
11 marzo 1981
Questa lettera ignobile ormai l’ho cominciata e bisogna che la finisca. Tra rare
chicche e un po’ di lavoro affannoso per le memorie difensive finali prima del
processo, tra qualche giorno avrò 41 anni. Ben spesi, si dice dalle mie parti,
per indicare il classico mona. A proposito di gente che “apre bocca”, invece,
siamo sommersi da qualche migliaio di pagine di pentiti. Uno squallore
indescrivibile. A parte la coppia Fioroni-Casirati (1) che sembrano proprio il
gatto e la volpe – due semplici malandrini che oltretutto si tirano addosso le
cose tra loro – degli altri ti chiedi proprio che cazzo avessero nella testa. Mi
sbigottisce meno l’infamata in sé della paurosa povertà dei brani “politici” che
ogni tanto compaiono. Vecchia storia. Senza lavoro di massa niente politica. E
senza politica, niente di niente. […]
Roma, Rebibbia, 5 aprile 1981
[…] Nel frattempo è arrivata the tegol, alias la tegola. Sto cercando di
raccapezzarmici (uffa) – inutile nasconderlo: a un esito del genere non
attribuivo più del 10%. Si vede che l’epoca dei pesci è proprio finita. Lo sai
il colmo della perfidia? Quella brava persona mi ha inviato un nuovo mandato per
banda armata e associazione sovversiva, sul presupposto (falso) che ero stato
scarcerato per decorrenza termini. Ha utilizzato un’oscura e mai usata norma del
cicipì (2). Insomma non te lo mandano mica a dire: vi teniamo dentro in tutti i
modi possibili e immaginabili, e altri ancora. Di qui prima osservazione
provvisoria e generale: questa sembra essere una linea concordata (qualche
summit di magistrati antiterror?) che forse si autolegittima col riferimento
implicito a una futura soluzione politica generale, non foss’altro perché mi
rifiuto di credere che ormai persino in un Amato non vi sia la consapevolezza
della fragilità del tutto. Ne è spia il proscioglimento di Toni sull’affare
Saronio (3), sicché il maiale (4) è sbugiardato proprio su un punto centrale – e
speriamo che questo gli renda un po’ più difficile incassare la ricompensa. E mi
pare anche che ci sia una certa cautela, e un po’ di imbarazzo, nei primi
commenti. Ma quando parlo di fragilità non mi riferisco all’impianto “giuridico”
della cosa – anche se personalmente ho qualche grossa ragione di sostenerlo e ho
tutta l’intenzione di farlo – ma proprio alla sua “tessitura” politica. Con
Amato non è neanche più il Pci che parla ma direttamente Valiani (5), più una
difesa corporativa della coppia Calogero-Fioroni (6) (molto pericolosa perché su
questo piano li credo capaci della più grande ferocia e del più assoluto
cinismo). E insomma, ci piaccia o meno – e a me chiaramente non piace – sto
cazzo di processo si conferma un punto centrale di tutto l’orizzonte politico
che ci riguarda un po’ tutti. (…).
Roma, Rebibbia
[…] In questi giorni è arrivata la sentenza del rinvio a giudizio: una cosa
veramente allucinante. Lo schema è semplicissimo: tutto ciò che non è
sicuramente Br o Prima linea lo tirano a noi. E giù pagine e pagine di reati di
ogni tipo: manifestazioni in tutta Italia e organizzazioni comuniste combattenti
di ogni genere (ci sei anche tu ovviamente!). Non c’è neppure più il tentativo
di dimostrare nessi associativi o responsabilità determinate – perfettamente
“logico” che mi abbiano tirato insurrezione (7). Se questo schema tiene non c’è
la minima possibilità di difesa. O meglio la difesa diventa esclusivamente
“politica”. […] Il vero problema è: è giusto in generale aprire praticamente un
percorso di “trattativa”, e se sì, su che terreno e in che limiti? Se si
risponde di no alla prima domanda, ovviamente il discorso non comincia neppure.
