Solo oggi, dieci anni dopo, mi propongo di riflettere in maniera approfondita sul processo collettivo che ha coinvolto e profondamente segnato una parte considerevole della mia generazione. In tutti questi anni ho provato un sentimento di repulsione a storicizzare il '77, a riesaminare quelle vicende politiche e culturali che culminarono nel marzo, perché esse influenzavano ancora in maniera troppo diretta le scelte ed i modi di essere delle persone che costituiscono il mondo della mia esperienza di socialitá.

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Io sono interessato a dimostrare qualcosa, e per la precisione la vitalitá culturale del messaggio piú profondo di quella esperienza. Un messaggio che vive inconsapevole nella crisi culturale della sinistra, nella problematica esistenziale dei giovani, nell'angoscia provocata dall'estinzione tendenziale del lavoro operaio, nella sottomissione alle leggi del mercato del lavoro intellettuale e creativo.

Voglio mostrare come nel '77 esistesse, in nuce, la consapevolezza di una trasformazione che oggi sommerge la vita, la cultura e l'attivitá nella transione postindustriale. Quello che é accaduto negli anni seguenti al maledetto biennio '79-'80 (l'anno della repressione che colpevolizza la cultura dei movimenti, e l'anno dei licenziamenti alla FIAT e nelle grandi fabbriche del nord) potrebbe essere visto come una impressionante perdita di memoria.

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Io credo che del '68 si debba ancora apprendere la lezione piú profonda. e che il '77 sia il punto di vista migliore per comprendere quella lezione.

Le decine di migliaia di giovani proletari che costituirono il movimento di autonomia creativa, altro non erano che l'avanguardia sociale dell'esercito del lavoro mentale, la figura sociale che costituisce la novitá piú importante nella transizione postindustriale che noi stiamo oggi in pieno vivendo.

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Il processo che, in Italia, si mette in moto negli anni successivi al '77, é in effetti descrivibile come la sussunzione del ceto produttivo e creativo formatosi nella cultura dei movimenti, e l'espropriazione della sua cultura da parte dei nuovi cicli produttivi legati alla telecomunicazione, alla moda, alla pubblicitá, all'informazione.

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(FRANCO BERARDI BIFO - Dall'introduzione a DELL'INNOCENZA, INTERPRETAZIONE DEL '77 - AGALEV EDIZIONE 1987).



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