La crisi della politica

I grandi rivolgimenti nell’economia degli ultimi anni non possono tuttavia spiegare da soli la nascita di un movimento che, sebbene di breve durata, diventa protagonista di uno dei periodi più importanti della nostra storia. Anche all’estero si manifestano radicali mutamenti nella struttura economica e nella società, ma non si sviluppa alcun movimento, almeno non della portata di quello italiano. Vi è sì un disagio giovanile, ma questo non riesce a trasformarsi in un grande movimento di protesta. Spesso è l’arte, e soprattutto la musica, il luogo in cui il malcontento trova il modo di esprimersi. E’ il Punk, un fenomeno “politico-culturale” che nasce in Inghilterra intorno alla metà degli anni settanta e che ha un grande impatto sulle società dei paesi industrializzati, Italia compresa (soprattutto a partire dal 1978), ma quasi mai sulle sue istituzioni. Il Movimento italiano, invece, gioca sin dall’inizio un ruolo determinante nelle scelte di politica generale.

Insomma, il Settantasette è un fenomeno tutto italiano. Perché?

Il fatto è che nel nostro paese ad andare in crisi non è solo l’economia, ma tutto il sistema. Degli scandali si è già detto. Preme ricordare, però, che proprio nel 1977 esplode il caso “Lockeed”, tangenti pagate da una ditta americana produttrice di aeroplani, la Lockeed appunto, per assicurarsi il mercato militare italiano. Vengono coinvolti alcuni parlamentari del partito di maggioranza relativa e di altre formazioni minori di centro. La Dc fa subito quadrato intorno ai suoi. Aldo Moro dichiara in Parlamento: “A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo morale e politico da celebrare, come si è detto, cinicamente, nelle piazze (il riferimento è agli slogan della nuova sinistra, n.d.a.), noi rispondiamo con la più ferma reazione all’opinione pubblica, che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita”. E’ un discorso che irrita molti osservatori, come Leonardo Sciascia, che commenta: “A voler ridurre a essenzialità e chiarezza gli argomenti dell’onorevole Moro: la libertà e l’integrità del paese sono intangibili; la Dc rappresenta la libertà e l’integrità del paese; la Dc è intangibile; l’immutato consenso elettorale dimostra che la Dc non ha colpa; l’onorevole Gui (uno dei parlamentari coinvolti nello scandalo Lockeed, n.d.a.) non ha colpa (...). Questi sillogismi (...) come pregiudiziale innocenza dei singoli democristiani”. Sempre nel 1977, fugge dal carcere il criminale nazista Kappler, grazie a “misteriosi” appoggi e coperture. Anche in questo caso la Dc è sotto accusa. E, a ottobre, i giudici di Catanzaro che indagano sulla strage di Piazza Fontana mettono sotto inchiesta Rumor (Dc) e i vertici dei servizi segreti.  

E tuttavia, neanche gli scandali spiegano, da soli, la rivolta del ‘77, le cui radici vanno ricercate altrove e più lontano nel tempo.

Dopo la grande avanzata elettorale del Pci nelle Amministrative del 1975 (33,4%), il cambiamento, l’alternanza al governo e quindi la democrazia compiuta cessano di essere solo delle ipotesi. Infatti, sommando i voti del Pci con quelli del Psi e della nuova sinistra, si ottiene una percentuale superiore a quella che ottengono la Dc, il Psdi, il Pri e il Pli messi assieme: 46,9 contro 46,5 per cento. Si tratta però solo di calcoli. In Italia non è possibile raggruppare i partiti sulla base di una suddivisione destra-sinistra, come avviene nei paesi di consolidata democrazia: infatti, il partito che dovrebbe guidare l’ipotetico schieramento di sinistra, il Pci, punta ad accordarsi con quello più forte nell’ipotetico raggruppamento moderato, la Dc.

