Fuori dalla fabbrica.
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Qui nella seconda meta' degli anni Settanta, la trasformazione dell'assetto sociale si é presentata con un'accelerazione dei tempi e una concentrazione dei caratteri portanti - come precipitati tutti insieme e disvelati nella loro ambivalenza - tali da costruire un campo d'osservazione privilegiato.

Tutte le fratture, tutte le innovazioni, tutte le ambiguita' destinate a segnare la fase successiva - e ancora, alla fine degli anni Ottanta, lontane dal completo dipiegamento - compaiono all'improvviso sulla scena e si profilano con una nitidezza estrema quanto effimera. A impedirne la comprensione furono allora la stessa novita' del quadro e la conseguente inadeguatezza degli strumenti interpretativi, non la confusione o l'opacita' dell'immagine, che anzi non si é forse mai data con altrettanta sintetica precisione.

Negli anni che vanno dal 1976 al 1979, con un picco di visibilita' nelle rivolte del Settantasette, si consuma per intero la rottura con le consuetudini, le forme e le regole, gli imperativi, che avevano cementato un ordine sociale solido e longevo. Rottura radicale, messa teatralmente in scena dagli scontri tra occupanti e servizio d'ordine sindacale durante il comizio di Lama all'Universita' di Roma occupata, nel febbraio 1977.

In primo luogo, un sovvertimento e una sperimentazione linguistici che si rifanno apertamente alle avanaguardie artistiche, ne esasperano i caratteri di rifiuto e antagonismo e operano una traslazione di lite inquiete e insoddisfatte della borghesia colta al movimento di massa: con il Settantasette, la ricerca d'avanguardia diventa, in Italia, pratica diffusa e popolare.

In secondo luogo, l'esaltazione delle differenze, l'imposizione e la valorizzazione del proprio particolare punto di vista e della propria specifica esperienza di donna, giovane, marginale...

La tendenza si innesta anche da noi su un'omologazione gia' portata alle estreme conseguenze, muove partendo dall'indistinzione massima dello sfondo comune: segna comunque uno scarto inequivocabile rispetto a un sentire comune che dell'uguaglianza aveva fatto forse il vero principio-guida.

La centralita' del lavoro viene rinnegata attraverso il rifiuto di quell'etica dell'operosita' e della produzione che aveva accomunato i contendenti dello scontro sociale della modernita'.

Infine, nonostante gli slogan, il rapporto con la politica si misura in termini di pura sottrazione, un chiamarsi fuori da ogni progetto a lungo termine, sia esso affidato alla pratica paziente della mediazione politica oppure alla fiammata rigeneratrice di un ribaltamento complessivo.

In Italia, il Settantasette, é l'irrompere della cultura del ghetto, ma in una forma che ne mette in luce con maggiore chiarezza le ambivalenze, i limiti e le possibilita'. Sono gia' pienamente visibili gli elementi che il decennio seguente portera' all'egemonia, ma posti sotto una luce di antagonismo che poi si appannera' progressivamente fino a diventare invisibile, senza pero' sparire.

La ricerca linguistica scivola nella produzione mediale, nella televisione, nella musica, soprattutto nella pubblicita'. La valorizzazione delle differenze colora tutti i conflitti che si accendono negli anni Ottanta, ma assumendo spesso i caratteri di un miope corporativismo. Il rifiuto del lavoro dipendente finisce per rafforzare la disponibilita' a una microcompetivita' diffusa, alla guerra di tutti contro tutti. Il sottrarsi al gioco della politica rifluisce di frequente in una adesione inerte. Come fattori affermatisi solo al prezzo di sacrificare la tonalita' che ne aveva accompagnato e provocato la nascita, i linguaggi, i desideri, i tagli col passato e i rinnovamenti dei tardi anni Settanta colorano la contemporaneita', ma mutati di segno e valenza, trasformati da elementi di critica e disordine in potenti vettori di consenso.

