Ora, al di fuori della fantascienza, puó esistere una comunitá che cambia codice ogni giorno senza riferirsi allo sfondo dei codici sociali precedenti? Si puó eliminare la dialettica tra norma e violazione, facendo della violazione l'unica norma riconosciuta? puó esistere una ristrutturazione permanente che non si riferisca a un metalinguaggio col quale convenzionare anche le regole di ristrutturazione? Voglio dire, é psicologicamente, biologicamente sostenibile? Su questa domanda si dovranno confrontare i "nuovi barbari" dell'Anno Nove, mentre gli altri dovranno esser capaci di intendere non solo i termini della domanda ma gli eventuali meccanismi della risposta.

Naturalmente continuo a interrogare una metafora attraverso altre metafore. Forse é tutto quello che si puó fare in questo momento. O forse in questo esercizio della metafora si nasconde.I'ultima patetica astuzia della ragione che tenta di dare una forma stabile a un processo di transizione permanente. Ma si sa, ciascuno si porta dietro le proprie ossessioni.



(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )



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1997 www.lestintorecheamleto.net