Che a rispondere pregiudizialmente di no siano i combattenti, che ora, suppongo
mandano fibbie (8) a destra e a manca, mi sorprende poco. Ma è comico: è
esattamente quello che non potranno non fare prima o poi (e sono arciconvinto
che molti lo sappiano perfettamente). Magari cominciassero loro stessi subito –
ma naturalmente ci arriveranno con i soliti due tre anni di ritardo. O meglio,
ci arriveranno secondo una prospettiva obbligata, se ci pensi bene: una
prospettiva “irlandese” (9). Questa prospettiva non mi interessa, la considero
una iattura da evitare finché si è in tempo. Io do una valutazione di gran lunga
più pessimistica e più ottimistica della situazione. Più pessimistica, o meglio
del tutto scettica, sulla possibilità (e perciò sull’utilità) di salvaguardare
la “continuità” col passato ciclo storico di lotta. Questo vale anche per un
movimento pur entusiasmante come quello “napoletano” (10): se è costretto a
ripetere il passato ha poche prospettive, secondo me; nella misura in cui è
“nuovo” è già al di là di questo cazzo di problemi su cui continuiamo a
menarcela. Su cosa sia non posso che sospendere il giudizio – che resta però
assolutamente ottimistico sull’enorme spazio di movimento metropolitano di tipo
nuovo. Alla “tedesca”, per intenderci. Sull’enorme forza e irresolubilità per il
potere di questo tipo di problema – se non passando per il riconoscimento
dell’autonomia ecc. ecc. Questo è lo scenario di una possibile “trattativa” – di
una possibilità ancora larghissima per tutta la soggettività, incarcerata o
meno, di ricostruire il senso della propria storia, se questo è il problema.
Nuovo movimento significa anche e soprattutto nuova istituzionalità propria:
ambiti e reti di vita (e perciò di libertà) e di comunicazione. Occorre
trattarne il riconoscimento. La battaglia contro il feticcio della lotta armata
– contro la lotta armata come feticcio – è una concessione apparente: in realtà
è un bisogno interno di questo scenario. Se qualcuno ne ha altri e migliori, me
li spieghi. […] Trattativa politica e ancora trattativa politica, non per
difendere il proprio passato che non mi frega proprio nulla, non per difendere
la propria pelle che è solo opportunismo, ma per giocare l’unica carta
collettiva possibile in questa situazione: apprezzare il rapporto di forza dato
e giocarlo in proprio favore. Il 7 aprile è un’occasione, una grossa occasione,
e non solo per i diretti interessati. Non l’abbiamo voluta noi e sa il cielo se
ne farei a meno. Ma tanto per essere chiari, su questa strada credo che
occorrerà andare avanti e con decisione – pur prevedendo perfettamente le
reazioni e le difficoltà. Ti torno a dire: non so se funzionerà; so solo che se
non funziona è un bel casino per tutti. Riesci a vedere qualche altro punto di
applicazione di un’inversione di tendenza che non sia basata sulla cultura del
pentimento e d’altra parte non dipenda politicamente dalla follia dei
brigatisti? Dopodiché è ovvio che rimangono aperti tutti gli infiniti problemi
di una prospettiva di questo genere, e la necessità di un’intelligenza tattica
che non può che essere mediata collettivamente. Ma certo, solo a non far niente
non si sbaglia mai. (...) Alla prossima i personalia. Ti voglio bene, anche se
non fossimo d’accordo. Luciano.
Roma,
Rebibbia, 3 luglio 1981
Ciao fratellino. Mi è finalmente arrivata la tua lettera (e la cartolina) – non
quella dei primi di giugno, ma non è l’unica che si è “persa” in questi ultimi
mesi. Mi ha fatto un enorme piacere, sia perché ti ho finalmente risentito, sia
per quello che scrivi su cui sono totalmente d’accordo. Ma prima di tornarci su
ti aggiorno anch’io sulle (poche) novità processuali. Sistemazione carceraria:
sono sempre al G12 e “differenziato”. Alla fine di maggio il Ministero ha
risposto ufficialmente alla mia richiesta di declassificazione, respingendola
per “motivi di sicurezza”. Secondo una (possibile) interpretazione non sarei
(più) considerato “pericoloso” e la sicurezza di cui si parla sarebbe la mia,
non quella del carcere ecc. In effetti si tratta di una soluzione ritagliata ad
personam su Toni ma con la mia solita sfiga continuo a funzionargli da
controfigura. […] La cosa è penosa sul piano fisico; malgrado la mia età
decrepita sono sicuro che correre dietro a una palla in un campo quasi regolare
o fare una partitina a tennis (ti rendi conto) darebbe un equilibrio alle mie
giornate, che ora invece si susseguono piatte, dominate da una pigrizia che sta
diventando cosmica. Non è che stia in isolamento: con l’orario estivo posso
girare tra le celle del braccio tra le 11 e le 15 e poi dalle 7 alle 8 e mezza
di sera. Il che tra l’altro è molto istruttivo: davvero negli speciali perdi il
senso della realtà; lo puoi riconquistare solo tra gente normale: spacciatori,
piccoli ladri, “politici” che non si ritengono eroi del proletariato in armi
ecc. ecc. Comunque ora farò un altro tentativo, sguinzagliando parenti e
avvocati (pia illusione, temo) di sbloccare la cosa. […] Insomma il vuoto tempo
della galera continua a essere la chiave principale. E a proposito di questo,
notizie sui tempi del processo. È ancora tutto in alto mare. Nella migliore
delle ipotesi si comincia la prossima primavera, ma più probabilmente si va
all’autunno ’82: questo sarebbe un “piacere” che ci fanno per evitare la
contemporaneità col processo Moro che dovrebbe appunto cominciare a primavera
(…). La verità è che nessuno ha voglia di farlo ’sto processo e a tutti andrebbe
meglio seppellirci in galera senza tante storie. […] Non ci sono soluzioni
“giuridiche”, se non per singoli individui fortunati. O meglio, non ci sono se
non in un quadro politico nuovo, e così gira e rigira siamo al solito punto.