Ma la società è più avanti della classe politica che dovrebbe rappresentarla: le Amministrative del 1975 registrano una radicale polarizzazione del voto. Il popolo italiano vede ciò che per la maggior parte dei politici è pura fantasia: l’esistenza di un fronte moderato che si contrappone a uno progressista. E’ l’ennesima sfaldatura tra paese reale e paese legale. Come scrive il politologo Paolo Farneti, mentre dal primo viene una forte spinta centrifuga, i partiti tendono invece a convergere verso il centro, come avviene, salvo alcune significative eccezioni, sin dall’Unità d’Italia (spinta centripeta).

Il Pci rappresenta per vasti strati di opinione pubblica (anche moderata) l’onestà e persino l’ordine contro la corruzione e l’incapacità di governare mostrata in questi trent’anni dal partito di maggioranza relativa: il cambiamento, la svolta, l’alternativa democratica al sistema di potere democristiano. Un voto, quello del 1975, non ideologico, dunque, anche se caricato di significati che vanno ben oltre il rinnovamento delle amministrazioni locali. Piero Ottone parla esplicitamente di voto “riformista”:

La forza del Pci viene da un elettorato democratico, antiautoritario, che vuol muoversi nel sistema.

Ed è in questo clima, nel quale molti commentatori paventano un sorpasso comunista a danno della Dc, che il paese si appresta ad affrontare il test elettorale più importante della sua storia dopo quello del 18 aprile 1948: le elezioni politiche del giugno 1976. L’importanza di queste consultazioni trova una conferma nella decisione presa dalla maggioranza dei gruppi della nuova sinistra (da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia, passando per il Movimento Studentesco, ora Movimento dei Lavoratori per il Socialismo, Mls, guidato da Luca Cafiero, il Manifesto e altri gruppi minori) di presentarsi alle consultazioni con una propria lista, Democrazia Proletaria (Dp), per contribuire alla nascita di un governo delle sinistre che ricacci per sempre la Dc all’opposizione. Dp controllerebbe ogni mossa di questo esecutivo, per verificare che esso sia effettivamente di sinistra “non solo nella sua base parlamentare, ma anche nel suo programma e nel suo rapporto con il movimento, con gli obiettivi e le lotte del proletariato”. Le speranze sono molte. Lucio Magri, del Manifesto, si dice convinto del tramonto dell’egemonia democristiana; Adriano Sofri, leader di Lc, prevede per Dp un risultato superiore al 4 per cento.

Anche il “Giornale nuovo” si mobilita per le elezioni. Per il quotidiano di Montanelli è in gioco il futuro del sistema. Scrive Montanelli, in un articolo titolato E’ in gioco l’intera posta, pubblicato in prima pagina il 20-6-1976, giorno delle elezioni: 

E’ il 20 giugno. E domani potrebbe essere soltanto un altro giorno. Per la prima volta dopo il 1948 gli italiani sono chiamati alle urne non per cambiare o confermare un Parlamento e un governo, ma per cambiare o confermare un modo di vita (...). Questo è il discorso della paura, si dice da qualche parte, anzi, da molte interessate parti. E’ vero. Ma si tratta di vedere se la paura è razionale o irrazionale.

Tenta invece di gettare acqua sul fuoco “l’Unità”, la cui campagna elettorale è incentrata sui soliti temi: lotta alla corruzione, difesa della democrazia e degli interessi dei lavoratori, crescita economica del paese, riforme eccetera. L’atteggiamento del quotidiano comunista non deve sorprendere. Il partito di Berlinguer punta ad ottenere un buon risultato, che può concretizzarsi solo se una parte dei ceti medi o, più in generale, di quelli tradizionalmente non comunisti, opteranno, nel segreto dell’urna, per le liste con la falce e il martello. Occorre non spaventarli, come non bisogna allarmare gli altri paesi occidentali, e quindi smentire tutti coloro che, a destra come a sinistra, parlano di passaggio epocale, di cambiamenti radicali o addirittura di rivoluzione.

