"Oltre quattro anni fa,
licenziando questo libro, ho provato una sensazione liberatoria: quella di aver
portato a termine ciò che si ritiene un proprio dovere, un impegno morale. Non
tanto riguardo me stesso: ho fatto da tempo i conti con la mia coscienza, e
anche con l’orgoglio; conti talvolta più dolorosi di quelli giudiziari. Non ho
nulla da difendere se non, appunto, l’impegno di verità e memoria verso una
storia collettiva negata, rimossa o mistificata. Sempre più spesso anche da chi
l’ha vissuta in prima persona.
Quando, nel 2006, il regista Renato De Maria mi contattò per propormi di
costruire un film a partire da questo libro il sentimento prevalente fu quello
della preoccupazione: mi rendevo conto benissimo di quanti attacchi personali e
polemiche astiose ciò avrebbe provocato.
D’altro canto, il «ritmo» cinematografico è quello che – da molti punti di vista
– ritenevo e ritengo maggiormente adatto a raccontare la vicenda che sta al
centro di Miccia corta e, più in generale, la storia degli anni Settanta,
bruciati veloci. Come una miccia corta, appunto. In questo senso, l’assalto al
carcere di Rovigo, che costituisce il cuore narrativo di queste pagine, non ha
solo il sapore crepuscolare di una storia che volge consapevolmente al termine:
ha anche la valenza paradigmatica dello scialo di vita, della gioventù e dei
sogni che consumano rapidi, senza risparmio e senza cautele.
Dunque il progetto filmico mi apparve come un’occasione, rischiosa ma preziosa,
di portare un nuovo contributo alla riflessione pubblica su quegli anni e quelle
vicende, che a tutt’oggi costituiscono un passato che non passa, una ferita
slabbrata e infetta.
Ciò che non avevo del tutto previsto, nella mia ritrovata – e un po’ ingenua –
fiducia nella democrazia, era che il film avrebbe dato luogo, oltre che a un mio
linciaggio quotidiano a mezzo stampa, a una vera e propria operazione censoria,
con ricorrenti tentativi di impedirne la realizzazione, sino all’inaugurazione
di quello che è stato definito un novello Minculpop di ventenniana memoria.
[…] Come si vede, a distanza di oltre trent’anni, alcuni esponenti dell’ex
Partito comunista italiano insistono non solo nella demonizzazione ma anche nel
tentativo di snaturamento dell’identità di quel fenomeno e di quei militanti:
allora usavano dire «sedicenti rossi», ora mettono «di sinistra» tra virgolette.
Il senso e l’intenzione sono gli stessi. Negare a priori, e con inalterata
animosità, all’avversario la sua identità e la buonafede. Con il risultato,
anche, di trasformarlo in nemico da zittire e mistificare (una cultura nefasta
che era appartenuta sino in fondo anche a noi, che la avevamo anzi portata a
estreme e tragiche conseguenze). Così che, ancora oggi, non si può dire e
raccontare che le Brigate rosse sono nate nelle sezioni del Pci di Reggio Emilia
e del Giambellino a Milano (come ha provato a fare il film Il sol dell’avvenire,
di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone, ricavandone perciò pesanti attacchi;
al proposito, si veda qui la postfazione di Cristina Piccinno e Roberto
Silvestri) e che Prima linea ha avuto le sue radici nelle fabbriche e nelle
scuole di Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, e dell’hinterland
milanese. Neppure si può dire e raccontare che, in certe fasi, la lotta armata è
stata una proposta politica che ha visto un consenso allargato e un seguito
consistente con decine di migliaia di militanti e di simpatizzanti, non un
microcosmo criminale, come ora, di falsificazione in falsificazione, si
sostiene. E se qualcuno tutto ciò prova egualmente ad affermarlo e ad
argomentarlo, gli vanno costruiti attorno un muro di silenzio e una camicia di
forza di intimidazione.
Se poi prova a farci un film con ambizioni di diffusa distribuzione, allora si
passa alla censura aperta.
[…] Ma forse il dato più impressionante e ancor più inedito è stata la totale
assenza di reazioni alla crociata censoria: non un regista, non un critico, non
un politico, non un intellettuale hanno ritenuto di prendere parola contro
quello che – al di là del film stesso e delle sue caratteristiche –
obiettivamente si presentava come un provvedimento liberticida, come un grave
precedente contro la libertà artistica e d’espressione.
La minacciosa procedura disposta dal ministro dei Beni culturali, che ha
accompagnato lo sviluppo del progetto filmico, non ha in effetti precedenti in
nessun paese, quanto meno in quelli a regime democratico.
