07/04/2009 - 7 aprile: lettere dal carcere

di Luciano Ferrari Bravo

11 marzo 1981
Questa lettera ignobile ormai l’ho cominciata e bisogna che la finisca. Tra rare chicche e un po’ di lavoro affannoso per le memorie difensive finali prima del processo, tra qualche giorno avrò 41 anni. Ben spesi, si dice dalle mie parti, per indicare il classico mona. A proposito di gente che “apre bocca”, invece, siamo sommersi da qualche migliaio di pagine di pentiti. Uno squallore indescrivibile. A parte la coppia Fioroni-Casirati (1) che sembrano proprio il gatto e la volpe – due semplici malandrini che oltretutto si tirano addosso le cose tra loro – degli altri ti chiedi proprio che cazzo avessero nella testa. Mi sbigottisce meno l’infamata in sé della paurosa povertà dei brani “politici” che ogni tanto compaiono. Vecchia storia. Senza lavoro di massa niente politica. E senza politica, niente di niente. […]

Roma, Rebibbia, 5 aprile 1981
[…] Nel frattempo è arrivata the tegol, alias la tegola. Sto cercando di raccapezzarmici (uffa) – inutile nasconderlo: a un esito del genere non attribuivo più del 10%. Si vede che l’epoca dei pesci è proprio finita. Lo sai il colmo della perfidia? Quella brava persona mi ha inviato un nuovo mandato per banda armata e associazione sovversiva, sul presupposto (falso) che ero stato scarcerato per decorrenza termini. Ha utilizzato un’oscura e mai usata norma del cicipì (2). Insomma non te lo mandano mica a dire: vi teniamo dentro in tutti i modi possibili e immaginabili, e altri ancora. Di qui prima osservazione provvisoria e generale: questa sembra essere una linea concordata (qualche summit di magistrati antiterror?) che forse si autolegittima col riferimento implicito a una futura soluzione politica generale, non foss’altro perché mi rifiuto di credere che ormai persino in un Amato non vi sia la consapevolezza della fragilità del tutto. Ne è spia il proscioglimento di Toni sull’affare Saronio (3), sicché il maiale (4) è sbugiardato proprio su un punto centrale – e speriamo che questo gli renda un po’ più difficile incassare la ricompensa. E mi pare anche che ci sia una certa cautela, e un po’ di imbarazzo, nei primi commenti. Ma quando parlo di fragilità non mi riferisco all’impianto “giuridico” della cosa – anche se personalmente ho qualche grossa ragione di sostenerlo e ho tutta l’intenzione di farlo – ma proprio alla sua “tessitura” politica. Con Amato non è neanche più il Pci che parla ma direttamente Valiani (5), più una difesa corporativa della coppia Calogero-Fioroni (6) (molto pericolosa perché su questo piano li credo capaci della più grande ferocia e del più assoluto cinismo). E insomma, ci piaccia o meno – e a me chiaramente non piace – sto cazzo di processo si conferma un punto centrale di tutto l’orizzonte politico che ci riguarda un po’ tutti. (…).

Roma, Rebibbia
[…] In questi giorni è arrivata la sentenza del rinvio a giudizio: una cosa veramente allucinante. Lo schema è semplicissimo: tutto ciò che non è sicuramente Br o Prima linea lo tirano a noi. E giù pagine e pagine di reati di ogni tipo: manifestazioni in tutta Italia e organizzazioni comuniste combattenti di ogni genere (ci sei anche tu ovviamente!). Non c’è neppure più il tentativo di dimostrare nessi associativi o responsabilità determinate – perfettamente “logico” che mi abbiano tirato insurrezione (7). Se questo schema tiene non c’è la minima possibilità di difesa. O meglio la difesa diventa esclusivamente “politica”. […] Il vero problema è: è giusto in generale aprire praticamente un percorso di “trattativa”, e se sì, su che terreno e in che limiti? Se si risponde di no alla prima domanda, ovviamente il discorso non comincia neppure. Che a rispondere pregiudizialmente di no siano i combattenti, che ora, suppongo mandano fibbie (8) a destra e a manca, mi sorprende poco. Ma è comico: è esattamente quello che non potranno non fare prima o poi (e sono arciconvinto che molti lo sappiano perfettamente). Magari cominciassero loro stessi subito – ma naturalmente ci arriveranno con i soliti due tre anni di ritardo. O