Toni Negri: La sconfitta del '77

In Italia il '77 é la seconda fase del '68. In tutti gli altri paesi europei il '68 si é esaurito in fretta, praticamente tra la fine del '67 e il principio del '69. In Italia invece il '68 fu l'inizio di un periodo estremamente intenso in cui la lotta di classe, contestazione studentesca e reinvenzione del modo di vivere (le comuni, la liberazione femminile, ecc.), per condizioni del tutto particolari, trovarono una loro continuitá. Credo che ció sia dipeso dal fatto che in Italia siamo partiti da una situazione estremamente arretrata. L'insieme delle istanze di liberazione, di emancipazione, era bloccato da contraddizioni fortissimame e rigidissime. Il movimento é stato quindi costretto a muoversi su questo terreno e a liberarsi da quelle determinazioni iniziali.

Occorre inoltre insistere sul fatto che nel '68 la presenza di un certo comunismo all'italiana, cioé di un socialismo primario e conservatore permeante la vita quotidiana, era evidente ed importante nel movimento. Da questo punto di vista i libretti rossi leninisti, maoisti, trotskisti, cheguevariani sono stati dei testi fondamentali, molto piú di Marcuse o della scuola di Francoforte, molto piú di tutta una serie di motivi culturali diversi e piú avanzati che giá vivevano per esempio nel movimento francese o tedesco.

Il movimento italiano é stato a lungo condizionato dal movimento operaio ufficialee le proteste contro il revisionismo nascondevano appena il legame ombelicale che, diversamente da quanto avveniva in altri paesi, legava il movimento all'universo ideologico e organizzativo del mondo socialista.

Ora, quasi immediatamente il movimento é stato obbligato a liberarsi da queste prime determinazioni, e ad esasperare e a bruciare, dentro questa esasperazione, il suo rapporto con il movimento operaio.

Ma é stato proprio questo passaggio di approfondimento critico e di crisi del rapporto con il movimento operaio ufficiale che ha prodotto una serie di effetti estremamente importanti, che hanno reso la sutuazione italiana degli anni Settanta un laboratorio sociale e politico eccezionale. Per dirlo in parole povere, alla fine del '68/'69, il movimento si é trovato ad avere un'udienza di massa veramente consistente, una fortissima penetrazione nei luoghi di lavoro, una metodologia di lavoro politico e culturale estremamente raffinata, e un insieme di mezzi materiali per il proprio sviluppo, malgrado tutto, versatile e ricco C'erano tre quotidiani, decine e decine di riviste, case editrice che lavoravano per il movimento, un numero imprecisato ma consistente di sedi e luoghi di organizzazione politica ecc.

Tutto questo ha permesso al movimento (al di 1á di quella che é stata la vicenda spesso risibile delle sue direzioni politiche) di radicarsi socialmente in maniera del tutto ignota agli altri paesi europei. Se infatti negli altri paesi europei il '68 ha continuato a condizionare i movimenti sociali e istituzionali da un punto di vista culturale (e/o clandestino terroristico), come forza sociale esso é stato assai meno forte.

In Italia invece - unico paese d'Europa - il movimento si é affermato come forza sociale per un lungo periodo, sviluppando un potenziale che é venuto man mano mostrando interamente il significato dell'innovazione storica del '68.

Questa innovazione ha riguardato la scoperta del terreno dell'autonomia, la rottura del sistema dei partiti, la liquidazione del socialismo, la proposizione di tematiche comuniste, la critica concreta al lavoro salariato. Tutto questo ha rappresentato il contenuto dell'immaginazione al potere, ed é stato sviluppato lungo un decennio.

Il '77 é l'ultima data dentro la quale questo processo viene compiendosi, un processo perció di rottura ma soprattutto di continuitá, work in progress.

Il rapporto tra '68 e '77 é un rapporto intimissimo ma nello stesso tempo estremamente differente perché la polemica stringente che nel '68 si apre tra movimento rivoluzionario e movimento operato ufficiale nel '77 si risolve in rottura irreversibile.

Il movimento del '77 ha una forza assolutamente innovativa. Nel '68, al di 1á delle parole, nella realtá l'approfondimento della critica culturale, la modificazione dei sistemi di vita, la costituzione di comunitá restavano dichiarazioni di intenti, spesso ineffettuali: tutto questo nel '77 diventa realtá.

L'autonomia sociale del movimento viene scoperta e sviluppata negli anni che vanno dal '68 al '77, ma si realizza come fenomeno di massa solo nel '77. Il '77 é l'invenzione di una politica di tipo nuovo, politica di base, completamente trasversale, esercizio diretto di contropotere. É anche una prima acquisizione degli strumenti di comunicazione di massa, subordinate all'iniziativa rivoluzionaria. Mi sembra che Il discorso sul rifiuto del lavoro possa rappresentare la vera ambivalenza del rapporto '68/'77. Il discorso sul rifiuto del lavoro rappresenta insieme la continuitá, 1'esasperazione e il superamento della critica socialista del lavoro: in ció consiste la sua ambiguitá.

Ma in ció consiste anche la sua ricchezza, perché se I'allusione diretta al comunismo lo stacca dall'ideologia socialista del lavoro, la necessitá di costruire una nuova realtá sociale, un potere, un modo nuovo di lavorare lo unisce ai contenuti positive di un'utopia di emancipazione. Diventa cosi chiaro che il rifiuto del lavoro deve scoprirsi come qualche cosa di positivo, di attivo, nel senso della costruzione di un insieme di relazioni, di idee, di forme di produzione e riproduzione

E da questo punto di vista il rifiuto del lavoro é stato interpretato non riduttivamente dal '77. Tuttavia ció non é bastato a togliere un grosso problema che ci si é trovati davanti al margine e al limite del rifiuto del lavoro: questa utopia positiva non riusciva a precisarsi come programma politico. Il pericolo era grande perché c'era la possibilitá che qui si reintroducessero, come si sono reintrodotti, elementi di stalinismo e pulsioni terroristiche. Voglio dire che quando si arrivava lí e ci si chiedeva: che cosa facciamo? e si scopriva che non c'erano modelli prefahbricati, non c'era programma, era facile che si reintroducesse dalla finestra un certo tipo di vecchio socialismo, dopo che era stato buttato fuori dalla porta.

Si doveva invece seguire la via dell'alternativa sociale, con rigore e coerenza. Il discorso sul rifiuto del lavoro andava modificato, corretto, sviluppato non solo contro ogni scorciatoia terroristica e contro il riapparire di temi dell'ideologia socialista: esso andava studiato dentro le nuove condizioni della ristrutturazione del modo di produzione (automazione, informatica) coniugato con le esperienze di autovalorizzazione, con quella cioé che é l'autodeterminazione dei soggetti politici nuovi. Con ció arriviamo ad un altro discorso fondamentale del '77, un discorso che ancor oggi é attuale e che parte dalla constatazione del fatto che i giovani e in generale lo strato dei lavoratori, di operai che erano emarginati, tagliati fuori dallo sviluppo produttivo non volevano piú reinserirsi nel vecchio sistema produttivo ma volevano rappresentarsi in maniera adeguata dentro un nuovo modo di produzione.

Quindi, quando si parlava di rifiuto del lavoro era giustissimo intenderlo in quanto rifiuto del "lavoro di fabbrica" (cosí come noi l'avevamo visto affermarsi in Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta fino al '68) ma dall'altra parte si dovevano sottolineare almeno due nuove condizioni: che ci si trovava, in primo luogo, di fronte alla terza rivoluzione industriale e che per il momento essa aveva semplicemente 1'effetto di una emarginazione di massa; in secondo luogo che ci si trovava di fronte (ed era cosa ancora piú importante) ad un nuovo soggetto che aveva le caratteristiche di una forza-lavoro inventiva, creativa, intellettuale, totalmente astratta: un soggetto che poteva produrre solo entro nuove condizioni del sistema sociale economico industriale, un soggetto sociale rivoluzionario. Il tema del rifiuto del lavoro é stato, dunque, e resta ancora, una leva formidabile perché porta con sé tutta una serie di rivendicazioni, dalla riduzione dell'orario di lavoro al tema del salario sociale o politico fino alla ristrutturazione intera della giornata lavorativa sociale, fino alla politica della spesa pubblica, e le lega ad una forte allusione al comunismo.