Almeno a prima vista. La realta', come gia' nel caso del linguaggio del ghetto, é piu' sfumata e dove sembra di scorgere solo incondizionato adattamento bisognerebbe intravedere contrasto e ricchezza di possibilita'. Non soltanto perche' rimane inalterata una latente conflittualita', che, pur nascosta o lasciata inoperosa, rischia sempre di prendere il sopravvento e costituisce quel fondo di critica serrata del presente che é possibile avvertire in ogni messaggio pubblicitario, sia pure il pi bieco o banale, in ogni conflitto di categoria, fosse anche il piu' corporativo e settoriale, in ogni modello lavorativo senza padrone, anche nel piu' cinico e competitivo. Soprattutto, perche' il piano su cui si svolge lo scontro é uscito irreversibilmente modificato dagli anni Settanta.


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Ma se le forme del dominio mutano radicalmente, anche l'antagonismo sviluppatosi intorno alla meta' dei Settanta si articola intorno a obiettivi e secondo modalita' precedentemente inedite. Un esempio, piu' eloquente di qualsiasi teorizzazione: tra il 1978 e il 1979, la Fiat assume 15.000 nuovi operai, esattamente dieci anni prima, un'identica massiccia immissione di nuova forza lavoro aveva determinato l'esplosione autonoma della primavera, la durissima conflittualita' dell'autunno, la mobilitazione permanente e il crescere del contropotere operaio negli anni successivi. Ma questi sono operai tutti diverse, scolarizzati, con alle spalle anni di lotte sociali e una gia' maturata avversione per il lavoro salariato. Scioperano, ma ai cortei interni preferiscono la fuga dall'officina alla spicciolata, senza clamore. Il loro comportamento dentro le officine lascia a bocca aperta gli stessi militanti formatisi nel 1969. Lama e Romiti useranno per definirli lo stesso tono scandalizzato: sesso, droghe, mercatini, pagliacciate, scarsissima produttivita'.

Durante le rivendicazioni del 1979 i nuovi assunti mettono da parte tutte le forme di lotta interne alla fabbrica e spostano lo scontro nelle strade: ai picchetti sostituiscono i blocchi stradali, al posto della paralisi della fabbrica mettono quella della citta'. E in fabbrica, inevitabilmente, vengono sconfitti, appena un anno piu' tardi. Messi alle corde da una riconversione preparata silenziosamente nel corso di cinque anni e che puo' contare a fondo sullo spazio interno alla fabbrica per immettere nuovi macchinari, dislocare diversamente la forza lavoro viva, sfoltire la manodopera in modo da aumentare i vuoti che la dividono materialmente.

Ancora una volta, forse l'ultima, la parabola della Fiat racconta tutto. Una nuova figura che sceglie quasi istintivamente di muoversi direttamente nella fabbrica diffusa, nella citta'. Un comportamento che, anche nei momenti alti di conflitto, spezza ogni continuita' con le abitudini precedenti, abbandona ogni progettualita', ogni etica del lavoro, sia pure del lavoro CONTRO la fabbrica, per privilegiare il recupero immediato di spazio e di tempo. Un contropotere che si manifesta nella trasformazione della fabbrica in bazar, nella immediata liberazione dello spazio di lavoro, piu' che nella frontalita' dello scontro con i capi. Un movimento tutto interno agli orizzonti dell'esistente e insieme capace di immaginarlo, e subito dopo di praticarlo, come opposto a cio' che di fatto.

Un movimento impensabile in una dimensione per eccellenza industriale come la Fiat e quindi votato a sicura sconfitta dentro Mirafiori, da cui aveva tentato, nel suo unico anno di lotte, di uscire il piu' spesso possibile. Una indicazione possibile di quali conflitti attendersi fuori dalla fabbrica, nella metropoli.

(A.COLOMBO - LABORATORI DELL'INNOVAZIONE: I GHETTI URBANI da LA CITTA' SENZA LUOGHI - COSTA & NOLAN 1990).



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