La festa del parco lambro
Su
Parco Lambro 1976, sesta – e ultima? – festa del proletariato giovanile sono
stati versati fiumi d’inchiostro. Nessuno ha rinunciato a dire la sua. Ed ecco
il raccontino del giornalista con ambizioni (frustrate) da sociologo e quello
del sociologo “buono per tutte le stagioni”, tipico prodotto della
pseudocultura “all’italiana”, chiamato e disponibilissimo ed interpretare
qualsiasi macro o micro fenomeno: la crisi economica, il monokini, la
pornografia, la disoccupazione, l’inflazione, il punk, il rock, la
transessualità, la bisessualità ecc. Ed ecco ancora l’analisi dello
psicanalista d’assalto – naturalmente lacaniano – con le sue brave formule
“da divano”. Quanto all’onnipresente – e senza dubbio insuperabile –
semiologo, questa volta supera perfino se stesso fornendo un’interpretazione
in chiave di millenarismo: scopre cioé un’impressionante analogia che collega
il “movimento” dei giovani di oggi ai movimenti “apocalittici” tra il
primo Medioevo e la Riforma, rafforzando la sua tesi con la seguente
affermazione, certo puntuale ed esatta: “Quella dell’Apocalisse è
un’escatologia rivoluzionaria“. Insomma, a parte gli esempi di cultura
autentica, come quello appena citato, la schiera degli “esperti” in giovani
– quasi sempre signori di mezza età malati di giovanilismo, ma che dei
giovani quasi sempre non capiscono niente –, in quel giugno milanese
appiccicaticcio e violento, sembrava infinita. Certo io stessa, allora, non mi
sottrassi alla curiosità, personale e professionale, di vivere la “quattro
giorni del Parco Lambro” e allo stimolo di scriverne (molti, purtroppo, ne
scrissero senza neppure metterci piede). Quello che scrissi allora, a caldo,
sotto la spinta di emozioni anche abbastanza scombussolanti (non ho mai creduto
a quella regola del “decalogo del buon giornalista” che impone distacco e
freddezza), quello che scrissi, dicevo, non mi pare di doverlo rinnegare.
Inevitabile, però, a distanza di tempo, riconoscere i limiti di cronaca
contingente (anche se proiettata oltre il folclore delle apparenze).
Questa premessa per arrivare a un punto che mi sembra fondamentale: occorre sgombrare subito il campo dagli equivoci a cui potrebbe prestarsi un libro di immagini su “Parco Lambro 1976”. L’equivoco più ovvio (con le conseguenti giuste accuse)? Che si tratti di una specie di retrospettiva del “movimento” quale era un anno e mezzo fa e quale non ha più potuto essere, proprio a partire da quella data, giugno ’76, da quella festa. Un album dei ricordi da sfogliare con amore, rabbia, rimpianto, forse in certi punti disgusto, a seconda dei sentimenti con cui lo si è vissuto allora; ma pur sempre come qualcosa di irrimediabilmente concluso, nel bene e nel male; paradiso-inferno sepolto nella nebbia di una non dimenticata ma pur sempre perduta adolescenza. Se così fosse, se le immagini di Franco Ortolani rappresentassero semplicemente questo, la testimonianza di una stagione ancora recente ma già mitizzata dal ricordo ( proprio come le violaciocche e i pensieri d’amore negli album delle ex-signorine di buona famiglia), l’accusa all’editore e agli autori, di aver fatto un’operazione “retro”, come tante di moda oggi, sarebbe fondata. lo credo invece, che, per cogliere il vero significato del libro, questa ottica vada addirittura rovesciata. Nel senso che forse il fotografo agì allora senza la consapevolezza totale di fermare con il suo obbiettivo qualcosa di irripetibile e – perché no?, non abbiamo paura di certe definizioni – di storico, così come piena consapevolezza non poteva esserci per noi che cercavamo di chiudere le immagini nelle parole. Tuttavia, proprio con il vantaggio “ottico” dei diciotto mesi che vennero dopo, con la lente di ingrandimento fantastica – ma quanto reale – della prospettiva in cui possiamo oggi valutare l’ultimo Parco Lambro, ecco che questo documento fotografico supera lo stesso realismo – e talvolta iperrealismo – delle immagini per assumere un valore emblematico. Direi anzi che, quanto più, volti, corpi, oggetti, ambienti appaiono nella cruda, spesso inevitabilmente sgradevole luce dell’iperrealismo, e tanto più diventano simboli, immagini premonitrici del “dopo”.
