Peggio del ‘68

“Come il ‘68? No è peggio, oggi c’è la crisi”. Così rispondono i giovani del nuovo movimento alla domanda più ricorrente sui giornali del 1977. E a ragione: l’Italia della seconda metà degli anni sessanta si trova in una situazione economica disastrosa. La crisi petrolifera ha costretto la Banca d’Italia a continue svalutazioni della lira e i tanti esecutivi che si sono succeduti in questi ultimi anni a optare per una politica inflazionistica per mantenere immutato il livello dei profitti delle aziende. Una politica d’emergenza che non ha fatto altro che aggravare ulteriormente la situazione. Il tasso medio di crescita nazionale, che negli anni del boom si attestava intorno al 7%, precipita infatti al 3,36%, mentre quello della produzione industriale passa, nello stesso lasso di tempo, dal 9 al 3,38 per cento. Queste cifre mostrano quanto sia profondo il burrone in cui è scivolata la nostra economia negli ultimi anni. E il settore più colpito è senza dubbio quello industriale.

Non è stato possibile realizzare in questi anni una radicale opera di ristrutturazione, data la forza del movimento dei lavoratori. Gli industriali hanno quindi risposto con il decentramento produttivo, che, grazie alla minore conflittualità rispetto ai grandi impianti, ha consentito non solo le ristrutturazioni di base, con il ricorso a nuove e nuovissime tecnologie, ma anche l’aggiramento degli oneri sociali e l’evasione fiscale. Spesso si tratta di aziende con meno di 15 dipendenti, nelle quali cioè non ha validità lo Statuto dei Lavoratori, e dove i sindacati trovano non poche difficoltà ad entrarvi, anche per la diffusione di forme di lavoro nero. E’ la cosiddetta economia sommersa.

Dopo quasi un secolo nel quale le dimensioni degli impianti industriali sono andate aumentando costantemente, a partire dalla metà degli anni settanta si assiste dunque ad una inversione di rotta, seppur graduale, che riduce enormemente la forza della classe operaia, creando nel contempo nuove figure professionali; che aggira le leggi sulla sicurezza nei posti di lavoro e annulla gli effetti devastanti dei metodi di lotta inaugurati nell’autunno caldo.

Giulio Sapelli ha visto in tutte queste trasformazioni il segno del passaggio da una società industriale a una di tipo “neo industriale”, nel quale decresce progressivamente il peso della classe operaia e aumenta quello dei tecnici e degli impiegati, i cosiddetti “colletti bianchi”. Non si tratta tanto di una crescita del terziario, dunque, ma della quota dei servizi inerenti alla produzione dei beni industriali: una “terziarizzazione dell’industria”.

Un passaggio che per lo studioso francese Alain Touraine è ancora più radicale, un vero e proprio salto: da un sistema industriale i paesi più ricchi si evolvono in questi anni (1973-1975) verso uno di tipo “post-industriale”, nel quale non si produce solo per vendere, ma “si studia il mercato e lo si influenza per determinare gli obiettivi della produzione”, dove cioè “la manipolazione della domanda è inseparabile dall’organizzazione della produzione”, che implica un controllo sulle decisioni politiche e sui mezzi di comunicazione. Quindi

non è più in nome del cittadino o in nome del lavoratore che le grandi lotte rivendicative possono essere condotte. Contro un apparato di dominazione che gestisce sempre più l’insieme della società per orientarla verso un certo tipo di sviluppo, si fa strada la resistenza di collettività, definite dal loro essere più che dalla loro attività.

Il passaggio d’epoca implica un totale rovesciamento rispetto alle lotte del passato, nelle quali il negotium era alla base delle rivendicazioni delle categorie popolari contro lo otium delle classi dirigenti: ora i gruppi che subiscono la dominazione devono resistere soprattutto alla manipolazione. 

E dato che le società postindustriali sono caratterizzate da una generalizzazione progressiva dell’urbanizzazione, la città, o piuttosto l’urbano, sarà il luogo dei conflitti, come la fabbrica lo è stata nel periodo che si sta concludendo.

Il movimento del ‘77 giunge alle stesse conclusioni. Scrive “Rosso”: 

Il proletariato giovanile si radica nella città (...), accetta la logica del quartiere come momento di verifica della possibilità di costruire contropotere, saltando ogni mediazione, ogni forma di contrattazione attraverso le istituzioni, attraverso il riformismo e la sua geografia politica. Dalla piccola fabbrica, dal quartiere, dal tessuto sociale ricomposto su nuovi livelli deve sparire ogni forma di controllo, ogni forma di potere dell’organizzazione del lavoro.

