La crisi dei gruppi
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[…] La crisi dei gruppi inizia nel ’73, al punto di incontro tra un evento esterno e uno tutto “interiore”. Il golpe cileno spazzava la strategia implicita di quasi tutti i gruppi extraparlamentari: mandare al governo il Pci e poi “incalzarlo da sinistra” per radicalizzarne le (ipotetiche o residue) velleità riformatrici. La dimensione militare dello scontro politico, in qualche modo rinviata o nascosta dietro la dimensione di massa della conflittualità mostratasi in Italia, torna prepotente e non rimovibile sull’orizzonte di ogni militante “rivoluzionario”. Ne discendeva, quasi logicamente, la radicalizzazione delle scelte politiche o l’abbandono della militanza. La questione femminile emergeva all’interno di quelle forze politiche che facevano dell’eguaglianza e dell’emancipazione di tutti un punto di principio irrinunciabile. La sinistra extraparlamentare ne veniva attraversata per prima e in modo devastante, mancando del consumato cinismo che avrebbe consentito ai partiti istituzionali di “accogliere” le istanze femministe senza modificare i propri assetti. Il punto di collasso è senz’altro lo scioglimento di Lotta Continua, decretato a Rimini da Sofri e il resto del gruppo dirigente nazionale. Sorprendente perché era stata proprio Lotta Continua a dare esplicitamente l’indicazione strategica del “mandare il Pci al governo”; di grande impatto a livello di massa, perché era certamente quello il gruppo più noto e radicato, col più alto numero di militanti; sconvolgente perché manifestava la “crisi” di un gruppo dirigente che invece era sentito, nell’immaginario “gauchista”, com particolarmente carismatico e unitario. La crisi comunque non decretava la scomparsa del movimento che si era sviluppato a partire dal ’68. Scompariva la sua “faccia pubblica”, l’unitarietà politica garantita o rappresentata da un insieme di gruppi sostanzialmente simili (oltre a Lotta Continua, Avanguardia Operaia, il gruppo del Manifesto, il Movimento Lavoratori per il Socialismo, ecc.), contigui, ancorché in sempiterna lotta per l’egemonia nei piccoli orti della micropolitica. Restava il “popolo rivoluzionario”: deluso, frammentato, invelenito, debordante, tentato dalle sirene del misticismo o dall’”allargamento delle porte della percezione” che il mercato in espansione delle droghe sembrava assicurare. Ma al crollo della dimensione “verticale” dei gruppi la risposta era comunque un forte consolidamento della presenza “orizzontale”; accompagnata dalla critica della delega politica e della “forma partito”, da teorie corroboranti la spontaneità e le microorganizzazioni territoriali o di luogo di lavoro. Insomma, dalla ricerca e dai ricordi emerge che “gente” ce n’era tanta, e determinata a proseguire una lotta per il cambiamento sociale che durava ormai da un decennio. […] [“Dall’inizio”; introduzione di “Una sparatoria tranquilla – Per una storia orale del ‘77” – Odradek edizioni 1997).
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