meglio, ci arriveranno secondo una prospettiva obbligata, se ci pensi bene: una prospettiva “irlandese” (9). Questa prospettiva non mi interessa, la considero una iattura da evitare finché si è in tempo. Io do una valutazione di gran lunga più pessimistica e più ottimistica della situazione. Più pessimistica, o meglio del tutto scettica, sulla possibilità (e perciò sull’utilità) di salvaguardare la “continuità” col passato ciclo storico di lotta. Questo vale anche per un movimento pur entusiasmante come quello “napoletano” (10): se è costretto a ripetere il passato ha poche prospettive, secondo me; nella misura in cui è “nuovo” è già al di là di questo cazzo di problemi su cui continuiamo a menarcela. Su cosa sia non posso che sospendere il giudizio – che resta però assolutamente ottimistico sull’enorme spazio di movimento metropolitano di tipo nuovo. Alla “tedesca”, per intenderci. Sull’enorme forza e irresolubilità per il potere di questo tipo di problema – se non passando per il riconoscimento dell’autonomia ecc. ecc. Questo è lo scenario di una possibile “trattativa” – di una possibilità ancora larghissima per tutta la soggettività, incarcerata o meno, di ricostruire il senso della propria storia, se questo è il problema. Nuovo movimento significa anche e soprattutto nuova istituzionalità propria: ambiti e reti di vita (e perciò di libertà) e di comunicazione. Occorre trattarne il riconoscimento. La battaglia contro il feticcio della lotta armata – contro la lotta armata come feticcio – è una concessione apparente: in realtà è un bisogno interno di questo scenario. Se qualcuno ne ha altri e migliori, me li spieghi. […] Trattativa politica e ancora trattativa politica, non per difendere il proprio passato che non mi frega proprio nulla, non per difendere la propria pelle che è solo opportunismo, ma per giocare l’unica carta collettiva possibile in questa situazione: apprezzare il rapporto di forza dato e giocarlo in proprio favore. Il 7 aprile è un’occasione, una grossa occasione, e non solo per i diretti interessati. Non l’abbiamo voluta noi e sa il cielo se ne farei a meno. Ma tanto per essere chiari, su questa strada credo che occorrerà andare avanti e con decisione – pur prevedendo perfettamente le reazioni e le difficoltà. Ti torno a dire: non so se funzionerà; so solo che se non funziona è un bel casino per tutti. Riesci a vedere qualche altro punto di applicazione di un’inversione di tendenza che non sia basata sulla cultura del pentimento e d’altra parte non dipenda politicamente dalla follia dei brigatisti? Dopodiché è ovvio che rimangono aperti tutti gli infiniti problemi di una prospettiva di questo genere, e la necessità di un’intelligenza tattica che non può che essere mediata collettivamente. Ma certo, solo a non far niente non si sbaglia mai. (...) Alla prossima i personalia. Ti voglio bene, anche se non fossimo d’accordo. Luciano.

Roma, Rebibbia, 3 luglio 1981
Ciao fratellino. Mi è finalmente arrivata la tua lettera (e la cartolina) – non quella dei primi di giugno, ma non è l’unica che si è “persa” in questi ultimi mesi. Mi ha fatto un enorme piacere, sia perché ti ho finalmente risentito, sia per quello che scrivi su cui sono totalmente d’accordo. Ma prima di tornarci su ti aggiorno anch’io sulle (poche) novità processuali. Sistemazione carceraria: sono sempre al G12 e “differenziato”. Alla fine di maggio il Ministero ha risposto ufficialmente alla mia richiesta di declassificazione, respingendola per “motivi di sicurezza”. Secondo una (possibile) interpretazione non sarei (più) considerato “pericoloso” e la sicurezza di cui si parla sarebbe la mia, non quella del carcere ecc. In effetti si tratta di una soluzione ritagliata ad personam su Toni ma con la mia solita sfiga continuo a funzionargli da controfigura. […] La cosa è penosa sul piano fisico; malgrado la mia età decrepita sono sicuro che correre dietro a una palla in un campo quasi regolare o fare una partitina a tennis (ti rendi conto) darebbe un equilibrio alle mie giornate, che ora invece si susseguono piatte, dominate da una pigrizia