Attorno al tema del rifiuto del lavoro ci sono allora una serie di nuove dimensioni problematiche che si aprono: bisogna riuscire a capire che cosa é il comunismo, fino in fondo, non semplicemente come riorganizzazione di un modo capitalistico di produrre (che resta tale anche se la gente lavora due ore al giorno). Il problema era ed é quello di inserire delle finalitá, una razionalitá diversa nel modo di produzione: questi sono temi che nel '77 erano del tutto evidenti e presenti.

Ma non basta avere questi temi davanti agli occhi. Noi siamo stati probabilmente sconfitti dall'incapacitá di produrre un nuovo modello sociale dall'interno del rifiuto del lavoro, di collegare alla nostra pratica un programma. Siamo stati sconfitti per mancanza di estremismo intellettuale. Coerentemente estremista é stato invece l'avversario che ha utilizzato le nuove possibilitá produttive per isolarci, emarginarci e distruggerci.

Oggi ci si trova di fronte al medesimo problema, e cioé al fatto che l'informatica e il sistema dell'automazione diventino una specie di taylorismo perfezionato e che le nuove macchine, invece di darci piú libertá, organizzino anche la forza-lavoro intellettuale (macchine automatiche, macchine informatiche, la robotizzazione) e aumentino il grado di sfruttamento. Tutta la nuova organizzazione del lavoro é volta, nella terza rivoluzione industriale, al risparmio di lavoro vivo in fabbrica e al recupero del lavoro vivo nella societá. Il problema del comunismo oggi é quello di capire che cosa vuol dire rovesciare questo uso delle macchine. É un problema complesso e non é certo la concezione leninista del problema dell'organizzazione che ci aiutera a risolverlo.

Quella concezione ci conduceva al solo programma del sabotaggio. Un misero programma. Sabotaggio era andare contro alle macchine che c'erano. Non si riusciva invece ad inventare un metodo per sabotare le macchine future: ed é stato su questo che abbiamo perso. Sul fatto che la nostra fantasia, la nostra immaginazione del sabotaggio non riuscisse ad andare al di lá dell'esistente. Ed era quasi inevitabile che il terrorismo, su questo snodo, apparisse una teoria della scorciatoia nell'approfondimento della tematica dell'organizzazione, una pratica opportunista di semplificazione o fuga dai problemi strategici.

Ma cerchiamo di comprendere come, su qualche punto centrale, il '77 non sia tanto la conseguenza e il completamento del '68, quanto piuttosto l'anticipazione di quei problemi che oggi costituiscono l'oggetto delle lotte e che si propongono alla critica trasformativa. É forse utile allora osservare come la forma della fabbrica si sviluppa e si impone oggi in termini sociali, e cioé in termini di unificazione, organizzazione, disciplinarizzazione del lavoro socialmente diffuso. La costituzione di questo processo unitario - ed esteso quanto é estesa la societá - é divenuta possibile per il fatto che la societá é resa completamente trasparente dai flussi di comunicazione. É attraverso i canali della comunicazione che la produttivitá sociale viene risucchiata e il sapere collettivo messo a disposizione della produzione. Tanto piú quanto questo sapere é alternativo, di base, spontaneo: tanto piú se esso é il frutto del "rifiuto del lavoro" di fabbrica. Bisogna ormai rappresentare la societá come un libero insieme di flussi di comunicazione che rappresentano posizioni e figure del lavoro sociale: ora, il potere vuole organizzarli, ridurli ad una propria disciplina, assorbirli e riprodurli come informazione. In ció consiste lo sfruttamento, oggi, Di conseguenza, la nuova forma di organizzazione e di liberazione proletaria deve passare attraverso la riappropriazione della comunicazione sociale. Il problema delle lotte contro lo sfruttamento é oggi quello della lotta contro 1'esproprio della comunicazione e l'organizzazione capitalista dell'informazione.