Perché
oggi sappiamo che Parco Lambro non fu, o non soltanto, l’ “Apocalisse del
pop”, come i più fantasiosi la definirono, o l’ “Apoteosi della
provocazione”. E, contrariamente a quanto affermarono alla fine dei quattro
giorni gli stessi organizzatori, stanchi, incazzati, confusi, non fu neppure
“l’ultima festa del movimento”. Piuttosto, proprio lì, dallo sfacelo del
mito di un certo modo di stare insieme – pace, amore e misticismo collettivo,
musica come droga e droga come musica ecc. – nacque la necessità di trovare
altre strade, altri modi. E vennero, infatti, altre feste. Alcune quasi
clandestine e per pochi iniziati – i “nuovi mistici” – come quella di
Guello (giugno ’77); altre di grande massa, come quella di Bologna (settembre
’77), che certo qualche militante ortodosso, anche se della sinistra
“nuova”, considererà eresia chiamare festa, ma che è stata, invece, senza
alcun dubbio, una delle più grandi “sagre” del movimento. Un festival senza
orchestre e divi pop-rock, senza danze collettive e girotondi di corpi nudi
sotto la pioggia, ma con lunghi e anche gioiosi cortei, canti e slogans,
(contrariamente alle previsioni più pessimistiche, ma anche plausibili, le P38
tacquero). E, soprattutto, con un’intera città per palcoscenico, anziché un
recinto grande molti chilometri ma pur sempre ghetto dell’emarginazione e
dell’autoemarginazione, un parco spelacchiato; e ricoperto di rifiuti, ai
margini della metropoli. È chiaro dunque, che nel fallimento del Parco Lambro
’76, se così vogliamo chiamarlo, drammatizzando un po’ i termini, c’era
già l’embrione di un nuovo movimento, o meglio, della trasformazione del
movimento e della sua separazione in diversi filoni, spesso contradditori, come
vedremo tra poco. Ma allora né i protagonisti né gli osservatori potevano
essere in grado di cogliere questa realtà “in fieri”. Ne registrarono solo
il punto di arrivo.
Anch’io,
come tanti, credo, ho rimpianto in quei giorni i gabbiani dell’isola di Wight,
i suoi prati da cui saliva una nebbia densa, ma che. subito il sole colorava e
trasformava in rugiada luminosa e la musica non cessava mai, ma non era
prevaricazione dal palco sulla distesa infinita dei corpi, bensì fluido
reciproco, e il cantare tutti insieme e il prendersi tutti per mano intorno ai
fuochi notturni sembrava ancora un gesto possibile e autentico di ricerca (o un
simbolo?) di amore universale. Inevitabile farsi venire questi pensieri – o più
precisamente un nodo feroce allo stomaco – mentre si camminava sui prati senza
erba di Parlo Lambro, in mezzo a “centomila solitudini”. Inevitabile anche
fare altri confronti: per esempio, quando stava per spuntare l’ultima alba sul
festival e gli “Area”, come gran finale si misero a suonare
“l’Internazionale”, a modo loro naturalmente, mi venne davanti agli occhi,
e certo altri ebbero l’identica immagine, la sequenza finale del film “Woodstock”,
quando Jimi Hendrix intona l’inno americano distorto e il suono lacerante
corre su un prato immenso di rifiuti. Una brutta imitazione sette anni dopo.