Sono del tutto d’accordo con le cose che scrivi, te l’ho già detto. Era
lontanissimo dalle mie intenzioni accusare chicchessia di opportunismo o di
attendismo, così come, d’altra parte di dipingere la proposta come un
passepartout pronto all’uso. Nessuna illusione e scarsissimo ottimismo, ti
assicuro. Solo la convinzione, per quel che mi riguarda, molto ferma anche se
(perché) maturata lentamente che è l’unica posizione razionale, pulita, di
“sinistra” (che non guasta mai). Il problema ora è il che fare. Adesso ci sono
due tre mesi vuoti davanti e ci si può ragionare con calma, ma occorre ammettere
che non è che ci siano segni molto incoraggianti nell’immediato. Ci sono stati
nei mesi scorsi, ma dovrei sapere, se non altro per motivi professionali, che
altro è la rimessa in movimento del quadro politico, altro il funzionamento
della macchina istituzionale in quanto tale. In ultima analisi il problema è
quello di sempre: il seppellimento definitivo, e non da destra, del compromesso
storico. (...) Bè, basta con le chiacchiere sennò ‘sta lettera non parte più.
Cosa vuoi che ti dica? Ho molta nostalgia di te e di alcuni momenti di Trani. Ma
ci rifaremo, è garantito. Mi sbaglierò ma ho la sensazione che stiamo lentamente
riconquistando la capacità di interpretare una medierà vera, concreta, di
bisogni di movimento. Fatti vivo. Luciano.
Rebibbia, Roma, 24 luglio 1981
Ciao fratello. Eccomi pronto a rispondere “sotto rete”. Sì, però mi devi aver
preso per una specie di McEnroe; e fossero almeno agili volée. Macché,
schiacciate della madonna: se il movimento è vivo o morto, per intero o a metà;
se ci sarà la “rivoluzione dall’alto” e che ne è “dell’autonomia del politico”
ecc. ecc. Mah, che devo dirti figliuolo? Sul primo punto l’unica cosa che mi
sentirei di raccontarti è una favola, quella della bella addormentata nel bosco.
Sembrava morta ed era solo stregata; il guaio è che la zoccola se ne stette a
dormire un casino di tempo prima che arrivasse il principe azzuro… Oppure, visto
che sei un giovine così moderno, potrei raccontarti una storia più attuale.
Riguarda un ragazzo pieno di vita e di bisogni radicali. Un giorno si imbatte in
una polverina bianca di cui tutti dicono meraviglie e vuol provarla – cose del
genere ne conosceva già. Gli si può dar torto? La cosa era davvero buona, e lui
un ragazzo generoso, coraggioso, avido di esperienze. Il guaio è che ora si
aggira con una scimmia sulla spalla, è abulico, taciturno e quando parla dice
cose sconnesse. E c’è pure gente attorno che lo vuole aiutare, chi con dosi a
scalare, chi con ricoveri coatti e chi desiderando in cuor suo di farlo fuori
visto che è un lamentoso rompicoglioni e se si muove combina solo guai. Come sia
finita la storia non lo so perché non è finita. Spero che ce la faccia a
liberarsi dalla roba – a liberarsi, non a rinnegarla, perché mi dicono che è
come la mamma, non si scorda mai. Bè, basta con gli scherzi. Avrai capito come
la penso. Finiamola di spiare ansiosamente i "residui" di movimento. Sono
ridotti a larve e non è certo la nostra ansia che li può aiutare, anzi. Detto
questo, e ce lo siamo detti tante volte che non vale la pena ripeterselo,
rimango convinto che la maggioranza dei compagni del vecchio movimento – mi
riferisco alle decine di migliaia non ai pochi organizzati – saranno in grado di
riciclarsi nel nuovo, o nei nuovi. Avendo, per forza, imparato dai vecchi
errori. Che il nuovo ci sia, e sia arcimaturo, è ormai evidente – e non sono
“segni” e basta, ma percorsi già maturi ed espliciti (specie in Germania). È
vero che c’è il maledetto circolo vizioso col terrorismo, ma i circoli viziosi
si rompono solo praticamente – non ci sarà mai l’ora x della sconfitta del
terrorismo. Ci sarà solo un processo, spero non troppo lento, di ricostituzione
di un orizzonte politico di lotta nuovo. Oggi riesco confusamente a intravederne
alcuni caratteri di costituzione di “comunità”, specie sul diretto terreno
metropolitano – con una forte accentuazione di elementi istituzionali propri,
specie ma non solo sul terreno di istituzionalità comunicativa – nulla a che
fare con la mistica comunitaria di cui ben sai. Bisogna guardarsi secondo me
dall’equivoco di pensare che l’enorme novità potenziale della situazione –
fondamentalmente legata all’importanza strategica dei rapporti di riproduzione,
in tutti i loro nessi materiali, dalla struttura della famiglia alla casa ecc.