Anche il “Corriere della Sera” invita a smorzare i toni apocalittici. Scrive Ottone: “Gli stranieri dicono che stiamo votando nella paura. Non è vero”. E poi, entrando nel merito delle elezioni:

E’ inutile per chi convenga votare. Ciascuno di noi decide il proprio voto e lascia gli altri liberi di scegliere. (...) Ma possiamo esprimere un’esigenza di cui siamo profondamente convinti. E’ necessario che ogni elettore voti con coraggio, secondo coscienza. L’elezione è un momento morale prima ancora che politico. (...) Nessun popolo sarà mai il padrone del suo destino se non avrà il coraggio di guardare in faccia la realtà.

 E la realtà è drammatica, come il “Corriere della Sera” ha documentato molto bene in questi ultimi anni.

Meno ermetica la posizione di un quotidiano da pochi mesi in edicola, “la Repubblica”:

Il voto per la Dc destabilizza, nelle condizioni attuali, l’equilibrio politico italiano. Destabilizza, per conseguenza, anche l’equilibrio economico, accentua le tensioni sociali e, per conseguenza, rende precario l’ordine pubblico.

Un concetto ribadito il 20 giugno dal suo direttore, Eugenio Scalfari, con un editoriale dal titolo E’ tempo di cambiare la guida dello Stato

Se la Dc cambierà in futuro, ne saremo lieti come cittadini. Ma oggi è quella che è, e come tale va giudicata. Non è più la Dc il pilastro della democrazia italiana; anzi rischia d’esserne il becchino. Chi spera e vuole incisivi progressi deve volere adeguati mutamenti politici e comportarsi di conseguenza.

Nella società, dunque, continuano a manifestarsi spinte centrifughe. Sono tanti i moderati non democristiani che optano per la Dc, cioè per il partito guida di quello che considerano il fronte conservatore, seppur turandosi il naso, come Montanelli, per esempio; tanti anche coloro che, pur non essendo mai stati comunisti, decidono di votare per il partito che fu di Gramsci e di Togliatti, come forse farà Scalfari.

I risultati delle elezioni confermano il trend positivo del Pci, che con il 34,4% guadagna un punto rispetto alle Amministrative dell’anno precedente. Ma la Dc, la nuova Dc di Moro e Zaccagnini, nata dopo le sconfitte del 1974 e del 1975, con il 38,8% torna ai livelli del 1972. Insieme, Dc e Pci totalizzano più del 70% dei consensi, quasi i tre quarti dell’intero corpo elettorale. Ancora una volta l’elettorato italiano si è espresso come quello dei paesi democratici più evoluti, premiando le due forze tra loro (in teoria) alternative.

Escono sconfitti i partiti minori, soprattutto il Psi, che scende sotto il dieci per cento. Ed esce sconfitta clamorosamente la nuova sinistra, la quale, con meno del 2% alla Camera e lo 0,2% al Senato, raccoglie molto meno del previsto: appena 557.000 voti in tutto il paese. Dieci anni di imponenti manifestazioni, di lotte, di lutti, di barricate, occupazioni e persecuzioni poliziesche per ottenere un pugno di deputati. Alla fine, nel segreto dell’urna, la gran massa dei giovani ha dato fiducia al Pci (e alla Dc) come e più che in passato. E subito si scatenano le polemiche: Lc accusa i vertici di Dp di avere discriminato i suoi candidati nella maggior parte dei collegi per favorire quelli delle formazioni più moderate, le quali, invece, fanno risalire le cause del disastro elettorale proprio alle posizioni libertarie, movimentiste e anti-Pci del gruppo di Sofri. Il Sessantotto muore nel momento in cui sembrava aver ritrovato la sua unità.

Raggruppando i partiti presenti in Parlamento in due schieramenti, quello di “sinistra” ottiene il 46,7%, i moderati, senza il Msi, il 46,6 per cento. “Si potrà governare?”, si chiede Alberto Sensini sul “Corriere”. Se lo domandano in molti. La “sinistra”, infatti, non ha i numeri per farlo; il “fronte moderato” sì, ma solo aprendo al Msi, ma questa è un’eventualità che non viene minimamente presa in considerazione dai nuovi vertici della Dc. Non rimane allora che il compromesso storico. D’altro canto, non lo sapevano forse quei milioni di italiani che hanno votato per la Dc e per il Pci che questi due partiti puntavano a un accordo di governo?

E invece arriva la sorpresa: il Pci decide di dare il suo appoggio esterno a un monocolore democristiano guidato da uno dei leader della destra interna, Giulio Andreotti. Con questo voto non solo svanisce il sogno, coltivato da anni da milioni di persone, di mandare all’opposizione la Dc (o magari di metterla fuori legge insieme al Msi, secondo il modello portoghese, come avevano sostenuto nel corso della campagna elettorale i gruppi della nuova sinistra), ma anche lo stesso compromesso storico, cioè la possibilità per il Pci di accedere per la prima volta nella sua storia, se si eccettua la breve e travagliata fase postbellica, alle alte sfere del potere. E così, mentre in Vietnam gli americani sono costretti alla fuga, in Portogallo crolla la dittatura salazariana, in Spagna sta per finire quella franchista e negli Usa è ormai agli sgoccioli l’era repubblicana, in Italia, nonostante il Sessantotto, l’autunno caldo e la notevole avanzata elettorale delle sinistre, la Dc continua a governare e per di più da sola.

La decisione di Botteghe Oscure genera stupore ed incredulità in gran parte dell’opinione pubblica progressista, senza peraltro rassicurare quella moderata, per la quale i comunisti rimangono dei “mangia bambini”. E i primi a ribellarsi sono proprio i giovani.

   

Una settimana dopo le elezioni si tiene al Parco Lambro di Milano il tradizionale “Festival del proletariato giovanile”. Decine di migliaia di giovani vi prendono parte. Si ascolta la musica, si balla, si fa uso di droga, si discute di politica, di problemi esistenziali e si fa l’amore. Il clima è quello di una festa. Ma emergono anche i primi sintomi di un profondo malessere. Centinaia di giovani vengono ripetutamente alle mani con gli organizzatori della manifestazione, cioè con i dirigenti della nuova sinistra, espropriano i chioschi, contestano gli oratori e inscenano violente manifestazioni di dissenso.

La nuova sinistra si è impegnata per più di un anno in campagna elettorale, per uscirne alla fine con le ossa rotte, dimenticandosi nel frattempo di quell’universo giovanile che per otto anni era riuscita a rappresentare come nessun’altra forza politica e sociale aveva mai fatto prima. “Lotta Continua”, in un articolo dal titolo Re nudi e ladri di polli, ovvero la sottocultura alternativa, se la prende soprattutto con gli espropri degli autonomi (“sulla deficienza politica e pratica di tali azioni non spendiamo neanche una parola”) e parla di una festa “rituale e scontata”. Il “Manifesto”, per il quale la sottocultura è solo “emarginazione”, parla di un clima angosciato, dove “ognuno è stato costretto a trovarsi faccia a faccia con l’alienazione”. Sono toni che ricordano il “Corriere della Sera” del 1968.

Dopo qualche mese, in autunno, Lotta Continua cessa di esistere: 

Si delega l’elaborazione della linea politica ai vari spezzoni di movimento del partito, si dà alle strutture dirigenti un compito di puro coordinamento. In una scelta di questo tipo il partito rinuncia di fatto a porsi come polo. Il partito viene visto come la somma di tante autonomie, di tanti piccoli (o grandi) “no” a questa società, mentre prima era un grande “no” sintetico che doveva comprendere tutto.

Termina con il Congresso di Rimini dell’ottobre 1976 l’esperienza di uno dei gruppi più originali di questi ultimi anni, quello che meglio aveva saputo raccogliere le esigenze, le paure, le speranze di una generazione che non aveva voluto tornarsene a casa dopo Piazza Fontana. E’ la fine di un’epoca. Decide invece di continuare a vivere l’omonimo quotidiano, pronto a farsi portavoce del nuovo Movimento.

