Daddo
Il 17 febbraio 2011 Daddo ci ha lasciato.
Ciao Daddo, la tua risata ci mancherà - scritto da
* dom 20 feb, 2011 12:45
"Lo rividi nel pieno dell’edonismo reaganiano. Daddo veniva da
anni difficili.
Aveva conosciuto la galera e più volte aveva fatto i conti con il bisturi del
chirurgo.
Mi presentai, timidamente, consapevole che il nostro primo incontro, anni prima,
si era dissolto
tra i mille volti che costellavano le giornate militanti di zona Nord, come
veniva chiamata
la zona di Roma dove vivevamo entrambi. Era approdato a il manifesto attraverso
amici.
Aveva una zazzera di capelli tirati all’indietro che metteva in evidenza un
volto dai lineamenti forti,
ma che ispirava tenerezza e immediata simpatia. Qualcuno aveva scherzato e fatto
un paragone lusinghiero:
«Assomigli a Marlon Brando». Daddo aveva aggiunto: «Sì, ma con qualche chilo in
più»,
scoppiando in una risata inconfondibile.

Leonardo Fortuna, per tanti solo Daddo, era diventato un nome e un volto noto
per le foto
che lo ritraevano quando sorreggeva un altro compagno a Piazza Indipendenza nel
1977.
Un giorno di scontri con la polizia. Lui e Paolo, il nome dell’altro compagno,
erano rimasti feriti,
arrestati e portati in prigione. Per mesi, nelle strade di Roma e non solo si
potevano leggere striscioni su «Paolo e Daddo liberi».
Di quell’esperienza, quando ci incrociavamo nelle stanze del
manifesto, non amava molto parlare.
Dopo aver fatto di tutto al giornale, lavorava in amministrazione e si era
gettato nel mare di
conti sempre sul punto di travolgerci con la determinazione di chi vuole
garantire alla nostra
impresa se non una navigazione tranquilla almeno le coordinate per una rotta
certa. Era tifoso
della Fiorentina. «Ma come fai a tifare i viola, che sei di Roma?», era una
domanda abituale.
E lui: «È da quando ero piccolo che tifo Fiorentina, perché mai dovrei cambiare
solo perché vivo
in questa città?». Poi, con aria scanzonata ti bruciava con una domanda dalle
difficili risposte.
Talvolta gli chiedevo di persone di zona Nord perse di vista. Lui rispondeva con
fastidio perché
riportato a forza dentro sensazioni che, appunto, non amava ricordare. Del
passato però non rinnegava
nulla, ma credeva appunto che fosse passato.
Rispetto al presente mostrava sarcasmo, ironia e tanto disincanto. Sapeva che
quello in cui credeva,
lui, allora militante comunista che veniva da potop, era stato sconfitto.
Il mondo ripeteva il mantra del successo individuale e delle piccole meschinità
per scalare
la gerarchia sociale che aveva combattuto. Scrollava le spalle.
Provocatoriamente,
ti invitava a guardare senza indulgenza nelle cose che non avevano funzionato
quando l’assalto al cielo non sempre era condotto a mani nude. Ma se riuscivi a
portarlo a discutere
di movimento, antagonismo, il suo lessico cambiava rapidamente e emergevano i
pensieri
e le riflessioni di un uomo appassionato, che non aveva mai smesso di pensare a
come
«abolire lo stato di cose presenti», frase che aveva commentato sarcasticamente
tante volte,
ma che faceva ormai parte della sua vita.
Non amava parlare neppure della sua vita privata. Aveva cominciato a vivere con
Francesca,
un vulcano di vitalità e ironia che si affacciava sempre più spesso in Via
Tomacelli.
Dopo la nascita della loro figlia Nina, il riserbo di Daddo si accentuò. Daddo
era infatti un uomo riservato.
O meglio, sceglieva attentamente le persone con cui aprirsi e quando questo
accadeva scoprivi sentimenti,
fragilità, generosità inaspettate per chi voleva sempre mostrarsi a petto in
fuori.
A metà degli anni Ottanta Roma fu ricoperata di neve. Abitavamo vicini e
dovevamo arrivare al lavoro.
Con un altro de il manifesto, che poi ha lasciato il giornale, decidiamo di
prendere comunque
la macchina e avventurarci, anche se senza catene, per strade innevate. Sul
cancello di una casa,
una ragazza, quasi assiderata, perché se ne andava in giro con una maglietta e
un giubbetto primaverile.
Mai ho visto un uomo così premuroso come Daddo, quel giorno.
Quando se ne andò dal manifesto, lo fece discretamente, ma con l’amaro in bocca
di chi non era
riuscito a garantire quella navigazione certa che ancora il giornale sta
cercando.
Aveva inziato un altro lavoro. Lo incontravo nelle strade del quartiere dove
aveva vissuto la sua giovinezza.
Sempre con una puzzolente sigaretta francese in bocca e sempre pronto a
scherzare sulle crescita delle rispettive pance.
Talvolta ci ritrovavamo a Piazza Walter Rossi a fine settembre, quando quella
specie di piccolo
fazzoletto di verde si riempiva di persone per ricordare l’assassinio di Walter
da parte dei fascisti.
In quelle occasioni il suo disincanto raggiungeva livelli irraggiungibili, al
limite di un atteggiamento cinico.
«Ogni anno sempre più acciaccati e con i capelli sempre più bianchi», amava
ripetere.
Ma poi si avvicinava a questo o a quel compagno e partivano abbracci, commenti
salaci e prese in giro
per quei capelli bianchi e quegli acciacchi, fino a quando Daddo interrompeva la
sequenza delle prese
in giro con una risata fragorosa che faceva girare tutti.
Una volta ci incrociammo in una farmacia. Con un sorriso tirato e gli occhi
tristi,
mi disse che era venuto a fare il pieno. Mi raccontò della malattia, aggiungendo
che lui non voleva certo mollare.
C’era Nina che cresceva e voleva vederla diventare grande.
E poi: «Ne ho viste tante, e non mi mettono certo paura questi maledetti che ho
in corpo».
Ci sono stati altri incontri, ogni volta i suoi occhi erano un po’ più tristi.
Stamattina, la notizia della sua morte è arrivata dalla rete con due piccole e
sbiadite foto.
Una è di lui che sorregge il suo amico Paolo; l’altra ritrae uno striscione che
chiede la libertà per tutti e due.
Daddo era anche altro. Mi mancherà quella risata, così raramente sentita negli
ultimi anni.
A Nina, a Francesca e al resto della sua numerosa famiglia va l’abbraccio di
tutto il manifesto."
dal sito de il manifesto 18 febbraio 2011