che sta diventando cosmica. Non è che stia in isolamento: con l’orario estivo posso girare tra le celle del braccio tra le 11 e le 15 e poi dalle 7 alle 8 e mezza di sera. Il che tra l’altro è molto istruttivo: davvero negli speciali perdi il senso della realtà; lo puoi riconquistare solo tra gente normale: spacciatori, piccoli ladri, “politici” che non si ritengono eroi del proletariato in armi ecc. ecc. Comunque ora farò un altro tentativo, sguinzagliando parenti e avvocati (pia illusione, temo) di sbloccare la cosa. […] Insomma il vuoto tempo della galera continua a essere la chiave principale. E a proposito di questo, notizie sui tempi del processo. È ancora tutto in alto mare. Nella migliore delle ipotesi si comincia la prossima primavera, ma più probabilmente si va all’autunno ’82: questo sarebbe un “piacere” che ci fanno per evitare la contemporaneità col processo Moro che dovrebbe appunto cominciare a primavera (…). La verità è che nessuno ha voglia di farlo ’sto processo e a tutti andrebbe meglio seppellirci in galera senza tante storie. […] Non ci sono soluzioni “giuridiche”, se non per singoli individui fortunati. O meglio, non ci sono se non in un quadro politico nuovo, e così gira e rigira siamo al solito punto. Sono del tutto d’accordo con le cose che scrivi, te l’ho già detto. Era lontanissimo dalle mie intenzioni accusare chicchessia di opportunismo o di attendismo, così come, d’altra parte di dipingere la proposta come un passepartout pronto all’uso. Nessuna illusione e scarsissimo ottimismo, ti assicuro. Solo la convinzione, per quel che mi riguarda, molto ferma anche se (perché) maturata lentamente che è l’unica posizione razionale, pulita, di “sinistra” (che non guasta mai). Il problema ora è il che fare. Adesso ci sono due tre mesi vuoti davanti e ci si può ragionare con calma, ma occorre ammettere che non è che ci siano segni molto incoraggianti nell’immediato. Ci sono stati nei mesi scorsi, ma dovrei sapere, se non altro per motivi professionali, che altro è la rimessa in movimento del quadro politico, altro il funzionamento della macchina istituzionale in quanto tale. In ultima analisi il problema è quello di sempre: il seppellimento definitivo, e non da destra, del compromesso storico. (...) Bè, basta con le chiacchiere sennò ‘sta lettera non parte più. Cosa vuoi che ti dica? Ho molta nostalgia di te e di alcuni momenti di Trani. Ma ci rifaremo, è garantito. Mi sbaglierò ma ho la sensazione che stiamo lentamente riconquistando la capacità di interpretare una medierà vera, concreta, di bisogni di movimento. Fatti vivo. Luciano.

Rebibbia, Roma, 24 luglio 1981
Ciao fratello. Eccomi pronto a rispondere “sotto rete”. Sì, però mi devi aver preso per una specie di McEnroe; e fossero almeno agili volée. Macché, schiacciate della madonna: se il movimento è vivo o morto, per intero o a metà; se ci sarà la “rivoluzione dall’alto” e che ne è “dell’autonomia del politico” ecc. ecc. Mah, che devo dirti figliuolo? Sul primo punto l’unica cosa che mi sentirei di raccontarti è una favola, quella della bella addormentata nel bosco. Sembrava morta ed era solo stregata; il guaio è che la zoccola se ne stette a dormire un casino di tempo prima che arrivasse il principe azzuro… Oppure, visto che sei un giovine così moderno, potrei raccontarti una storia più attuale. Riguarda un ragazzo pieno di vita e di bisogni radicali. Un giorno si imbatte in una polverina bianca di cui tutti dicono meraviglie e vuol provarla – cose del genere ne conosceva già. Gli si può dar torto? La cosa era davvero buona, e lui un ragazzo generoso, coraggioso, avido di esperienze. Il guaio è che ora si aggira con una scimmia sulla spalla, è abulico, taciturno e quando parla dice cose sconnesse. E c’è pure gente attorno che lo vuole aiutare, chi con dosi a scalare, chi con ricoveri coatti e chi desiderando in cuor suo di farlo fuori visto che è un lamentoso rompicoglioni e se si muove combina solo guai. Come sia finita la storia non lo so perché non è finita. Spero che ce la faccia a liberarsi dalla roba – a liberarsi, non a rinnegarla, perché mi dicono che è come la mamma, non si scorda mai.  