Elvio Fachinelli: Spari e silenzio
Dalla lunga polemica nei confronti degli "intellettuali" francesi e italiani, che ha percorso la stampa di luglio, é forse possibile oggi trarre alcune considerazioni critiche, che potrebbero sollecitare la riflessione anche di altri.
1) Si é potuto toccare con mano la quasi assoluta impossibilitá a far percepire 1'esistenza di una posizione democratica coerente nel momento e nel punto in cui entra in gioco, direttamente o indirettamente, il terrorismo. La faccia di Pajetta alla televisione é stata vista da tutti, e le espressioni di questa faccia, rivolta all'avvocato Cappelli o allo studente Branchini, hanno dato, io credo, la misura fisica di questa impossibilitá. Eco notava tempo fa che chi si assume la difesa di un terrorista é assimilato al terrorista. Rispetto all'osservazione di Eco, oggi il cerchio sembra essersi allargato: "complice obiettivo" delle BR é stato considerato, da un deputato democristiano, anche chi ha sottoscritto i referendum radicali. Fino ad arrivare all'ammucchiata di un recente commento dell'Unitá alla trasmissione di Biagi, che mette insieme un "variegato schieramento": "dai "non violenti" di Pannella ai patrocinatori delle Brigate Rosse, agli esaltatori dei saccheggi di Bologna.
Il modello di tale atteggiamento é stato fornito in questo periodo dal ministro Cossiga, il quale ha piú volte e fermamente riprovato ogni atteggiamento di "comprensione" nei confronti del terrorismo, chiedendone a gran voce lo "sradicamento". Il termine "comprensione" é abbastanza ambiguo e tale da coinvolgere, per chi ascolta, sia la solidarietá vera e propria nei confronti delle BR, sia lo sforzo di comprensione politica e intellettuale della grave realtá quotidiana che si viene formando nel paese. Non é difficile immaginare quanto possa risultare dannoso, non soltanto all'intelligenza critica, ma alla stessa azione politica, un tale metodo. L'approfondimento del reale, in questo settore, é sconsigliato, anzi condannato; consigliato - e praticato - é invece un procedimento di tipo semi-magico, dettato dallo smarrimento, in base al quale chi si avvicina o parla o comunque si occupa di un certo fenomeno ne diventa responsabile. Al posto dell'intelligenza rivolta alla realtá, si tende a instaurare un tabú su certi settori della realtá. Ma questo tabú finisce per colpirla tutta.

2) Tale atteggiamento non potrebbe avere successo, come di fatto ha finora, se il fenomeno del terrorismo non fosse stato sottoposto preliminarmente a un processo di isolamento, in base al quale esso compare in uno spazio e in un tempo deserti, senza precedenti né relazioni significative con il resto della realtá italiana, é la "violenza" allo stato puro, accecante, dei titoli dei giornali e delle foto alla televisione. Questo isolamento spettacolare del terrorismo é operato meccanicamente dai mass media, che puntano sugli aspetti visivi, immediatamente visibili, delle situazioni. É chiaro peró che questo isolamento non potrebbe avvenire, se non ci fosse giá una netta preponderanza dell'aspetto spettacolare nelle azioni delle BR, che é tale da rendere spettatori, prima spaventati, e poi annoiati, la grande maggioranza degli italiani. Si prenda per esempio la recente serie di "spari alle gambe": il sinistro "avvertimento" di stampo mafioso é diventato in breve un genere di telefilm, iterativo e monotono. Insomma i terroristi, partendo da un copione scritto di stile ottocentesco, hanno incontrato i mass media.
Una macchina curiosa di tutto ció che avviene appena fuori campo e che li ha quindi eletti a protagonisti. Non si sono peró accorti che una macchina carnivora.
Ora, anche di fronte a questo spettacolo terroristico, l'intelligenza mantiene il gusto di stabilire maglie di relazioni, nessi evidenti e meno evidenti. Non si accontenta di istantanee. Si chiede, come Bulgakov nella famosa commedia, da quali esperimenti sballati - o, in questo caso, da quali inerzie, da quali omissioni, da quali sonni politica travestiti da storiche meditazioni - nascono queste uova terroristiche. Si chiede se il terrorismo non sia per esempio, oltre che causa, anche conseguenza della situazione attuale. É da queste domande - e non soltanto dal sinistro variare dei programmi con pistole - che essa deduce l'urgenza delle proprie azioni.
3) In questo contesto si inserisce un singolare fenomeno: la "voce unica" con cui la stampa italiana, nella sua quasi totalitá, ha condannato, perlomeno all'inizio, le iniziative francese e italiana contro la repressione del dissenso.

Senza voler entrare nel merito della condanna, importa qui rilevare che, in questa occazione, il commento, che giá normalmente prevale sulla notizia nei giornali italiani (cfr. M. Dardano, Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, 1976) ha assunto un rilievo enorme, mentre la notizia cui si riferiva (vale a dire, le dichiarazioni francese e nostra) letteralmente non é comparsa. Come é noto, i testi, trasmessi a tutti i giornali attraverso le agenzie di stampa, sono stati pubblicati soltanto da "Lotta Continua". Non dunque "i fatti separati dalle opinioni", come recita il sottotitolo di uno dei piú diffusi settimanali italiani, ma le "opinioni" senza i "fatti"! Questo movimento univoco, generalizzato, istantaneo, merita molta attenzione e mi sembra un indice di quello stato di guerra non dichiarata che tende a pervadere le strutture istituzionali italiane. A questo proposito ho letto giorni fa su "l'Unitá", in un articolo di L.Lombardo Radice, una frase da far venire i brividi. ""Siamo in guerra", argomenta qualcuno, "e in guerra quello che conta é colpire i nemici"". All'autore, che ignoro, di questa frase e a Lombar do Radice, che accetta di essere in guerra, purché democratica, vorrei chiedere: vi rendete conto che la guerra di cui partate con tale tranquillitá potrebbe essere la guerra civile?
Il corteo di sciovinismo strisciante che, nei modi piú diversi, dai piú sottili ai piú rozzi, ha accompagnato il coro andrebbe visto nello stesso senso. Forse é inutile ricordare che questo tipo di reazione non é tipico dell'Italia, é anzi raro nel nostro paese. Ed é abbastanza affine alla reazione della stampa tedesca di fronte alla iniziativa di Sartre di visitare in carcere i componenti della Baader-Meinhof: una reazione che fu allora deprecata con vigore da quasi tutta la stampa italiana. Evidentemente, se si verifica qui, ora, nel nostro paese, una reazione affine, si é costretti a pensare che una modificazione in profondo é in corso, una sotterranea preparazione alle armi di cui sembra il caso di occuparsi.
4) Un fatto non notato finora: tutta la polemica, avviata da alcuni "intellettuali", é stata di fatto in gran parte condotta da giornalisti. Gli intellettuali, nel senso umanistico tradizionale, intervenuti finora, hanno in generale dato contributi in piú, non determinanti dal punto di vista del dibattito. Chi ha risposto vivacemente, nel modo sorprendente di cui si é detto, é stata l'intera rete dell'informazione. Essa é stata evidentemente colpita in alcuni dei suoi assunti di base: il pluralismo delle voci, la coesistenza piu o meno pacifica di tutte le opinioni, I'assenza di "repressione". É vero che, in questa situazione di allarme, la struttura dell'informazione ha tranquillamente contraddetto tali assunti, rivelandosi a tratti una macchina per parlare di altri e al posto di altri. In ogni caso peró, questo generale "silenzio stampa" nel piú assordante clamore é servito a rivelare a molti giornalisti un aspetto significativo del loro lavoro dentro la struttura autoritaria dei giornali, li ha messi di fronte a scelte e responsabilitá del tutto specifiche. Quando un giornalista fa al suo direttore la proposta di occuparsi del "dissenso" e si sente tranquillamente rispondere: "Eh giá, perché anche tu sei del dissenso", esperimenta sulla propria pelle quel contagio semi-magico di cui parlavo all'inizio, quel processo di marcatura che diventa netto e violento nelle situazioni tese. In piú, peró, é portato a riflettere direttamente e in prima persona sulla sua posizione, sul suo ruolo subordinato/insubordinato in una situazione ben definita.

Ora, questo ha significato, e non soltanto per i giornalisti, l'uscita per un momento dai discorsi generici sugli "intellettuali" e il loro ruolo rispetto alla Classe, rispetto al Partito... É senza dubbio uno dei dati positivi della polemica di luglio. Tutta un'interpretazione letterario-umanistica degli intellettuali e della loro influenza sul Moderno Principe - tutti quel discorsi dei mesi scorsi nei quali era cosí facile scorgere, sotto la pallida luce della richiesta di "garanzie" il rapporto cortigiano dei posti e delle carriere garantite "teologicamente" - tutto ció é stato per un momento scardinato e messo da parte.
Per una volta, migliaia di "intellettuali" sono stati costretti a porsi il problema della loro connessione/sconnessione con le strutture normative della societá di cui fanno parte, in modo diretto, preciso, fuori dal riparo dell'ideologia e senza i conforti di alcuna religione.
(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )