I giorni di Moro: la rottura tra le componenti del movimento...

Nella primavera del ’78 all’interno del movimento scoppiò una dura polemica tra la componente militante che faceva riferimento alle espressioni organizzate dell’Autonomia e la componente più movimentista che faceva riferimento alle tematiche creative e “desideranti” (indiani metropolitani, il giornale “A/Traverso” e i vari fogli collaterali a esso ispirati).

Erano gli ultimi giorni del rapimento Moro, il clima sociale e politico era incupito, si avvertiva un senso di sospensione, di attesa dell’inesorabile precipitazione degli eventi. Da una parte lo Stato, con tutte le sue articolazioni unificate come non mai attorno alla decisione della “fermezza”, ossia attorno l’intenzione di non avviare alcuna trattativa, alcuna mediazione; dall’altra le Brigate Rosse che non davano segno di voler prendere in considerazione l’invito espresso da ampi settori del movimento di non sopprimere il prigioniero.

Erano giorni in cui si avvertiva di andare incontro a un futuro indefinito ma comunque molto pericoloso. La componente militante ritenne di serrare le fila, di accentuare gli aspetti organizzativi e di rilanciare le lotte di massa per prepararsi in qualche modo a quello a cui si andava incontro. Facendo questo, ovviamente, accentuava espressioni politiche che saltavano le mediazioni tra le diverse soggettività che componevano il movimento.  Il ragionamento a supporto di questa posizione partiva dalla valutazione di un rapido e radicale cambiamento della situazione a tutto svantaggio del movimento: gli spazi di lotta si sarebbero ridotti; o si teneva conto di questo cambiamento di scenario oppure era meglio andarsene a casa tutti perché da quel momento lo Stato avrebbe puntato apertamente all’annientamento generale, dei militanti come dei non militanti. Dall’altra parte i “desideranti” accusavano i militanti di non far altro che promuovere e incentivare mentalità e comportamenti autoritari, di togliere spazio e reprimere la spontaneità e la ricchezza delle differenze che vivevano all’interno del movimento, di chiudersi in un meccanismo che li avrebbe coinvolti nello scontro tra apparati militari: bisognava uscire da quella trappola, dislocarsi fuori da quello scontro e rilanciare le pratiche creative del rifiuto di ogni imposizione autoritaria, da qualsiasi  parte provenisse.

Si trattava di due diverse e opposte reazioni davanti alla comune percezione di un drammatico mutamento in atto nello scontro tra movimento e istituzioni.

[Sergio Bianchi da "Settantasette – La rivoluzione che viene – deriveapprodi 1997]


2010 ulisse@lestintorecheamleto.net

1997 www.lestintorecheamleto.net