Teoria del consenso e dissenso
culturale
Dopo il marzo bolognese la magistratura e la polizia si erano scatenate in una vera e propria caccia alle streghe attribuendo a quel movimento una struttura organizzativa che esso non aveva mai avuto. Nella ricerca di questa struttura inesistente, dapprima si arrestarono manifestanti e militanti di piazza, poi i redattori delle radio, poi i redattori di qualche rivista, e infine si perquisirono le librerie, le case discografiche, le case editrici.
Era la prima volta che in Italia l'apparato repressivo di Stato si scatenava in maniera simile contro tutte le forme di organizzazione della cultura. Come mai accadde una cosa simile? In primo luogo occorre ritornare al carattere particolare di quel movimento, il suo sostrato sociale non semplicemente studentesco, ma studentesco e lavorativo, e precario ed intellettuale insieme. Occorre ricordare che quel movimento era effettivamente un movimento di appropriazione delle diverse funzioni dell'agire intellettuale, una presa della parola che riconosceva la parola, il segno, l'immaginario come effettivo oggetto della lotta, della trasformazione, come effettivi strumenti di produzione
É dunque comprensibile che un simile movimento crescesse e si riconoscesse attraverso gli strumenti della comunicazione culturale, piuttosto che attraverso gli strumenti della comunicazione politica. La cultura non era piú uno strumento di lotta (come per le generazioni precedenti di rivoluzionari) ma era il terreno stesso della lotta.
Ma occorre tener presente anche un altro aspetto, che ci puó meglio spiegare come mai la repressione si scatenó contro la cultura. Si tratta della qualitá particolare dell'accordo di potere che il compromesso storico sanciva. Il compromesso rappresentava molte cose insopportabili: la compressione dei livelli salariali e il contenimento delle lotte operate, un indurimento delle misure di sicurezza, ma soprattutto rappresentava una forma di conformismo culturale veramente mortuario.
Questo era ció che piú profondamente colpiva: il conformismo e l'ipocrisia della cultura consensuale. I valori del produttivismo operaio e del rispetto per l'ordine si univano, e l'ortodossia classista si fondeva con il conformismo cattolico.
La cultura nazionale, che giá non aveva mai avuto una vocazione per l'ironia, manifestava una completa mancanza di spirito. La tendenza a scambiare le parole per realtá, le immagini per realtá, a prendere grevemente tutto alla lettera domina sia la cultura cattolica che quella comunista. Il movimento ribaltó del tutto la situazione: si proclamó una realtá delirante, si costruirono discorsi ed immaginari secondo un principio di proliferazione. Ogni luogo di enunciazione proiettava il proprio mondo immaginario attribuendogli una realtá soltanto comunicativa. Il potere rispose interpretando quegli immaginari come cospirazione. Ecco allora perché perquisirono tutte quelle case volanti, e si trovarono in mezzo a milioni di foglietti pazzi tra i quali persero la testa.
La seconda fase del dibattito sulla
questione intellettuale si svolse nel luglio '77, quando, a Parigi,
un gruppo di intellettuali prese posizione contro la repressione
che in Italia colpiva il movimento giovanile, e in particolare
le sue espressioni culturali e le sue strutture di informazione.
La sollecitazione degli intellettuali francesi costrinse la cultura
italiana a prender posizione: o dalla parte dello Stato oppure
dalla parte di un'eversione dipinta dalle forze politiche istituzionali
(e particolarmente dal Pci) con le tinte del "diciannovismo"
con riferimento alla nascita del fascismo.
Si veda il dibattito fra Leonardo
Sciascia e Edoardo Sanguineti, pubblicato dall'"Espresso"
con il titolo Dialogo fra una sentinella e un eremita:
Sanguineti: Ma oggi il vero problema da affrontare é quello del disordine pubblico. Il partito e la classe devono assumersi la responsabilitá di una diversa gestione dell'ordine pubblico, se non vogliono ripetere i vecchi errori della sinistra italiana che non capí che di fronte all'emergere della violenza fascista l'unica soluzione era impedire il deterioramento dello Stato.
"L'Espresso": Allora oggi il dissenso é piccolo borghese e fascista?
Sanguineti: Si.
Sciascia: Mi sembra una definizione
troppo comoda. Il dissenso in Italia viene da una parte della
popolazione che si sente emarginata, fuori ruolo. É un
disagio non solo piccolo borghese, ma anche operaio e popolare.
Nel complesso gli intellettuali italiani non accettarono il ricatto: pur manifestando posizioni differenziate, la cultura italiana assunse una posizione critica ed antistatalista; da quel momento, infatti, comincia la crisi del compromesso storico e anche la lunga crisi di identitá dell'intellettualitá comunista (che ancor oggi si svolge). Una sintesi delle posizioni che allora si manifestarono puó forse aiutare a meglio comprendere il senso di quella crisi e anche la formazione di un'area intellettuale che si defini "del dissenso", e che produsse un processo di critica libertaria dello statalismo, ma anche un'ambiguitá sostanziale riguardo al destino produttiva della funzione intellettuale.
