NEL 1978 PER LA PRIMA VOLTA si aprirono i cancelli del manicomio di Santa Maria della Pietà, a Roma.

Per la prima volta chi vi aveva vissuto rinchiuso da quando era bambino uscì all’aria aperta. Quando fecero il conto delle persone che tornavano a vivere, quel giorno, scoprirono che c’era una signora in più. Era nata dentro il manicomio. Era «normale», ma piano piano, per sopravvivere, si era abbandonata alla follia. Andai a trovarla nella sua nuova casa. Aveva cinquant’anni, era molto carina. Aveva occhi bellissimi e spenti. Il giorno che aprì il manicomio vidi anche persone che non avevano mai visto il Tevere.

Vidi decine di uomini e donne che salivano per la prima volta su una barca, percorrevano il fiume e andavano a vedere il mare. Ad accompagnarli c’erano attori, mimi, saltimbanchi, animatori.

Li aiutavano nel loro primo incontro con la libertà. Purtroppo poi i soldi finirono e queste persone furono abbandonate. Ma nei primi giorni c’erano animatori venuti da molte città d’Italia. Quando rimasero soli, penso che soffrirono molto. Ma da uomini e donne liberi.

Il 1978 è anche l’anno dell’applicazione della legge 194 sull’aborto. Veniva applicata male, per scoraggiare le donne a interrompere la gravidanza.

Un giorno, era settembre, fui chiamato dalle donne al Policlinico Umberto I.

Era il primo giorno in cui la legge entrava in vigore. Io per pudore non ero andato spontaneamente,

si trattava di reparti femminili e non avrei saputo come comportarmi. Invece le donne mi chiamarono e mi portarono a visitare

i reparti dell’ospedale romano. Vidi che c’erano quattro donne in unico letto. Avevano subito l’intervento ed erano ancora sotto

anestesia, e stavano tutte su un letto: due dal lato della testa e due dalla parte dei piedi.

Il nostro paese è stato questo.

Quel giorno le donne si ribellarono, occuparono l’intero reparto del Policlinico con alcuni medici che le sostenevano. Tra di essi ricordo una dottoressa che si chiamava Simonetta Tosi. Era una donna di scienza e si batteva perché tutte le donne avessero il diritto di fare il test per la salute. Si battè con tanto impegno che si dimenticò di sottoporsi agli esami. Se ne andò da un mese all’altro. Quando fu sepolta, davanti alla sua tomba c’erano sia alcuni premi Nobel che gli autonomi e le autonome romani.

La legge che chiuse i manicomi e quella che tolse l’aborto dalla clandesinità erano frutto del grande ciclo di lotta che era cominciato negli anni precedenti.

Bisogna fare dei pensieri cattivi ripensando a quel periodo, e si possono fare anche oggi, guardando alla situazione della Campania e delle discariche. Il segnale, pieno di significato e mafioso, per cui a occuparsi dell’immondizia hanno mandato il capo della polizia

di Genova vale anche per il passato.

Chi ha distrutto il movimento a Genova? C’è una costante, nella nostra storia. Quando i movimenti sociali arrivano a un punto di consapevolezza insopportabile per l’estabilishment, devono essere abbattuti.

Questo è stato il 1978. Quale partito si era battuto veramente per l’aborto e per la chiusura dei manicomi?

Nessuno. Erano stati i movimenti sociali a battersi, fino a ottenerli. Per questo vennero schiacciati e repressi con violenza.

Ma esistono degli stili di vita che non possono essere cancellati. La sorellanza delle donne, la fratellanza di tutti quanti con i pazzi. Anche per i carcerati è stato così. Ci fu bisogno di sommosse dentro le galere per ottenere gli spiragli e le speranze che abbiamo

adesso. In carcere oggi si possono ottenere dei permessi, è permesso persino coltivare degli amori.

Per battere il movimento delle donne cercarono anche di istituzionalizzarlo. Ma alcune consapevolezze non si possono cancellare. Così anche per i pazzi. C’era un desiderio della cittadinanza di vederli liberi. Qualche anno prima della legge Basaglia andai al quartiere popolare di Primavalle, a Roma, vicino al Santa Maria della Pietà, dove avevano invitato i pazzi a pranzo.

Era una domenica di primavera. A un segnale convenuto, tutte le donne gettarono la pasta nelle pentole fumanti, in modo che si mangiasse davvero tutti insieme. Questo bisogno di fratellanza nessuno e niente potrà cancellarlo con la forza.

Qualche tempo dopo arrivò il 1980. Io feci un lavoro con il Partito comunista italiano. Si trattava di mettere insieme un reportage fotografico sull’Italia di quel tempo, da pubblicare nell’Almanacco 1981 del Pci, quello del sessantesimo anniversario del partito. Per due mesi lavorai con loro e scelsi le foto dell’Italia che speravo cominciasse negli anni ottanta.

Ero pieno di speranza, nonostante il mio mondo stesse morendo, e i miei giornali chiudevano. Vidi il mio paese crollare con il terremoto dell’Irpinia, quando sentii l’odore della morte tra le rovine. Mi chiamarono per andare in Irpinia mentre stavo cercando

di riprendere fiato dopo aver visto un altro pezzo d’Italia sparire, durante i trentacinque giorni alla Fiat.

Quando mi presentavo al portone blindato di Botteghe oscure, dalla guardiola dicevano «È arrivato Savonarola». Mi avevano soprannominato così perché io gli dicevo «Finirete!». Lo avevo capito dal fatto che non avevano più nessun rapporto con l’immagine. Ma non avrei mai creduto che dopo dieci anni sarebbero finiti davvero.

Ricordo che, alla fine dei due mesi, ci fu una piccola festicciola.

Promisi che sarei tornato a salutare, ma diversi dei burocrati con cui avevo lavorato mi dissero:

«Ma noi non saremo più qui, andiamo a lavorare con Silvio Berlusconi». Era la prima volta che sentivo pronunciare questo nome.

 

[Tano D'Amico - CARTA 18-24 gennaio 2008]




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