(.....)É che con la vitalitá
É che con la vitalitá, il gusto della beffa e della provocazione, l'ingenuitá, le ragazzate di quel movimento, Andrea ha pure assorbito le mitologie negative degli anni settanta. Non tanto sul fronte politico, quanto su quello piú esteso, e nel quale tutti, prima o poi, abbiamo transitato, dello svacco e dello scazzo. E allora: guadagnare tanto per buttare via tutto, non pensare mai al futuro, non fare mai progetti, vivere alla giornata, avere orrore di costruirsi una carriera (e in questo Andrea con tutto quel talentaccio sparso da ogni parte, é stato un vero grande antimaestro), provare ribrezzo dei ruoli professionali, identificarsi completamente con la bohéme del proprio lavoro artistico, unire le ragioni della vita a quelle dell'arte. In sostanza giocare, con il proprio talento, alla roulette russa. Starpazzarlo, gettarlo, immiserirlo, sprecarlo, dannarlo, sapendo di poterlo ritrovare intanto il giorno dopo, ancora piú brillante e sgargiante.
É questo che la morte di Andrea mi mette davanti, spietatamente: il lato negativo di una cultura e di una generazione che non ha mai, realmente, creduto a niente, se non nella propria dannazione. Nonostante il successo, nonostante l'equilibrio raggiunto nell'oasi di Montepulciano, nonostante il matrimonio, Andrea é morto - probabilmente per overdose - come uno dei tantissimi suoi coetanei, come uno di quei ragazzi che meglio di ogni altro aveva interpretato e saputo raccontare. In tutto questo c'é, a mio parere, una grandezza starordinaria, anche se costruita sulle miserie del quotidiano, e una coerenza che solo gli ipocriti possono biasimare.
Molti altri, vittime e interpreti di quegli anni, sono scomprasi.
C'era qualcosa che non andava allora, ed era il mito dell'autodistruzione.
Qualcuno ne é saltato fuori, qualcun altro no e ha pagato
carissimo. "Ogni vita é quella che doveva essere",
scriveva Pavese. Allora sia resa lode a chi ci stra precedendo
lassú.
(PIER VITTORIO TONDELLI - Andrea Pazienza - 1988).