La posizione del Pci si delineó con nettezza attraverso interventi come quelli di Asor Rosa. Egli scrive ad esempio, "quel consenso verso la Repubblica si fonda presso le masse operaie e popolari esattamente sul convincimento, che noi comunisti garantiamo, che questa Repubblica sarebbe stata la forma istituzionale per una sempre pia ampia partecipazione del popolo alla guida dello Stato"."
Viene cosi esclusa e negata la legittimitá di ogni movimento che abbia altri orizzonti (non necessariamente opposti, ma altri, diversi rispetto al consenso repubblicano). E gli intellettuali sono infatti chiamati a contribuire "nel concreto" a realizzare questo consenso che poi, in realtá, doveva essere consenso verso il compromesso storico, verso l'accordo di regime fra comunisti e cattolici.
E agli intellettuali incerti o recalcitranti
Giorgio Amendola rivolgeva I'accusa di viltá: chi non accetta
di lavorare per convincere la gente, gli studenti e gli operai
ad accettare I'autoritá dello Stato (dello Stato che in
quegli anni uccideva nelle strade impunemente e si preparava a
lasciar via libera all'offensiva padronale dei licenziamenti)
era qualificato da Amendola di vigliaccheria e di nikodemismo
(vedi piú avanti la sua intervista con G. Corbi).
La brutalitá dell'invito comunista a collaborare, unito alla violenza con cui i movimenti di protesta venivano aggrediti dalle forze dell'ordine e da tutti i poteri dello Stato, spinse molti intellettuali a porsi in posizione critica. Ecco allora che Sciascia si dimise dalla carica di consigliere comunale di Palermo dove era stato eletto con i voti dei comunisti ed affrontó la questione posta da Amendola, rompendone la mistificazione e cogliendola in altra forma. Su "La Stampa" del 9 giugno, in un articolo intitolato Del disfattismo, della carne e di altre cose, Sciascia scriveva: "Converrebbe usare parole meno gravi che paura e coraggio. Per quel che Amendola mimetizza nel suo discorso conformismo e anticonformismo vanno senz'altro meglio. Se ti conformi a quello che facciamo, sei un coraggioso. Se osi dissentire, sei un vile, il che, detto dal vertice di un partito che entusiasticamente si affaccia alla democrazia ed al pluralismo, una certa impressione la produce; e cioé la controproduce".
In effetti in quella polemica stava cominciando la crisi profonda che negli anni seguenti avrebbe investito in pieno la cultura comunista. Riducendo la funzione intellettuale al consenso costruttivo e all'amministrazione dell'esistente il Partito comunista perdeva credibilitá di fronte ai nuovi ribelli (e questo era messo nel conto, perché il Pci andava provocatoriamente contro ogni forma di lotta autonoma, operaia, e studentesca). Ma perdeva credibilitá anche nei confronti dei ceti intellettuali sui quali faceva affidamento, e che in effetti, negli anni seguenti, avrebbero trovato nuove forme di identitá, nell'area del dissenso, in parte, o al servizio di un efficientismo new look-neo liberista, o di un variegato schermo di posizioni di disimpegno e di superficialismo.
Nel dibattito fra Sciascia e Sanguineti giá citato, il poeta genovese, consigliere comunista nella sua cittá, se la prende con quella che secondo lui é una "metafisica della negazione": "Sciascia fa appello ad una politica creativa, ma a me sembra che si tratti invece di mancanza di volontá costruttiva. Mi preoccupa che, nel momento in cui la classe dei lavoratori ha la possibilitá di accedere alla responsabilitá della gestione ci siano intellettuali che per nostalgiá della protesta rifiutano di compromettersi".
Ma la posizione del Pci - che andó a questa battaglia credendo di poter facilmente sgominare qualche migliaio di "untorelli" (come Berlinguer definí il movimento autonomo del marzo), e si trovó invece di fronte una risposta molto ampia, di tutti coloro che non accettavano una svolta corporativa e autoritaria dei ceti garantiti e tradizionalisti - non basta a spiegare quel che accadeva in quel momento.
Per analizzare in modo piú compiuto la svolta che si delineava, Federico Stame propose il concetto di "democrazia autoritaria". In una intervista concessa a "Il manifesto" ed intitolata La democrazia si chiude nelle istituzioni e diventa autoritaria Stame afferma: "Piú che dare un giudizio sulle ultime scelte politiche del Pci penso che sarebbe utile affrontare la questione a monte. É in corso la formazione di un regime maggiormente autoritario che possiamo chiamare "democrazia autoritaria". Non significa abolizione delle libertá politiche e del sistema di libertá. All'interno di quest'ultima peró le tradizionali libertá e lo stesso funzionamento del sistema subiscono una curvatura in senso autoritario".