[…] Si sono insomma imposte condizioni e paletti affinché il film venga scritto
e girato «a comando», con la libertà artistica legata al guinzaglio e minacciata
di rappresaglia economica, con un meccanismo degno dei tempi di McCarthy. Ma,
allora, c’era se non altro un movimento di opposizione alle persecuzioni e ai
bavagli. Ora, che la censura si è fatta democratica e bipartisan, tutto tace e
tutto va bene.
Giudicheranno gli spettatori del film se e quanto gli effetti di queste continue
pressioni e degli infiniti vincoli – di fronte ai quali nulla hanno eccepito
regista e produttore, accettandoli in silenzio – sono rintracciabili nel
prodotto finale.
Per parte mia, ho ricavato il giudizio che il film La prima linea, assai
liberamente ispirato a questo libro, ne tradisce una caratteristica
fondamentale: quella che riassume l’albero genealogico, i riferimenti
ideologici, culturali, le famiglie di provenienza, le motivazioni, le
aspirazioni, per quanto infine pervertite dalle pratiche. Con il rischio che si
tratteggi un Romanzo criminale, anziché fornire necessari elementi di lettura,
comprensione e contestualizzazione su quello che è stato, comunque, un fenomeno
dalla radice politica e sociale.
Anche in questo film – il che mi appare paradossale e beffardo – la verità
ufficiale, resa orwellianamente indiscutibile, ci ha invece reso orfani. Meglio:
figli di NN, come era scritto una volta nei documenti anagrafici, di genitori
ignoti e sconosciuti.
Eppure nostro padre è ampiamente rintracciabile nelle biografie individuali e
nei contesti temporali, sociali e politici nei quali siamo nati e cresciuti: si
chiamava movimento del ’77, anch’esso, peraltro, banalizzato, criminalizzato e
misconosciuto; e prima ancora, per la gran parte di quanti diedero vita a Prima
linea, è rintracciabile nella militanza nei gruppi della sinistra
extraparlamentare, in particolare Lotta continua e Potere operaio.
Nostra madre veniva invece da un casato più antico, che aveva avuto corso ed era
stato assai fecondo lungo tutto il Novecento. Il suo nome era: rottura
rivoluzionaria. Un’utopia concreta che aveva preso le mosse dal ’17 sovietico,
ma che affondava le robuste radici sin nel rivolgimento francese di fine
Settecento e nei moti e nella cultura anarchica, proletaria e socialista
dell’Ottocento, nelle aspirazioni alla libertà, all’eguaglianza, alla fraternità
e alla giustizia sociale.
Di quell’utopia, pervicacemente organizzata in tutto il mondo in chiave
anticolonialista e anticapitalista, noi siamo stati i tardivi e coerenti
epigoni, non certo i promotori. La convinzione che la violenza rivoluzionaria
fosse levatrice della storia, doloroso ma necessario strumento per favorire la
nascita del nuovo e del giusto, noi l’abbiamo semplicemente ereditata dai nostri
nonni, dai nostri genitori, dalla vulgata dei partiti comunisti, dai movimenti
extraparlamentari della fine degli anni Sessanta, dai gruppi politici e dalle
lotte operaie, sociali e studentesche dei primi anni Settanta.
Nulla di originale, dunque. Solo la radicalità, assai determinata, di provare ad
andare sino in fondo. Di rompere, sul piano del linguaggio e dei comportamenti –
anche individuali, perché il personale è politico, ci aveva insegnato il
pensiero femminista –, con l’ipocrisia dei «doppi binari» e delle doppie morali
(«si fa, ma non si dice»), della separazione tra il politico e il militare, tra
i Togliatti e i Secchia, del tirare il sasso e nascondere la mano, della pratica
dei tanti «bracci armati» dei gruppi: non solo di Lotta continua e di Potere
operaio, ma di tutte le formazioni della sinistra (ma anche della destra)
extraparlamentare (e non solo) dell’inizio degli anni Settanta.
Al film La prima linea realizzato dal regista Renato De Maria va senz’altro
riconosciuta un’iniziale intenzione coraggiosa: per la prima volta, e per giunta
in tempi incattiviti e «revisionisti» come gli attuali, una pellicola prende le
mosse da un punto di vista interno alla lotta armata. Come a dire: la storia si
può raccontare anche a partire dai vinti e dalla parte del torto. Ma il film
risulta alla fine decisamente meno ardito, laddove quel punto di vista, quella
memoria soggettiva non vengono rappresentati fedelmente, nella loro completezza
e complessità.