Il 7 dicembre migliaia di giovani dei Circoli del Proletariato tentano di assalire la Scala, in occasione della Prima. E’ il battesimo del fuoco per il nuovo movimento. Questo il testo dell’articolo che la rivista dei circoli, “Viola”, aveva pubblicato qualche giorno prima: 

Il 7 dicembre a Milano è S. Ambrogio, la festa del Patrono della città: la borghesia milanese inaugura questa data con la Prima della Scala, un anno di sfruttamento e di dominio, ostentando la sua ricchezza e i suoi privilegi. (...) Il proletariato giovanile andrà alla Scala, ha bisogno di andare alla Scala; sarà molto difficile andarci con creatività ma faremo il possibile; saremo lì a gridare che vogliamo vivere e che non siamo disposti a fare sacrifici.

Il proletariato giovanile avverte la contraddizione tra le richieste di sacrifici fatte ai lavoratori da governo, Pci e sindacati e una borghesia disposta a spendere cifre da capogiro per assicurarsi una poltrona alla Scala, e non tanto per assistere alla rappresentazione de ”L’Otello”, quanto per partecipare a un grande avvenimento mondano. Dunque, il primo obiettivo di quello che dal 7 dicembre verrà chiamato ufficialmente “Movimento” è la cosiddetta “politica dei sacrifici” del governo Andreotti, appoggiata dalla Confindustria e dai sindacati e difesa tenacemente dal Pci.

Il 7 dicembre Milano è presidiata da più di 4.000 poliziotti, ma il Movimento è deciso a rovinare la festa dei ricchi. Non viene indetta una grande manifestazione unitaria: i Circoli ed Lc (i vari gruppi milanesi di Lc, perché ormai, come è stato detto, non vi è più una direzione nazionale) decidono di dare vita a cortei spontanei in vari punti della città, partendo dalle periferie, con l’obiettivo dichiarato di ostacolare il più possibile l’accesso alla Scala, bloccando il traffico, sabotando le centraline dei semafori, dando vita a qualche tafferuglio con la polizia; la nuova sinistra opta invece per un presidio in Piazza Vetra.

Nel pomeriggio alcune centinaia di giovani inscenano una manifestazione di protesta in Piazza Duomo, a due passi dalla Scala, ma vengono immediatamente pestati, identificati e condotti in questura. Poco dopo scoppiano tafferugli in vari punti della città. Una vera e propria battaglia si combatte solo nei pressi di Porta Romana, dove la polizia spara su un corteo di un migliaio di giovani dei Circoli della periferia meridionale. Gli scontri si protraggono per alcune ore. Nel frattempo la situazione degenera anche nel resto della città: centinaia di poliziotti scorrazzano per le vie di Milano a caccia di “rossi”. Ne fanno le spese decine di giovani, anche semplici passanti. Una violenza inaudita, che fa scrivere al “Manifesto”: “Ormai essere giovani a Milano è diventato un reato”. Il governo dei sacrifici, di Andreotti e del Pci, ma senza il Pci, ha fatto le sue prime vittime. Ma tra le centinaia di feriti ci sono anche molti giovani che si sono ustionati maneggiando le bottiglie molotov, confezionate, a differenza degli anni passati, quando veniva utilizzata solo benzina, con materiale chimico che esplode al minimo urto. Un’altra originalità del Settantasette.

“SUCCESSO DELL’OTELLO: 250 FERMATI, 31 ARRESTATI, 170 FERITI”, titola a tutta pagina il “Manifesto”. “Abbiamo perso una battaglia - dichiara un manifestante - ma era giusto scendere in piazza per impedire ai ricchi di celebrare la loro festa”.

E’ nata la nuova generazione di militanti.

(ANNI 70....) 


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