Quello che verrà chiamato “Movimento”, dunque, accetta la logica di un sistema nel quale la classe operaia (una vera ossessione per i gruppi del Sessantotto) ha perso il suo ruolo “guida”, i partiti rivoluzionari tendono a divenire riformisti e il luogo dello scontro sociale si è spostato dalla fabbrica al più generico spazio urbano. Il Pci invece (e qui sta una delle cause principali dello scontro del ‘77) rimane sostanzialmente ancorato a una visione “industriale” della società e marxista-leninista, anche se non più rivoluzionaria, della lotta politica. Alla classe operaia, secondo il partito di Berlinguer, spetta il compito di fare uscire il paese dalla crisi, di portarlo verso una democrazia compiuta: deve cioè farsi classe dirigente.

Il problema però, per il Pci e per gran parte della nuova sinistra che ne condivide le visioni di fondo, è che in questi anni si è assistito a un radicale processo di emarginazione sociale, che ha coinvolto vasti strati della popolazione, soprattutto i più giovani, che spesso si trovano a vivere in condizioni materiali e psicologiche peggiori della classe operaia: sono il “quinto stato”, il prodotto di un nuovo sistema economico. 

La condizione oggettiva del proletariato giovanile riporta alla crisi (istituzionale ed economica): la razionalizzazione capitalistica, non riuscendo a concretizzare realmente un modello di struttura e di comando in grado di assicurare livelli ottimali di consenso, innesca un processo di immiserimento e di emarginazione che investe direttamente le fasce più proletarizzate. Nella marginalizzazione galoppante, che toglie di mezzo anche la connotazione possibilista di forza-lavoro, il proletariato giovanile vive, in prima persona, quell’austerity che non richiama storicamente ad una situazione d’emergenza (in quanto diversa da una situazione antecedente), ma sancisce uno stato di cose esistenti, oggettive, repressive e antagoniste.

Al nuovo movimento poco importa dei miglioramenti delle condizioni di lavoro in fabbrica: vuole la fine della fabbrica; non la riduzione dell’orario lavorativo, ma la liberazione dal tempo del lavoro; non la riforma della scuola, ma la sua morte. Le forme tradizionali di lotta spariscono. Risorge il pensiero (e la pratica) di Ned Ludd: “Il nostro sabotaggio organizza l’assalto proletario al cielo. E finalmente non ci sarà più quel maledetto cielo”, scrive Antonio Negri, leader di Autonomia Operaia (Aut Op).  

Ma il proletariato giovanile, come scrive “Re Nudo”, una delle riviste più lette del periodo, non si libera dalla schiavitù del lavoro per entrare in “lager colorati di rosso” o per andare tutta la vita in giro “con le preghiere di Mao in una tasca”. 

Queste coglionerie le ha già rifiutate la storia (...) Quando in Ungheria per essere comunisti bisognava essere stalinisti, in Polonia gomulkisti, il proletariato non ha fatto politica, ha distrutto la sede del partito e le fabbriche carcere, ha preso in mano la propria esistenza e come tale l’ha gettata nelle piazze e nelle barricate.

E ancora: 

Il nostro obiettivo non quello di creare una società della festa ma quello di fare la festa alla società, perché la rivoluzione proletaria o sarà una festa o non sarà nulla.

In queste parole c’è tutto il distacco della nuova generazione dalle idee e dai miti di quelle che l’hanno preceduta.

Riappropriarsi del personale che il Sessantotto aveva relegato nel “pre-politico”, svalutandolo, visto che per i contestatori di allora la politica era tutto; rifiutare una militanza ridotta a mera ripetizione di gesti meccanici e solo in apparenza rivoluzionari, “incapace - scrive “A/Traverso rivista per l’autonomia” - di comprendere e di integrare i comportamenti, i bisogni ed i desideri del soggetto che va formandosi nelle condizioni metropolitane”; trasformare l’arma delle critica in “critica armata”; le troppe parole campate in aria nell’occupazione di case; i grandi dibattiti sull’attualità o meno del pensiero marxista nella creazione di centri di aggregazione giovanili; le piattaforme programmatiche in ronde che danno la caccia agli spacciatori di morte, nelle feste “selvagge” per le vie del centro, negli espropri proletari (“Vogliamo Tutto”). In tutto questo, “nella gioia e nella rabbia nel distruggere la gabbia”, come recita un brano di Gianfranco Manfredi (il cantautore della generazione del ‘77), risiede la straordinaria rivoluzione di uno dei movimenti più originali della storia dell’Italia contemporanea.

(ANNI 70 .....)



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