ecc. – facciano sparire alcune caratteristiche come dire? “permanenti” del
“lavoro comunista”: il carattere collettivo, e riconoscibile come tale, degli
interessi e dei bisogni, le funzioni di agitazione ecc. All’infuori di ciò non
c’è alcun “movimento”, c’è al massimo narcisismo di massa. Basta con le cose
serie sennò mi portano via tutta la lettera (sarebbe davvero poco serio parlare
dell’altro lato della questione. Sono una banda di cialtroni, Psi in testa,
questo è ovvio. Ed è ovvio che faranno solo ciò a cui si sentiranno “costretti”,
come dici tu. Però, di nuovo, bisogna non vedere in modo rozzo e meccanico
questa costrizione – non si capirebbe niente sennò della crisi politica di
questi anni). Del resto non ci sono grosse novità, mi pare; e anche se ci
fossero probabilmente saremmo gli ultimi a poterle “vedere”, chiusi in queste
gabbie del cazzo. Personalmente cerco di tenere tenacemente fede a un qualche
principio di realtà, ma riesco sempre meno a morderla – al massimo posso
accarezzarla… […]. Letture scarne e abbastanza estive; ma anche le tue sembrano
ben diseguali, specie con quel cane di Alberoni di mezzo (però è significativo,
non trovi? Da bravo cane da guardia questo ha annusato l’esistenza di una morale
di massa: bbuono-nobbuono (che è spinozismo allo stato puro) e si è subito messo
a predicare l’ineluttabilità della morale bene-male. Quanto alla seduzione mi
pare una cosa minore – niente a che fare con lo scambio. Il segno di fondo è
naturalmente lo stesso: prende così sul serio l’autoimmagine “sistemica” del
sistema da produrre una lettura affascinata e paralizzante. La cosa è forse più
evidente nella seduzione proprio perché è più leggera: a chi non è capitato di
vivere un rapporto anche come una sfida continua ad “alzare la posta”, come un
gioco? Ma la cosa non si esaurisce qua, cristo. Questo è un po’ il guaio con
tutto il post-moderno; anche con Lyotard che pure, mi pare, è più “serio” o più
apparentemente “scientifico”. Si tratta di false filosofie della “superficie” –
in realtà di rovesciamenti, e di qualità di gran lunga minore, delle vecchie
filosofie dell’Autentico: qui l’autentico era la Morte e la sua angoscia; lì è
di nuovo la Morte come “posta in palio”. Puro pensiero barocco. Che palle
ragazzi. (Prima che mi dimentichi: mi dai l’editore de Il nuovo disordine
amoroso? Se non riesco a recuperarlo, ovvio che mi prenoto il tuo). Punto per
questa volta. Il resto alle prossime. Salvo un abbraccio pieno di amore – quello
non può aspettare. Luciano.
Venezia,
28 agosto 1981
Già, hai letto bene. Sono proprio a Venezia, mia diletta città natale.
L’atmosfera è sempre quella – filtra attraverso le sbarre e i muri: un’aria dal
fondo sciroccoso, levantino, piena di umori carnali, un po’ languida, ma anche
ricca di intelligenza, ma un’intelligenza priva di qualsiasi ansia metafisica…
Meglio che cominci dall’inizio. Sabato scorso, alle tre di notte, con la solita
buonagrazia di Rebibbia, mi svegliano e mi imbarcano. Destinazione Venezia. Puoi
immaginarti l’agitazione. Che cazzo è successo? Una improvvisa
declassificazione? Qualche sventura familiare? Niente di tutto questo. Il
Ministero nella sua olimpica imperscrutabilità, senza che glielo avessi chiesto
(se l’avessi chiesto col cazzo che me lo davano) dispone un mese di
avvicinamento per colloqui. Mi hanno sbattuto in un angolo del carcere che si
chiama significativamente “magazzino” e funziona da specialino. Uno schifo.
Praticamente sono in isolamento – ciclicità del tempo ed eterno ritorno. Ma per
un mese cosa vuoi che sia. C’arimbalza, come diceva quel tale. […] Non ho
proprio idea di dove mi mandino dopo ‘sto mese. A Trani? Sarebbe l’unico
speciale in cui tornerei volentieri – potenza dell’amore! […] Anzi, a proposito
di amore, hai visto che bel casino hanno tirato su i compagni al secondo raggio
di Milano (11)? Mi sbaglierò, ma mi pare che ricominci a tirare aria “buona” –
del resto che ci si perde a essere un po’ ottimisti? (...) Per il resto scarse
novità. Ho passato un mese di relativo relax, ingurgitando incredibili quantità
di libri di storia. […] Molta nostalgia per un po’ di sole – è il primo anno in
assoluto che non prendo un po’ di abbronzatura. Molte fantasticherie. Speranze.
Prefigurazioni. Tutto il resto alla prossima – fammi rimettere a posto la
brocca. Con amore, Luciano. Saluti a tutta la banda tranese.
Roma, Rebibbia, 21 marzo 1982
Cosa vuoi che ti dica? Spero ardentemente che questa lettera non t’arrivi mai –
che t’arrivi quando sarai già volato via da questi posti tristi. Non vorrei
cadere nel patetico, ma non hai idea dei balletti di esultanza quando ho saputo
della tua sentenza assolutoria (e del dispiacere per alcuni altri). C’avevo
puntato, ti ricordi? Ma con i tempi che corrono… adesso c’è questa trepidazione
per l’ultima barriera, e si vede dalla tua lettera e da quello che dici – ma
vorrei vedere! Insomma mi sembri un po’ sballato. Calma ragazzo (se ci sei
ancora): non può che finir bene. Se quando sarai fuori non pensi qualche volta
al vecchio baffo sdentato, giuro che me la paghi. Ho un sacco di cose da dire ma
sono un po’ sballato anch’io. Vengo a Roma a metà febbraio per una querela
(salvandomi con un buco di culo pazzesco dallo sciopero della fame) e dopo un
po’ di giorni, oplà, trasferimento al G12. Questa volta il motivo ufficiale è un
problema di “incolumità”. Vale per tutti i coimputati negli speciali che infatti
un po’ alla volta mi/ci raggiungono. La cosa un po’ mi rompe, anche se, come sai
il problema era tutt’altro che insussistente: ma questa è l’unica formula con la
quale il Ministero poteva accedere alle numerose pressioni per l’unificazione
degli imputati. […] La situazione è maledettamente complicata – o maledettamente
semplice. Nel momento in cui il movimento è costretto a una soluzione di
continuità (e non dico che sia successo il 7 aprile, ma poco dopo comunque),
lorsignori si illudono, e fanno di tutto per tenere in piedi a tutti i costi la
loro fottutissima continuità – il rotondo Spadolone (12) è un po’ l’emblema di
questo e finché regge c’è poco da sperare. Ma la situazione è oggettivamente
gravida di mutamento – lo ripeto maniacalmente da almeno un anno, e rimango
convinto che è così. Già, su questo tipo di previsioni ci azzecchiamo ancora eh?
Hai mai visto una crisi più pesante e più tragicomica di Br da una parte e del
Pci dall’altra? Certo, dire mutamento è dire una cosa del tutto “formale”, e ci
devi comprendere anche la possibilità di catastrofe. Anzi la “teoria” impone di
assumerla, ma come tempo-limite, tempo-zero del padrone. Di contro la bella,
ricca – ma ancora maledettamente silenziosa! – molteplicità delle nostre vite e
delle nostre comunità. […] Vuoi vedere che, malgrado tutto, siamo andati più
avanti noi stando in galera? Lo so, c’è sempre il rischio dell’auto-consolazione
in questi discorsi, ma lasciami almeno illudermi che non siamo rimasti indietro.
Oltre, oltre, certamente, e in tutti i sensi, adesso. È possibile ora dirlo, con
adeguata forza di convinzione, a tanti compagni. È stato saggio prendere tempo,
resistere alla tentazione della frenesia di uscire dall’impasse che ha portato
tanti sulla strada auto-annichilente del ritorno tra le braccia di papà-papà, di
papà-Stato ecc. Ma ora che quella strada si sta rilevando infame e perdente agli
occhi di tutti, e nessuna confusione è più possibile, che cosa li trattiene? […]
Roma, Rebibbia, 25 aprile 1982
Ciao vecchio. Tienti forte. Dài e dài ci siamo riusciti. Qualche giorno fa è
arrivato il fatidico fonogramma ministeriale con la declassificazione (in prova
per tre mesi). Cominciavo a non sperarci più, così vicino al processo. […]
Davvero cambia da così a così. In pochi giorni ho già fatto una partitina a
tennis, una di calcio in un campo quasi regolare, ho ripreso in mano la
chitarra, nonché, come vedi, la macchina da scrivere, e inoltre mi muovo come
una trottola impazzita avanti e indietro dalla cella dalle otto e mezza del
mattino alle otto e mezzo e di sera: nessun occasione di socialità mi può
sfuggire! Certo c’è sempre una cosa che mi manca: quale, già sai. Ma o sto
completamente impazzendo, ovvero comincio a sentirne il lontano profumo: un
anno, due? Il processo è ormai alle porte, anche se comincerà di fatto in
autunno; mi ha impressionato la frase che hai lasciato cadere quasi en passant
secondo cui sarebbe un’“occasione” per tutti, o per molti – mi fa pesare addosso
una responsabilità mica da ridere (ma cosa significa in concreto nella
situazione attuale di Trani? Dal quadro che ne fai sembra che continui, nella
migliore delle ipotesi, il solito tran tran). È quello che ho sempre pensato
anch’io, ovviamente. Salvo che non venga inteso come una sorta di
“rappresentanza” da parte nostra anche solo di una fetta, più o meno
consistente, dei detenuti politici: una parte che ci è sempre stata rifiutata, e
giustamente (e con il consueto scherno sul “ceto politico”), ma soprattutto una
parte che mai, e tanto meno oggi, abbiamo voluto – checché se ne dica e pensi. A
meno che qualcuno non confonda un ruolo di ceto politico con una semplice
necessità di “tenere” anche su un terreno che ti è estraneo ma che ti viene
puramente e semplicemente imposto. Chiarito questo, credo anch’io che su un paio
di temi grossi, la battaglia contro la degradazione “giuridica” dei processi
antiterror e la rivendicazione di percorsi generali di movimento, il nostro
processo possa essere una grossa occasione – se non addirittura l’ultima
spiaggia. […]
Roma, Rebibbia, 27 maggio 1982
Mi dispiace, cristo, che sia andata male la tua istanza di scarcerazione.
Ciccia. Insisto: non può che finir bene, anche se immagino lo stato del tuo
fegato a dover aspettare ancora un po’. Ariciccia. Avanzo in ordine sparso.
Avrai sentito ieri delle truculente minacce e annunci di pestaggio di Toni e
altri, da parte degli ineffabili “guerriglieri” del processo Moro. Le minacce
sono vere, e anzi sono un’inedita forma di “fibbia” fatta in pubblico (il che
dimostra solo la loro debolezza e disperazione, secondo me), il pestaggio invece
è un’ennesima balla, sesquipedale. Le cose invece vanno qui, per il momento
all’incontrario, nel senso che i tentativi di provocazione che ogni tanto
vengono messi in piedi sono sistematicamente ricacciati e piombano in genere
sulla testa di chi ci prova. […] Per tornare al punto, noi abbiamo fatto
ovviamente comunicati di smentita, e molto duri, ma sa il cazzo cosa ne
filtrerà. Sicché mi interessa da una parte “tranquillizzarti”, dall’altra sapere
come la cosa è stata presa da quelle parti. Detto tra noi, a me la cosa non
dispiace affatto – fibbie a parte, ma questa non è una novità – perché ci
risparmia un bel po’ del fiato che abbiamo dovuto sprecare fin qui a convincere
un’incredibile quantità di teste di legno che tra Br e autonomia c’è sempre
stata una vera e propria inconciliabilità strategica, e ci consente forse di
usarlo per scopi meno insulsi; come quello di identificare più puntualmente il
percorso di uscita dalla strozzatura che ha rischiato di soffocarci tutti; o
come quello, almeno, di lavorare alle condizioni teoriche del “dislocamento”. E
non so se si è notato, ma sto diventando spaventosamente ottimista su entrambe.
Le conferme si moltiplicano quotidianamente. Tutte le cose che sto leggendo in
questo periodo convergono per lo meno nel definire un orizzonte radicalmente
rinnovato, ma di nuovo “vivibile”. Un saggio inedito, splendido, di Virno. Un
altro, ottimo anch’esso, del mio vecchio fratello Marazzi. Non so quanti anni di
galera e quanti altri casini occorreranno, ma mi pare evidente che “amio
svoltato” come dicono questi scassacazzi di romani. E quando dico “abbiamo”,
penso proprio a tutti, compreso quello scettico pelandrone con cui dividi la
cella (e che abbraccio). Sul “come” in concreto lasciami un minuto di tempo
perché devo pensarci. […] Se vuoi consolarti sulle tue baisses psico-fisiche,
sappi che alla prima partita di calcio mi sono slogato il polso destro.
Guarigione lentissima e sacramenti a tutto spiano per le mancate esibizioni del
mio eccellente stile tennistico, della mia tecnica chitarristica e via
porconando. Per il resto tutto bene. Ora divido la cella con un randagio della
madonna (ha scritto di recente un lettera sulla musica rock su «Lotta
continua»). Questo l’hanno beccato a Roma – è di Torino – con – apri bene le
recchie – 24.000 dosi di “fumo”. Dei suoi pochissimi anni di vita, ne ha già
passati uno in India (ti pareva?), uno in Germania, per comuni, uno squatterando
a Londra e insomma non so dove cazzo non è stato. Ovvio che il fumo gli serviva
anche per uscire da un uso moderato di ero – è il primo che me ne parla in modo
sensato, senza demonizzazioni né moralismi. E in più per metter su con altri una
sala di incisione: suona la chitarra e compone in maniera splendida, secondo me.
Superando lo sbarramento di differenti “tempi” di vita (mangia di notte, dorme
quando vuole ecc.) sono riuscito a parlarci a fondo un paio di volte. E la cosa
impressionante non è solo, e tanto, la completa deideologizzazione ma, che è
ancor più bello, la mancanza anche di un’ideologia del ghetto, della marginalità
ecc., la ricerca anche confusa, ma determinata e irreversibile, di una
dimensione collettiva e “produttiva” – non so, si è messo a studiare, ma a
studiare di brutto, libri di elettronica in rapporto al suo progetto di sala di
incisione, come progetto di una sua specifica comunità. È un esempio ma credo
che ci capiamo. Lo zen è nella motocicletta. Eccetera. […]
Roma, Rebibbia, 5 gennaio 1984
Sicché eccoti emergere un fantasma. Prima con un misterioso telegramma e io lì
ad almanaccare su quale doveva essere la curva sulla quale non dovevo
sfracellarmi. Gli arresti domiciliari negati? Ma figurati se ci pensavo sul
serio e poi era successo un paio di settimane prima. Uno stupido testimone che
mi aveva dato, il giorno stesso, del teorizzatore dell’ignoranza? Roba da matti,
proprio a me! Ma tutto sommato una lieve cunetta. Qualcosa di grave che mi era
sfuggito? Strano, di segni negativi non me ne sfugge uno, ho una sensibilità
esperta e raffinata in proposito – quando sei nella merda fin qui non ti sfugge
la minima sfumatura di colore, odore e consistenza di ciò che ti circonda. Ho
lasciato perdere. Ma poi è arrivata la tua letterona. Il mistero è rimasto tale
ma almeno mi ritrovo un interlocutore che pensavo di avere (provvisoriamente)
perso nelle brume. Come stai vecchio? Sento vibrare fremiti di riconquistato
ottimismo, di voglia di fare, di convinzione che fare è di nuovo possibile. Non
sarà solo un fiammata di momentanea speranza? Se anche fosse, sia la benvenuta.
Ma c’è di più, credo, “oggettivamente”. Ne è passato del tempo – e di
esperienze, belle e meno belle, e di pensieri – da quando si inanellavano vasche
su vasche, ti ricordi?, cominciando a ragionare confusamente di soluzione
politica. Un processo di “muta”, doloroso e difficile, ma che è andato avanti,
anche oltre ogni previsione. Per lo meno la vecchia pelle è caduta, o ne stanno
cadendo gli ultimi brandelli – e la nuova è sensibilissima, com’è ovvio che sia,
a ogni alito di vento, a ogni sbalzo di temperatura. Sbalzi che non mancano e
infatti ne rimane visibilmente ferita – sai cosa intendo. Ma questa è ancora una
descrizione intimista, e insufficiente, della faccenda. La cosa grossa,
materiale, è questo ruolo che il carcere, se non mi inganno, viene via via
assumendo – una sorta di “centralità” ma affatto diversa da quella propria del
vecchio ciclo. Uno dei mille plateaux dell’esistenza sociale, se vuoi, ma quello
che più di ogni altro riassume i termini contraddittori di uno statuto delle
libertà, oggi. E parlo di libertà en matérialiste, come sempre, e perciò di
libertà entro il nuovo modo di produrre, fin dentro i suoi parametri più
fondativi, dalla conformazione del mercato del lavoro all’erogazione della spesa
pubblica. Che altro è un carcere popolato, attualmente e potenzialmente (oltre
che di vecchia e nuova criminalità tradizionale) di ogni genere di figura
sociale, dai tipi più diversi di “assenteista” agli amministratori “corrotti”
ecc. ecc. – al punto che questo rigonfiamento rende oggi, paradossalmente, il
carcere più “trasparente” di quanto sia mai stato? Se non che la regola
fondamentale, “costituzionale”, di determinazione del lecito è complessivamente
logorata e come tale va riformulata? Questo come minimo; perché vi è poi una
faccia inevitabilmente “positiva”, contestuale a qualsiasi operazione di
decongestionamento di un grumo repressivo – positiva nel senso che implica una
diversa redistribuzione della rete dei poteri; e lo si vede persino quando si
comincia a guardare e a praticare, in concreto, la soluzione che ci interessa, a
disegnare i diversi percorsi di decarcerizzazione ecc.: la fantasia, da una
parte e dall’altra, si riattiva e inventa scenari prima impensabili. Voglio dire
insomma che c’è, nei fatti, una dimensione forte, costituzionale appunto, del
problema-carcere (o di libertà o chiamiamolo come vogliamo) che va assunta come
punto di vista privilegiato. Che ne può fare, in questo scorcio di anni Ottanta,
qualcosa di simile a quello che è stato il problema-salario negli anni Sessanta
– una leva di trasformazione. È chiaro, per quel che ci riguarda, come
“politici”, senza alcuna pretesa di rappresentanza generale, che questo feticcio
èscomparso speriamo per sempre. Noi perseguiamo un sano interesse “corporativo”
ed è proprio nel far questo che ci imbattiamo via via in problemi – e chissà, in
soggetti? – “cointeressati”. […] Basta. Come vedi, si perde il pelo – e io ne ho
perso parecchio – ma non il vizietto di ragionare sulle cose. Quanto al
personale, è presto detto. Ne ho le palle piene. Della galera, del processo e di
quasi tutto il resto. (Anche del processo, next time). Mi pare di essere
diventato un infisso carcerario. I compagni sono bravi e si lavora, si ragiona
ecc., ma hanno il difetto di essere sempre gli stessi e soprattutto di non avere
neanche un po’ di tette. […] Il resto del mondo esterno sta svanendo in una
nebbia sempre più indistinta: qualche sagoma la intravedo ancora confusamente,
qualche altra l’ho persa ormai di vista. Ed è l’unica cosa che mi dà momenti di
scoramento acuto. La nebbia può alzarsi anche rapidamente, certo, e il sole
tornare a risplendere. L’immagine è bella, ma non vorrei trovarmi ad ammirare un
paesaggio deserto o popolato di volti sconosciuti. Non mi perderei d’animo,
credo; ma certe volte ho l’impressione che non si può ricominciare sempre
daccapo, tutta la vita. […]

Note
1 Si tratta di due «collaboratori di giustizia» le cui dichiarazioni ebbero un
peso rilevante nella prima fase dell’inchiesta «7 aprile».
2 Codice di Procedura Penale.
3 Toni Negri era stato precedentemente imputato, sulla base delle dichiarazioni
di Fioroni, del sequestro e dell’uccisione di Carlo Saronio, un militante
dell’area dell’Autonomia operaia.
4 Il riferimento è a Fioroni.
5 Storico ed editorialista de «Il Corriere della Sera». Personaggio
particolarmente impegnato nella richiesta di una linea intransigente contro non
solo il «terrorismo» ma anche le forme dell’antagonismo sociale diffuso
«autonomo». Sua la richiesta di istituire dei «Tribunali speciali».
6 Pietro Calogero era, all’epoca, Sostituto Procuratore della Repubblica a
Padova. Per sua iniziativa ebbe inizio l’inchiesta denominata «7 aprile», dalla
data, nel 1979, che segnò la prima raffica di mandati di cattura contro
militanti e intellettuali «autonomi».
7 Emissione di un mandato di cattura per «insurrezione contro i poteri dello
Stato», reato che prevede la pena dell’ergastolo.
8 «Fibbia» in gergo carcerario si intende come emanazione interna all’universo
carcerario di una condanna di pena corporale che può variare dal pestaggio
all’omicidio.
9 Qui il riferimento è allo sciopero della fame attuato in un carcere irlandese
da una serie di militanti dell’Ira che si concluse con la morte di Bobby Sands,
il 5 maggio 1981.
10 Il riferimento è alle lotte del movimento dei «disoccupati organizzati» che
esplose nelle piazze di Napoli all’inizio del 1981.
11 Nell’estate del 1981, nel carcere di San Vittore a Milano, per iniziativa di
una parte consistente dei prigionieri politici iniziò un ciclo di lotte che
aveva per obiettivo la conquista di migliori condizioni di socialità e
affettività.
12 Giovanni Spadolini, allora Presidente del Consiglio.
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