Bè, basta con gli scherzi. Avrai capito come la penso. Finiamola di spiare ansiosamente i "residui" di movimento. Sono ridotti a larve e non è certo la nostra ansia che li può aiutare, anzi. Detto questo, e ce lo siamo detti tante volte che non vale la pena ripeterselo, rimango convinto che la maggioranza dei compagni del vecchio movimento – mi riferisco alle decine di migliaia non ai pochi organizzati – saranno in grado di riciclarsi nel nuovo, o nei nuovi. Avendo, per forza, imparato dai vecchi errori. Che il nuovo ci sia, e sia arcimaturo, è ormai evidente – e non sono “segni” e basta, ma percorsi già maturi ed espliciti (specie in Germania). È vero che c’è il maledetto circolo vizioso col terrorismo, ma i circoli viziosi si rompono solo praticamente – non ci sarà mai l’ora x della sconfitta del terrorismo. Ci sarà solo un processo, spero non troppo lento, di ricostituzione di un orizzonte politico di lotta nuovo. Oggi riesco confusamente a intravederne alcuni caratteri di costituzione di “comunità”, specie sul diretto terreno metropolitano – con una forte accentuazione di elementi istituzionali propri, specie ma non solo sul terreno di istituzionalità comunicativa – nulla a che fare con la mistica comunitaria di cui ben sai. Bisogna guardarsi secondo me dall’equivoco di pensare che l’enorme novità potenziale della situazione – fondamentalmente legata all’importanza strategica dei rapporti di riproduzione, in tutti i loro nessi materiali, dalla struttura della famiglia alla casa ecc. ecc. – facciano sparire alcune caratteristiche come dire? “permanenti” del “lavoro comunista”: il carattere collettivo, e riconoscibile come tale, degli interessi e dei bisogni, le funzioni di agitazione ecc. All’infuori di ciò non c’è alcun “movimento”, c’è al massimo narcisismo di massa. Basta con le cose serie sennò mi portano via tutta la lettera (sarebbe davvero poco serio parlare dell’altro lato della questione. Sono una banda di cialtroni, Psi in testa, questo è ovvio. Ed è ovvio che faranno solo ciò a cui si sentiranno “costretti”, come dici tu. Però, di nuovo, bisogna non vedere in modo rozzo e meccanico questa costrizione – non si capirebbe niente sennò della crisi politica di questi anni). Del resto non ci sono grosse novità, mi pare; e anche se ci fossero probabilmente saremmo gli ultimi a poterle “vedere”, chiusi in queste gabbie del cazzo. Personalmente cerco di tenere tenacemente fede a un qualche principio di realtà, ma riesco sempre meno a morderla – al massimo posso accarezzarla… […]. Letture scarne e abbastanza estive; ma anche le tue sembrano ben diseguali, specie con quel cane di Alberoni di mezzo (però è significativo, non trovi? Da bravo cane da guardia questo ha annusato l’esistenza di una morale di massa: bbuono-nobbuono (che è spinozismo allo stato puro) e si è subito messo a predicare l’ineluttabilità della morale bene-male. Quanto alla seduzione mi pare una cosa minore – niente a che fare con lo scambio. Il segno di fondo è naturalmente lo stesso: prende così sul serio l’autoimmagine “sistemica” del sistema da produrre una lettura affascinata e paralizzante. La cosa è forse più evidente nella seduzione proprio perché è più leggera: a chi non è capitato di vivere un rapporto anche come una sfida continua ad “alzare la posta”, come un gioco? Ma la cosa non si esaurisce qua, cristo. Questo è un po’ il guaio con tutto il post-moderno; anche con Lyotard che pure, mi pare, è più “serio” o più apparentemente “scientifico”. Si tratta di false filosofie della “superficie” – in realtà di rovesciamenti, e di qualità di gran lunga minore, delle vecchie filosofie dell’Autentico: qui l’autentico era la Morte e la sua angoscia; lì è di nuovo la Morte come “posta in palio”. Puro pensiero barocco. Che palle ragazzi. (Prima che mi dimentichi: mi dai l’editore de Il nuovo disordine amoroso? Se non riesco a recuperarlo, ovvio che mi prenoto il tuo). Punto per questa volta. Il resto alle prossime. Salvo un abbraccio pieno di amore – quello non può aspettare. Luciano.

Venezia, 28 agosto 1981
Già, hai letto bene. Sono proprio a Venezia, mia diletta città natale. L’atmosfera è sempre quella – filtra attraverso le sbarre e i muri: un’aria dal fondo sciroccoso, levantino, piena di umori carnali, un po’ languida, ma anche ricca di intelligenza, ma un’intelligenza priva di qualsiasi ansia metafisica… Meglio che cominci dall’inizio. Sabato scorso, alle tre di notte, con la solita buonagrazia di Rebibbia, mi svegliano e mi imbarcano. Destinazione Venezia. Puoi immaginarti l’agitazione. Che cazzo è successo? Una improvvisa declassificazione? Qualche sventura familiare? Niente di tutto questo. Il Ministero nella sua olimpica imperscrutabilità, senza che glielo avessi chiesto (se l’avessi chiesto col cazzo che me lo davano) dispone un mese di avvicinamento per colloqui. Mi hanno sbattuto in un angolo del carcere che si chiama significativamente “magazzino” e funziona da specialino. Uno schifo. Praticamente sono in isolamento – ciclicità del tempo ed eterno ritorno. Ma per un mese cosa vuoi che sia. C’arimbalza, come diceva quel tale. […] Non ho proprio idea di dove mi mandino dopo ‘sto mese. A Trani? Sarebbe l’unico speciale in cui tornerei volentieri – potenza dell’amore! […] Anzi, a proposito di amore, hai visto che bel casino hanno tirato su i compagni al secondo raggio di Milano (11)? Mi sbaglierò, ma mi pare che ricominci a tirare aria “buona” – del resto che ci si perde a essere un po’ ottimisti? (...) Per il resto scarse novità. Ho passato un mese di relativo relax, ingurgitando incredibili quantità di libri di storia. […] Molta nostalgia per un po’ di sole – è il primo anno in assoluto che non prendo un po’ di abbronzatura. Molte fantasticherie. Speranze. Prefigurazioni. Tutto il resto alla prossima – fammi rimettere a posto la brocca. Con amore, Luciano. Saluti a tutta la banda tranese.
Roma, Rebibbia, 21 marzo 1982
Cosa vuoi che ti dica? Spero ardentemente che questa lettera non t’arrivi mai – che t’arrivi quando sarai già volato via da questi posti tristi. Non vorrei cadere nel patetico, ma non hai idea dei balletti di esultanza quando ho saputo della tua sentenza assolutoria (e del dispiacere per alcuni altri). C’avevo puntato, ti ricordi? Ma con i tempi che corrono… adesso c’è questa trepidazione per l’ultima barriera, e si vede dalla tua lettera e da quello che dici – ma vorrei vedere! Insomma mi sembri un po’ sballato. Calma ragazzo (se ci sei ancora): non può che finir bene. Se quando sarai fuori non pensi qualche volta al vecchio baffo sdentato, giuro che me la paghi. Ho un sacco di cose da dire ma sono un po’ sballato anch’io. Vengo a Roma a metà febbraio per una querela (salvandomi con un buco di culo pazzesco dallo sciopero della fame) e dopo un po’ di giorni, oplà, trasferimento al G12. Questa volta il motivo ufficiale è un problema di “incolumità”. Vale per tutti i coimputati negli speciali che infatti un po’ alla volta mi/ci raggiungono. La cosa un po’ mi rompe, anche se, come sai il problema era tutt’altro che insussistente: ma questa è l’unica formula con la quale il Ministero poteva accedere alle numerose pressioni per l’unificazione degli imputati. […] La situazione è maledettamente complicata – o maledettamente semplice. Nel momento in cui il movimento è costretto a una soluzione di continuità (e non dico che sia successo il 7 aprile, ma poco dopo comunque), lorsignori si illudono, e fanno di tutto per tenere in piedi a tutti i costi la loro fottutissima continuità – il rotondo Spadolone (12) è un po’ l’emblema di questo e finché regge c’è poco da sperare. Ma la situazione è oggettivamente gravida di mutamento – lo ripeto maniacalmente da almeno un anno, e rimango convinto che è così. Già, su questo tipo di previsioni ci azzecchiamo ancora eh? Hai mai visto una crisi più pesante e più tragicomica di Br da una parte e del Pci dall’altra? Certo, dire mutamento è dire una cosa del tutto “formale”, e ci devi comprendere anche la possibilità di catastrofe. Anzi la “teoria” impone di assumerla, ma come tempo-limite, tempo-zero del padrone. Di contro la bella, ricca – ma ancora maledettamente silenziosa! – molteplicità delle nostre vite e delle nostre comunità. […] Vuoi vedere che, malgrado tutto, siamo andati più avanti noi stando in galera? Lo so, c’è sempre il rischio dell’auto-consolazione in questi discorsi, ma lasciami almeno illudermi che non siamo rimasti indietro. Oltre, oltre, certamente, e in tutti i sensi, adesso. È possibile ora dirlo, con adeguata forza di convinzione, a tanti compagni. È stato saggio prendere tempo, resistere alla tentazione della frenesia di uscire dall’impasse che ha portato tanti sulla strada auto-annichilente del ritorno tra le braccia di papà-papà, di papà-Stato ecc. Ma ora che quella strada si sta rilevando infame e perdente agli occhi di tutti, e nessuna confusione è più possibile, che cosa li trattiene? […]

Roma, Rebibbia, 25 aprile 1982
Ciao vecchio. Tienti forte. Dài e dài ci siamo riusciti. Qualche giorno fa è arrivato il fatidico fonogramma ministeriale con la declassificazione (in prova per tre mesi). Cominciavo a non sperarci più, così vicino al processo. […] Davvero cambia da così a così. In pochi giorni ho già fatto una partitina a tennis, una di calcio in un campo quasi regolare, ho ripreso in mano la chitarra, nonché, come vedi, la macchina da scrivere, e inoltre mi muovo come una trottola impazzita avanti e indietro dalla cella dalle otto e mezza del mattino alle otto e mezzo e di sera: nessun occasione di socialità mi può sfuggire! Certo c’è sempre una cosa che mi manca: quale, già sai. Ma o sto completamente impazzendo, ovvero comincio a sentirne il lontano profumo: un anno, due? Il processo è ormai alle porte, anche se comincerà di fatto in autunno; mi ha impressionato la frase che hai lasciato cadere quasi en passant secondo cui sarebbe un’“occasione” per tutti, o per molti – mi fa pesare addosso una responsabilità mica da ridere (ma cosa significa in concreto nella situazione attuale di Trani? Dal quadro che ne fai sembra che continui, nella migliore delle ipotesi, il solito tran tran). È quello che ho sempre pensato anch’io, ovviamente. Salvo che non venga inteso come una sorta di “rappresentanza” da parte nostra anche solo di una fetta, più o meno consistente, dei detenuti politici: una parte che ci è sempre stata rifiutata, e giustamente (e con il consueto scherno sul “ceto politico”), ma soprattutto una parte che mai, e tanto meno oggi, abbiamo voluto – checché se ne dica e pensi. A meno che qualcuno non confonda un ruolo di ceto politico con una semplice necessità di “tenere” anche su un terreno che ti è estraneo ma che ti viene puramente e semplicemente imposto. Chiarito questo, credo anch’io che su un paio di temi grossi, la battaglia contro la degradazione “giuridica” dei processi antiterror e la rivendicazione di percorsi generali di movimento, il nostro processo possa essere una grossa occasione – se non addirittura l’ultima spiaggia. […]
Roma, Rebibbia, 27 maggio 1982
Mi dispiace, cristo, che sia andata male la tua istanza di scarcerazione. Ciccia. Insisto: non può che finir bene, anche se immagino lo stato del tuo fegato a dover aspettare ancora un po’. Ariciccia. Avanzo in ordine sparso. Avrai sentito ieri delle truculente minacce e annunci di pestaggio di Toni e altri, da parte degli ineffabili “guerriglieri” del processo Moro. Le minacce sono vere, e anzi sono un’inedita forma di “fibbia” fatta in pubblico (il che dimostra solo la loro debolezza e disperazione, secondo me), il pestaggio invece è un’ennesima balla, sesquipedale. Le cose invece vanno qui, per il momento all’incontrario, nel senso che i tentativi di provocazione che ogni tanto vengono messi in piedi sono sistematicamente ricacciati e piombano in genere sulla testa di chi ci prova. […] Per tornare al punto, noi abbiamo fatto ovviamente comunicati di smentita, e molto duri, ma sa il cazzo cosa ne filtrerà. Sicché mi interessa da una parte “tranquillizzarti”, dall’altra sapere come la cosa è stata presa da quelle parti. Detto tra noi, a me la cosa non dispiace affatto – fibbie a parte, ma questa non è una novità – perché ci risparmia un bel po’ del fiato che abbiamo dovuto sprecare fin qui a convincere un’incredibile quantità di teste di legno che tra Br e autonomia c’è sempre stata una vera e propria inconciliabilità strategica, e ci consente forse di usarlo per scopi meno insulsi; come quello di identificare più puntualmente il percorso di uscita dalla strozzatura che ha rischiato di soffocarci tutti; o come quello, almeno, di lavorare alle condizioni teoriche del “dislocamento”. E non so se si è notato, ma sto diventando spaventosamente ottimista su entrambe. Le conferme si moltiplicano quotidianamente. Tutte le cose che sto leggendo in questo periodo convergono per lo meno nel definire un orizzonte radicalmente rinnovato, ma di nuovo “vivibile”. Un saggio inedito, splendido, di Virno. Un altro, ottimo anch’esso, del mio vecchio fratello Marazzi. Non so quanti anni di galera e quanti altri casini occorreranno, ma mi pare evidente che “amio svoltato” come dicono questi scassacazzi di romani. E quando dico “abbiamo”, penso proprio a tutti, compreso quello scettico pelandrone con cui dividi la cella (e che abbraccio). Sul “come” in concreto lasciami un minuto di tempo perché devo pensarci. […] Se vuoi consolarti sulle tue baisses psico-fisiche, sappi che alla prima partita di calcio mi sono slogato il polso destro. Guarigione lentissima e sacramenti a tutto spiano per le mancate esibizioni del mio eccellente stile tennistico, della mia tecnica chitarristica e via porconando. Per il resto tutto bene. Ora divido la cella con un randagio della madonna (ha scritto di recente un lettera sulla musica rock su «Lotta continua»). Questo l’hanno beccato a Roma – è di Torino – con – apri bene le recchie – 24.000 dosi di “fumo”. Dei suoi pochissimi anni di vita, ne ha già passati uno in India (ti pareva?), uno in Germania, per comuni, uno squatterando a Londra e insomma non so dove cazzo non è stato. Ovvio che il fumo gli serviva anche per uscire da un uso moderato di ero – è il primo che me ne parla in modo sensato, senza demonizzazioni né moralismi. E in più per metter su con altri una sala di incisione: suona la chitarra e compone in maniera splendida, secondo me. Superando lo sbarramento di differenti “tempi” di vita (mangia di notte, dorme quando vuole ecc.) sono riuscito a parlarci a fondo un paio di volte. E la cosa impressionante non è solo, e tanto, la completa deideologizzazione ma, che è ancor più bello, la mancanza anche di un’ideologia del ghetto, della marginalità ecc., la ricerca anche confusa, ma determinata e irreversibile, di una dimensione collettiva e “produttiva” – non so, si è messo a studiare, ma a studiare di brutto, libri di elettronica in rapporto al suo progetto di sala di incisione, come progetto di una sua specifica comunità. È un esempio ma credo che ci capiamo. Lo zen è nella motocicletta. Eccetera. […]

Roma, Rebibbia, 5 gennaio 1984
Sicché eccoti emergere un fantasma. Prima con un misterioso telegramma e io lì ad almanaccare su quale doveva essere la curva sulla quale non dovevo sfracellarmi. Gli arresti domiciliari negati? Ma figurati se ci pensavo sul serio e poi era successo un paio di settimane prima. Uno stupido testimone che mi aveva dato, il giorno stesso, del teorizzatore dell’ignoranza? Roba da matti, proprio a me! Ma tutto sommato una lieve cunetta. Qualcosa di grave che mi era sfuggito? Strano, di segni negativi non me ne sfugge uno, ho una sensibilità esperta e raffinata in proposito – quando sei nella merda fin qui non ti sfugge la minima sfumatura di colore, odore e consistenza di ciò che ti circonda. Ho lasciato perdere. Ma poi è arrivata la tua letterona. Il mistero è rimasto tale ma almeno mi ritrovo un interlocutore che pensavo di avere (provvisoriamente) perso nelle brume. Come stai vecchio? Sento vibrare fremiti di riconquistato ottimismo, di voglia di fare, di convinzione che fare è di nuovo possibile. Non sarà solo un fiammata di momentanea speranza? Se anche fosse, sia la benvenuta. Ma c’è di più, credo, “oggettivamente”. Ne è passato del tempo – e di esperienze, belle e meno belle, e di pensieri – da quando si inanellavano vasche su vasche, ti ricordi?, cominciando a ragionare confusamente di soluzione politica. Un processo di “muta”, doloroso e difficile, ma che è andato avanti, anche oltre ogni previsione. Per lo meno la vecchia pelle è caduta, o ne stanno cadendo gli ultimi brandelli – e la nuova è sensibilissima, com’è ovvio che sia, a ogni alito di vento, a ogni sbalzo di temperatura. Sbalzi che non mancano e infatti ne rimane visibilmente ferita – sai cosa intendo. Ma questa è ancora una descrizione intimista, e insufficiente, della faccenda. La cosa grossa, materiale, è questo ruolo che il carcere, se non mi inganno, viene via via assumendo – una sorta di “centralità” ma affatto diversa da quella propria del vecchio ciclo. Uno dei mille plateaux dell’esistenza sociale, se vuoi, ma quello che più di ogni altro riassume i termini contraddittori di uno statuto delle libertà, oggi. E parlo di libertà en matérialiste, come sempre, e perciò di libertà entro il nuovo modo di produrre, fin dentro i suoi parametri più fondativi, dalla conformazione del mercato del lavoro all’erogazione della spesa pubblica. Che altro è un carcere popolato, attualmente e potenzialmente (oltre che di vecchia e nuova criminalità tradizionale) di ogni genere di figura sociale, dai tipi più diversi di “assenteista” agli amministratori “corrotti” ecc. ecc. – al punto che questo rigonfiamento rende oggi, paradossalmente, il carcere più “trasparente” di quanto sia mai stato? Se non che la regola fondamentale, “costituzionale”, di determinazione del lecito è complessivamente logorata e come tale va riformulata? Questo come minimo; perché vi è poi una faccia inevitabilmente “positiva”, contestuale a qualsiasi operazione di decongestionamento di un grumo repressivo – positiva nel senso che implica una diversa redistribuzione della rete dei poteri; e lo si vede persino quando si comincia a guardare e a praticare, in concreto, la soluzione che ci interessa, a disegnare i diversi percorsi di decarcerizzazione ecc.: la fantasia, da una parte e dall’altra, si riattiva e inventa scenari prima impensabili. Voglio dire insomma che c’è, nei fatti, una dimensione forte, costituzionale appunto, del problema-carcere (o di libertà o chiamiamolo come vogliamo) che va assunta come punto di vista privilegiato. Che ne può fare, in questo scorcio di anni Ottanta, qualcosa di simile a quello che è stato il problema-salario negli anni Sessanta – una leva di trasformazione. È chiaro, per quel che ci riguarda, come “politici”, senza alcuna pretesa di rappresentanza generale, che questo feticcio èscomparso speriamo per sempre. Noi perseguiamo un sano interesse “corporativo” ed è proprio nel far questo che ci imbattiamo via via in problemi – e chissà, in soggetti? – “cointeressati”. […] Basta. Come vedi, si perde il pelo – e io ne ho perso parecchio – ma non il vizietto di ragionare sulle cose. Quanto al personale, è presto detto. Ne ho le palle piene. Della galera, del processo e di quasi tutto il resto. (Anche del processo, next time). Mi pare di essere diventato un infisso carcerario. I compagni sono bravi e si lavora, si ragiona ecc., ma hanno il difetto di essere sempre gli stessi e soprattutto di non avere neanche un po’ di tette. […] Il resto del mondo esterno sta svanendo in una nebbia sempre più indistinta: qualche sagoma la intravedo ancora confusamente, qualche altra l’ho persa ormai di vista. Ed è l’unica cosa che mi dà momenti di scoramento acuto. La nebbia può alzarsi anche rapidamente, certo, e il sole tornare a risplendere. L’immagine è bella, ma non vorrei trovarmi ad ammirare un paesaggio deserto o popolato di volti sconosciuti. Non mi perderei d’animo, credo; ma certe volte ho l’impressione che non si può ricominciare sempre daccapo, tutta la vita. […]

 

Note
1 Si tratta di due «collaboratori di giustizia» le cui dichiarazioni ebbero un peso rilevante nella prima fase dell’inchiesta «7 aprile».
2 Codice di Procedura Penale.
3 Toni Negri era stato precedentemente imputato, sulla base delle dichiarazioni di Fioroni, del sequestro e dell’uccisione di Carlo Saronio, un militante dell’area dell’Autonomia operaia.
4 Il riferimento è a Fioroni.
5 Storico ed editorialista de «Il Corriere della Sera». Personaggio particolarmente impegnato nella richiesta di una linea intransigente contro non solo il «terrorismo» ma anche le forme dell’antagonismo sociale diffuso «autonomo». Sua la richiesta di istituire dei «Tribunali speciali».
6 Pietro Calogero era, all’epoca, Sostituto Procuratore della Repubblica a Padova. Per sua iniziativa ebbe inizio l’inchiesta denominata «7 aprile», dalla data, nel 1979, che segnò la prima raffica di mandati di cattura contro militanti e intellettuali «autonomi».
7 Emissione di un mandato di cattura per «insurrezione contro i poteri dello Stato», reato che prevede la pena dell’ergastolo.
8 «Fibbia» in gergo carcerario si intende come emanazione interna all’universo carcerario di una condanna di pena corporale che può variare dal pestaggio all’omicidio.
9 Qui il riferimento è allo sciopero della fame attuato in un carcere irlandese da una serie di militanti dell’Ira che si concluse con la morte di Bobby Sands, il 5 maggio 1981.
10 Il riferimento è alle lotte del movimento dei «disoccupati organizzati» che esplose nelle piazze di Napoli all’inizio del 1981.
11 Nell’estate del 1981, nel carcere di San Vittore a Milano, per iniziativa di una parte consistente dei prigionieri politici iniziò un ciclo di lotte che aveva per obiettivo la conquista di migliori condizioni di socialità e affettività.
12 Giovanni Spadolini, allora Presidente del Consiglio.


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