[…] Restano così nascoste le origini, le radici, le culture, i movimenti,
insomma i capitoli precedenti la lotta armata, senza i quali la storia diventa
incomprensibile. Ma risulta omesso anche un concetto per me basilare, per
raccontare e comprendere davvero quegli anni: noi armati abbiamo avuto torto,
come dice nel film l’attore Riccardo Scamarcio.
Aggiungo: tragicamente torto, terribilmente torto, inescusabilmente torto.
Ma mi permetto di aggiungere anche: Loro, però, non avevano ragione. E per
«loro» intendo gli apparati statali compromessi con lo stragismo (e che sono
stati compromessi non lo dico io: lo afferma, ad esempio, un ministro
dell’Interno democristiano dei tempi come Paolo Emilio Taviani, tra i fondatori
di Gladio). Per «loro» intendo il sistema capitalistico di intenso sfruttamento
e delle stragi sul lavoro (quanti ricordano che gli operai chiamavano la Fiat,
evidentemente con qualche ragione, «la Feroce»?). Per «loro» intendo i
rappresentanti politici di governo, gli uomini di partito che hanno alimentato
la strategia della tensione, che hanno tramato per costruire svolte autoritarie
e golpiste in Italia, dalla Rosa dei Venti alla P2. Forze che, in alcuni momenti
della storia di questo paese, sono state preponderanti. E anche chi non era in
quella cabina di regia, ne è stato in molti tratti complice omertoso, per
realismo politico e fedeltà al «sistema» se non per convinzione. Uomini e
apparati che hanno gestito i risvolti sporchi della Guerra fredda e il volto
opaco della democrazia italiana. Non bisogna infatti dimenticare che tutti gli
allora responsabili dei servizi segreti (coi quali collaborava in funzione
antiterrorismo il Partito comunista italiano), i vertici dei carabinieri di
Milano e di altre città, numerosi alti funzionari della polizia, magistrati,
autorevoli esponenti di partito (e persino il segretario di uno dei partiti di
governo), erano attivi nella Loggia P2. Trame che non si limitano agli anni
Cinquanta o Sessanta, ma arrivano sino all’inizio degli anni Ottanta. E anche
questa non è una affermazione apodittica e provocatoria di un ex terrorista:
sono le risultanze di montagne di atti parlamentari. Atti sepolti e dimenticati
nei cassetti, e sapientemente fatti scivolare via come acqua corrente dalla
coscienza pubblica.
Se si stracciano le pagine di questi capitoli il libro degli anni Settanta
risulta monco, e dunque falsato.
[…] Il film La prima linea è stato sottoposto a pressioni, intimidazioni e
censure che non sarebbero state tollerate in nessun altro paese democratico.
Perché, ormai, si vuole sia questa la Storia, l’unica storia da raccontare di
quegli anni: quella che sostiene una ferocia e un’esclusiva responsabilità delle
organizzazioni armate di sinistra. Così che tutti continuino a guardare il dito,
dimenticandosi della luna, vale a dire degli «armadi della vergogna» e della
insanguinata realpolitik delle istituzioni e dei governi della Prima Repubblica.
Armadi ben altrimenti zeppi di scheletri. E così che l’attore Scamarcio, nel
film, possa infine assumersi la totalità degli errori e delle colpe «politiche,
morali e giudiziarie» (l’identica formulazione contenuta nella deliberazione
della Commissione ministeriale per la cinematografia), che andrebbero invece
assai largamente distribuite e ancor prima indagate. Naturalmente, il problema
non consiste nel respingere o minimizzare le nostre colpe e responsabilità:
sarebbe disonesto. Il problema risiede nella completezza del racconto, invece
amputato di parti fondamentali, e nell’assenza dei necessari riferimenti
storici. Il problema è che non viene tollerato racconto diverso dal copione già
scritto, e imposto alla memoria e alla coscienza pubbliche, dai custodi degli
armadi della vergogna di questo paese.
Come quasi sempre nella Storia, il rancore e la vendetta esigono
personificazione, capri espiatori, figure simboliche da mandare al rogo, o
almeno al linciaggio morale, se non a quello fisico. È quello che è successo e
che sta succedendo riguardo quel frammento di Novecento che sono stati gli anni
Settanta italiani e in specie riguardo la mia e nostra storia. Regola del
contrappasso, la chiamerà qualcuno, vedendone un carattere di giustizia
sostanziale e di pena aggiuntiva a quella del carcere, valutata come
insufficiente. Io, che pure assieme a tanti altri in passato mi sono arrogato il
diritto di colpire coloro che consideravo nemici politici, giudicandolo atto di
giustizia, oggi, quella regola, la considero una forma di barbarie. "
[Ottobre 2009]
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