Molto giustamente Stame indicava in questo processo un "ritardo", e denunciava un'incomprensione, da parte del Partito comunista, dei "fenomeni attuali della societá capitalistica". Il Pci pretendeva di rafforzare il consenso verso la societá esistente, proprio mentre il sistema capitalistico andava verso una crescente flessibilitá, e una dislocazione dei centri reali del potere dalla sfera della politica verso la sfera della comunicazione e della societá. "Il Pci fa quest'errore strategico perché ha una concezione della democrazia non adeguata ai fenomeni attuali della societá capitalistica. Tende a risolvere i problemi dell'organizzazione dello Stato e della regolamentazione del conflitto di classe soltanto come problema di rappresentanza della classe operaia all'interno delle istituzioni, mentre non si rende conto che proprio questa situazione politica prepara una drastica riduzione delle possibilitá di movimento della stessa classe operaia organizzata, come anche di quel gruppi non organizzati nei partiti che sono un elemento molto importante nel tenere aperta la dialettica fra Stato e societá civile, tra i livelli di mediazione politica e le istanze, i bisogni che emergono dalla societá non istituzionale".
Le posizioni espresse da Stame avrebbero avuto sviluppi molto importanti negli anni seguenti, giungendo a costituire la base per quell'aggregazione di forze intellettuali antiautoritarie e garantiste che finirono per far da supporto all'operazione neoliberista craxiana, per togliere l'iniziativa dalle mani del Pci, e per mescolare politica libertaria e cultura yuppie-liberista che costituisce il colore particolare degli anni Ottanta italiani.
Da questa breve ricostruzione dovrebbe risultare la debolezza e la forza delle posizioni che diedero vita ad un'area variegata e difforme che possiamo identificare come dissenso. In quest'area convivevano l'istanza etica dell'indipendenza della cultura dal potere (che Jean-Paul Sartre ribadí in una bellissima intervista a "Lotta Continua", a settembre) e una vocazione efficientista che voleva rompere la concezione rigida e anacronistica dei comunisti e dei democristiani. Certamente, alla lunga, fu quest'ultima posizione che ebbe il sopravvento, o almeno riuscí a determinare effetti politici piú consistenti.
Negli anni seguenti, infatti, la
cultura venne destinata all'ineffettualitá e al culto delle
superfici (e in questo si gingilló il ceto comunista niccoliniano,
meno vetero di quello amendoliano, ma piú vacuo e inconcludente,
e alfine non meno disastroso). E al contempo, mentre la cultura
ufficiale veniva ridotta ad intrattenimento, allestimento, adornamento
ed adescamento, le leve di massa del lavoro intellettuale venivano
assorbite dentro la macchina produttiva asservita ad un nuovo
ciclo capitalistico della informazione, della comunicazione e
delle nuove tecnologie. Il dissenso che si era manifestato come
affermazione di indipendenza dal potere politico non aveva saputo
prevedere la necessitá di una resistenza al potere economico.
E cosí le motivazioni libertarie divennero facilmente premessa
per la deregulation culturale e per l'asservimento della funzione
intellettuale ad un nuovo dominio, meno greve ma piú pervasivo
e crudele
Alcuni segnali di consapevolezza dei pericoli che stavano maturando, al di lá dell'alternativa fra consenso e dissenso, si manifestarono nel corso di quel dibattito. Ma la voce che forse pose il problema aperto nei termini piú radicali e lungimiranti mi pare che fosse Gianni Scalia: "Il dissenso é il sintomo sia della contraddizione insuperabile della societá capitalistica, sia della crisi della opposizione, della rappresentanza degli oppressi e degli sfruttati; sia della necessitá di una nuova critica, di una nuova rappresentanza, di forme e strumenti nuovi di lotta generale di classe. Il dibattito é ormai diventato radicale e non puó che continuare. Non é piú tempo di dibattiti sui rapporti fra cultura e politica, fra intellettuali e partito. É il tempo delle domande ultime, filosofiche. Dunque il marxismo é giunto a questo punto di auto-occultamento? Dunque le parole d'ordine devono essere quelle di sempre: l'accettazione della finalitá della produzione e del consumo capitalistici, del sistema di proprietá di classe e dello Stato; la realizzazione delle possibilitá tecnologiche dello sviluppo e del dominio e controllo generale della tecnologia, l'organizzazione del consenso trans-classista, a queste finalitá? Non é piú lecito essere pessimisti, disperare del capitale, per essere ottimisti, e sperare nella trasformazione radicale?
Dobbiamo accettare questa lingua
dei piú, questo supremo conformismo ideologico?".
(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI -
L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )