le lotte del '77 assumono in proprio la fluidificazione del mercato del lavoro

 Le lotte del '77 assumono in proprio la fluidificazione del mercato del lavoro, facendone un terreno di aggregazione e un punto di forza. La mobilità tra lavori differenti e tra lavoro e non lavoro, anziché polverizzare, determina comportamenti omogenei e comuni abitudini, si intride di soggettività e di conflitto. Sullo sfondo comincia a delinearsi la tendenza che poi, negli anni successivi, si imporrà allo sguardo: contrazione dei tradizionali impieghi manuali, crescita del lavoro intellettuale massificato, disoccupazione provocata dagli investimenti (frutto dello sviluppo, non dei suoi intoppi).

Ma di tale tendenza, il movimento diede, allora, una rappresentazione di parte: la rese visibile per la prima volta, in certo modo la tenne a battesimo, ma torcendone la fisionomia in senso antagonista. Decisiva fu la percezione di una possibilità: quella di concepire il lavoro salariato come l'episodio di una biografia , invece che come un ergastolo. E la conseguente inversione di aspettative: rinuncia a premere per entrare in fabbrica e restarvi, ricerca di ogni via o pertugio per evitarla. La mobilità, da condizione imposta, diviene regola positiva e principale aspirazione; il posto fisso, da obiettivo primario, si tramuta in eccezione o parentesi. E' la causa di tali propensioni, assai più che non per la violenza, che I giovani del '77 si rendono semplicemente indecifrabili per la tradizione del movimento operaio. Essi rovesciano la crescita dell'area del non lavoro e della precarietà in un percorso collettivo, in una migrazione consapevole dl lavoro di fabbrica. Al movimento, animato com'è dalla cocciuta intenzione di trovare vie di fuga, ben si attaglia l'immagine dell'esodo. […]

(PAOLO VIRNO - IL FUTURO ALLE SPALLE in "SETTANTASETTE" - Manifesto Libri)



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