Ora, nel '77, nel movimento la sensibilitá a questa tematica c'era ed era anche molto sviluppata: ma anche in questo caso in maniera ambigua. In realtá abbiamo confuso la democratizzazione della comunicazione con vaghe pretese di libertá (ben concrete solo dal punto di vista capitalistico) la riappropriazione dell'informazione con la sua modernizzazione. Ci siamo mossi secondo una teoria dei due tempi - prima la liberalizzazione, poi la democratizzazione - che era la concezione certamente piú lontana ed estranea ai comportamenti dell'autonomia Sicché ci siamo fatti giocare completamente, siamo diventati la causa della liberalizzazione dell'etere, i produttori, quindi, delle forme piú scandalose di esproprio del sapere e di inculcamento delle teorie di regime. Siamo stati noi nel '77 ad avere determinato Berlusconi, questa é la realtá. Non abbiamo fatto fino in fondo nel '77 una battaglia per la riappropriazione pubblica di base dell'informazione. in questo modo abbiamo posto le condizioni di una sconfitta piú generale. La battaglia sull'informazione era infatti una parte di quella che contemporaneamente si stava svolgendo attorno alla nuova organizzazione della comunicazione sociale, vale a dire della produzione sociale. Questo era il tema sul quale avremmo dovuto impegnarci. Invece fu quello sul quale i padroni ristrutturarono le grandi fabbriche e la Fiat soprattutto. Svuotavano le fabbriche non tanto degli operai, quanto dell'organizzazione operaia. Se poi l'organizzazione operaia era autonoma, di base, e coincideva con la maggioranza degli operai, allora i padroni mandavano tutti a casa. Come continuare a produrre? Attraverso la riorganizzazione del territorio attorno alla fabbrica, e l'utilizzo del lavoro socialmente diffuso in primo luogo; in secondo luogo, attraverso I'automazione della produzione in fabbrica. Entrambi questi obiettivi (informatizzazione del sociale, automazione delle fabbriche) vedevano come presupposto I'assoggettamento della comunicazione sociale e scientifica al progetto del padrone. Ricordiamocil ad esempio quello che é avvenuto alla Fiat, questo esemplare polo della lotta di classe in Italia: qui abbiamo perso dopo dieci anni di lotte, fra il '79 e l'81, prima con la liquidazione dei 61 (simbolicamente, I'attacco e 1'espulsione delle avanguardie rivoluzionarie furono contemporanei al 7 aprile) e poi, un anno e mezzo dopo, con la marcia dei 40.000 contro gli scioperanti.

Ma anche alla Fiat in realtá eravamo stati noi che avevamo dato il via all'automazione spinta e a un certo utilizzo padronale della comunicazione sociale. I padroni, alla Fiat, avevano prodotto sistemi moderni di robotizzazione che stavano sperimentando fin dal principio degli anni Settanta. Essi rappresentavano una conseguenza delle grandi lotte degli anni Sessanta, il prodotto del rifiuto del lavoro e una risposta al primo configurarsi dell'organizzazione sociale del nuovo soggetto. Ora, questa disponibilitá di una nuova tecnologia, che corrispondeva ai nuovi bisogni operai, di rifiuto del lavoro e di socializzazione produttiva, fu tenuta bloccata, questa nuova forza tecnologica rimase inutilizzata finché lo scontro di potere non fosse stato risolto. I padroni Fiat hanno tenuto gli automi, i robot, e tutti i progetti di ristrutturazione avanzata, in riserva (al massimo hanno fatto funzionare qualche meccanismo intermedio) per almeno dieci anni. Solo dopo aver vinto la battaglia di potere, i padroni fecero passare la modernizzazione. Successe dunque anche nelle fabbriche quello che era successo nell'informazione: siamo stati elementi di modernizzazione. La nostra autocritica deve cominciare a svolgersi da questa assunzione. Non c'é stata da parte nostra lotta di potere davanti ad una modernizzazione che pure noi, classe operaia, classe sociale dei produttori, avevamo prodotto e che ora i padroni stavano piegando nella loro organizzazione. Non basta prendersela con i partiti, con i sindacati, con il tradimento e con il terrorismo. Si tratta di imparare dagli errori e di ricominciare. A capire come affermarsi organizzativamente, a capire che cos'é l'antagonismo, che cosa sono le polaritá organizzative al nuovo livello della lotta di classe, che cos'é il sabotaggio a questo livello della societá ristrutturata, che cos'é la riappropriazione.

(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )



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