Ma
lasciarsi andare sull’onda dei rimpianti sarebbe stato ridicolo. E, pazienza,
ridicolo. Sarebbe stato soprattutto sterile. Come quando un amore finisce e non
si riesce a venir fuori dal labirinto del piangersi addosso, del rapporto
vischioso coi propri fantasmi, del gioco interminabile di narcisismo-masochismo
basato sul “perché è tutto finito era così bello, di chi è la colpa?”
eccetera, eccetera. Invece di trarre da quella esperienza, anche se superata, il
positivo che ogni esperienza ha, non in senso semplicemente esistenziale ma in
quello di cambiamento, trasformazione, dinamica del rapporto interpersonale; e
quindi trarre anche nuove indicazioni per andare avanti, con continue anche se
quasi impercettibili modificazioni su se stessi, fino ad esplodere finalmente
fuori dal cerchio chiuso – e “magico” – del proprio “ego” (o
egocentrismo?) per guardare e ascoltare gli altri. A meno che la
“love-story” dolorosamente finita, non fosse in realtà, come spesso accade,
un semplice riflettere, all’infinito, la propria immagine in un gioco di
specchi, in cui l’Altro resta invisibile e così si vuole.
Ma
la love-story dei primi hippies, sia quelli della West Coast, sia quelli
d’Europa, nati naturalmente un po’ in ritardo, sulla loro onda, non era
stata un gioco di specchi. Si battevano realmente per una trasformazione della
vita, volevano mettere fiori nei cannoni, simbolicamente, ma bruciarono, nella
realtà, a migliaia, le cartoline per il Vietnam; combattevano la civiltà dei
consumi e fondavano faticose, talvolta utopiche, comuni agricole per vivere in
modo autosufficiente. Il cosiddetto Plastic-hippy, giovanotto dalla doppia vita,
di giorno irreprensibile “executive-man” o burocrate in doppio petto, di
sera con travestimenti di fiori, e spinelli, ha rappresentato una specie
abbastanza diffusa, ma anche una mela marcia che non ha corrotto il
“movimento”. Come si sa, ben altre cause, hanno portato alla fine della sua
“storia d’amore”. Troppo impari il rapporto di forze col potere, troppo
cannibalesca la struttura capitalistica della società occidentale, troppo
invadente la prepotenza del consumismo che riuscì a riassorbire e a ridurre a
fenomeno appunto di consumo, di pubblicità e di moda anche gli hippies e il
loro stile di vita. Negli U.S.A., i figli dei fiori da tempo sono tornati a fare
i figli di papà o si sono dispersi nei mille rivoli della sottocultura
emarginata, quella che non
produce
nemmeno più progetti per la Rivoluzione. Jerry Rubin, che della rivoluzione (o
del suo happening?) era stato il grande sceneggiatore, si è ritirato a vivere
in campagna. E come lui hanno fatto molti ex-“papà” degli ex-hippies. Ma
non tutto sembra perduto. Come ha scritto Franco Quadri nella introduzione a
“Siamo tanti”, dello stesso Jerry Rubin (Arcana Editrice): «... Le parole
di rivolta vengono ora soltanto sussurrate o gridate troppo forte, tanto non
fanno più eco; le luci d’Utopia sembrano spente, anche se, in solitudine, il
grande scrittore degli anni Cinquanta o il famoso gruppo teatrale mettono ancora
a profitto i loro messaggi, studiano nuovi sbocchi, manten-gono le loro scelte
di non-ubbidienza. (...). Prima della rivoluzione». Quadri scriveva queste
righe nel ’73: oggi, forse, dopo la frase finale, dopo la parola
“Rivoluzione”, bisognerebbe mettere un punto interrogativo.
Certo,
ancor più dopo Parco Lambro ’76, fu chiaro anche per gli ex-figli dei fiori
trapiantati in Italia, che la rivoluzione non era dietro l’angolo. “Questa
festa ha segnato la fine del ’68”, fu il “refrain” che si sentì
ripetere fino alla nausea nei giorni successivi al festival. Dalla stampa
borghese, dalla stampa della sinistra già non più extraparlamentare e da
quella ancora extraparlamentare; ma anche dagli stessi organizzatori.
Seppelliamo il mito dell’immaginazione al potere; basta con la presunzione di
trasformare il “personale in politico”, quando manca una precisa ideologia
di fondo. Questo, in sintesi, il loro pensiero. E bisogna dare loro atto di aver
saputo subito individuare i punti fondamentali di un’autocritica senza
compiacimenti. Andrea Valcarenghi, “papà” indiscusso dell’underground
italiano, fondatore e direttore di “Re Nudo” e organizzatore di tutti i
precedenti festival del proletariato, fu ancora più preciso. Raccontando, poco
più tardi, in “Non contate su di noi” (Arcana Editrice), come lui e i
compagni avevano vissuto la fase preparatoria di Parco Lambro ’76, scrisse: «Con
l’avvicinarsi dell’estate, quasi automaticamente ci troviamo con il cartello
dei gruppi, più i circoli proletari, gli autonomi e gli anarchici a preparare
la VI festa del proletariato giovanile (...). Decine di giovani proletari
arriveranno da tutta Italia. Nessuno ipotizzò quello che sarebbe successo,
nessuno accennò alla possibilità che la proiezione collettiva dei fantasmi
della disperazione avrebbe materializzato mostri da combattere.
Nessuno
previde che per tanti di noi ancora è necessario darsi un nemico esterno per
potere sentirsi uniti contro qualcosa o qualcuno». Anche se “col senno di
poi”, Andrea ha colto nel segno: il discorso della disperazione che genera
violenza fino al punto di partorire “nemici esterni”, è indispensabile per
capire l’esplosione di comportamenti violenti, che caratterizzò, non solo
Parco Lambro ’76, ma molte delle grandi manifestazioni giovanili a partire da
allora. Andiamo avanti col suo racconto: «Durante il lavoro delle nove
commissioni che discutono i problemi del festival è in tutti vivissimo il
ricordo dell’anno precedente, senza dubbio la più grande festa giovanile che
sia mai stata organizzata in Italia. Un clima di tranquillità e allegria
sovrasta la discussione sui preparativi; addirittura non viene dato il giusto
peso a clamorose defezioni ai lavori di commissione, soprattutto da parte dei
circoli e degli autonomi. Più tardi Luigino Ambrosi (uno dei rappresentanti più
autorevoli dei circoli proletari), scriverà: “Non ci sentivamo preparati: in
fondo è risultata una scadenza imposta”. In parte era vero. La festa del
proletariato giovanile è sempre stata vissuta come la prosecuzione del festival
di “Re Nudo”. Il fatto che noi avessimo deciso di passare la dire-zione del
festival ai circoli giovanili era una questione tutta nella nostra testa.
Anche questo punto è importante per inquadrare la “sconfitta”. Gli organizzatori arrivano alla festa già divisi tra loro, con grosse contraddizioni, che non toccano tanto i problemi tecnici-organizzativi quanto proprio i contenuti politici-ideologici (in questo caso sarebbe più esatto dire i “bisogni”). E non potrebbe essere diversamente: dietro ai “leaders” dei circoli proletari (uso il termine “leaders” per comodità, ma so che i diretti interessati lo rifiutano), ci sta una massa abbastanza consistente di giovani e giovanissimi, anche se con tutta la fluidità che nasce dallo sbandamento, dall’emarginazione; i circoli hanno il ruolo di aggregazione dei nuovi soggetti politici venuti fuori dalle sacche del proletariato, dal profondo Sud trapiantato nei quartieri-dormitorio delle metropoli industriali. Questi soggetti politici emergenti, che sono tali anche se non hanno – non possono avere – una cultura e una ideologia politica limpida, rappresentano il prodotto della crisi economica, della disoccupazione e sottoccupazione galoppante, dello sfacelo delle istituzioni, dello scollamento sempre più drammatico fra civiltà contadina e civiltà industriale, tra Nord e Sud. Che cosa possono avere in comune col ’68 e con i suoi protagonisti? La loro comparsa sullo scenario sociale italiano non avviene certo a Parco Lambro ’76: già da alcuni mesi, soprattutto a Milano, perfino i benpensanti che preferiscono ii gioco dello struzzo, non hanno potuto fare a meno di accorgersi, con paura, della loro nuova realtà. Tuttavia, è vero che Parco Lambro, offrendo l’occasione di trovarsi tutti insieme, elargendo la speranza-illusione di una “città del sole”, ha reso inevitabile il loro passaggio dal ruolo di comparse, o al massimo comprimari, a quello di protagonisti. Ma la rappresentazione non poteva essere che a senso unico: quella, terribile e frustrante per tutti, della loro incazzatura, della loro solitudine, della loro ribellione impotente. Logico, a questo punto, che, con un gioco degli scambi anch’esso molto teatrale, il ruolo di semplici comparse spettasse, invece, ai primi attori dei festival precedenti, fra l’altro soggetti politici molto più omogenei: i ragazzi “alternativi” che si riconoscevano nella linea libertaria e pacifista di “Re Nudo”, con larghe aperture, almeno fino ad una certa fase, verso Marco Pannella, i suoi digiuni e i suoi spinelli; poi, più verso “Lotta Continua”; con molti vacillamenti nella linea marxista, ma con massimi spalancamenti nei confronti di Wilhelm, Reich, Laing e Cooper. E, naturalmente, con travolgenti amori, poco contrastati, per le filosofie orientali.
Elvio
Fachinelli, uno dei pochi esperti non “finti”, uno dei pochi che a questi
incontri-massa dei giovani non va come in visita al giardino zoologico, ha
scritto: «Al Parco Lambro di alternativa non ho visto neanche l’ombra. È
come chiedersi se un pezzo di periferia urbana, mettiamo Quarto Oggiaro,
trasferito al Parco Lambro, costituisce un’alternativa. Messo dentro Parco
Lambro, compresso, ristretto, inchiodato, Quarto Oggiaro resta Quarto Oggiaro
(...). Era proprio come stare dentro il magma su cui si costruisce tutta la
nostra cultura... o “contro cui” si costruisce. Mi sentivo tirato e scottato
in tutte le direzioni. La cosa più sgradevole era l’aspetto Kolossal, per
esempio i due-trecento nudi che a un certo punto hanno invaso la valletta, dopo
la pioggia, e c’era la nebbia; non erano affatto erotici, come volevano
essere, erano terribili; mentre giravano in cerchio con le ragazze a cavalcioni
mi sono venute in mente le foto dei lager, le illustrazioni di Doré...».
Questa osservazione di Fachinelli – lo squallido quartiere dell’hinterland
trasportato di peso al Parco Lambro – contiene già una risposta alle molte
contraddizioni del festival. Perché sarebbe troppo semplice liquidare
l’intero fenomeno con ia solita criminalizzazione dei soliti giovani
dell’Autonomia. Anche se il sovvertimento violento delle istituzioni – e
quindi anche del festival, visto in quel momento come istituzione – è stato
certo teorizzato da loro, il problema della violenza è molto più vasto, ha
radici profonde e lontane; fra l’altro, è già presente, in modo più o meno
vistoso, nel “ritratto di giovane sottoproletario” che facevamo prima e nel
suo impatto, a Parco Lambro, con soggetti la cui diversità da se stesso, diventò
per lui lacerante. Insomma, si ha l’impressione che certe tensioni sarebbero
comunque esplose al festival. Magari senza episodi così drammatici:
“l’isola felice” trasformata in campo di guerriglia, con i candelotti
lacrimogeni che volavano in mezzo agli alberi e la minaccia di un’irruzione
della polizia per fare sgombrare il Parco; gli espropri proletari al più vicino
supermercato e l’assalto al camion frigorifero della Motta; l’aggressività
che si è espressa in tanti modi: contro gli organizzatori; contro i cantanti;
contro i polli (usati per sfamarsi, ma anche per giocare al football); contro
gli omosessuali il cui stand venne distrutto (il mito della virilità è duro a
morire, anche tra i sottoproletari); contro le femministe, che però si sono
difese benissimo, a colpi di chitarra; contro gli spacciatori di eroina, ma
anche contro gli stessi eroinomani. Piuttosto, è giusto dire che gli autonomi,
o comunque i primi gruppi provocatori di violenza, non hanno fatto fatica a
trovare proseliti. Perché la violenza era già dentro molti giovani.
Soprattutto i più emarginati. Quelli arrivati al festival soli, anche se in
gruppo, e che ne sarebbero ripartiti più soli di prima. I disoccupati, o anche
certi giovanissimi operai che si aggiravano come anime in pena nel grande
supermercato all’aperto, in questa specie di “Oktoberfest”, piena di
dubbie salsicce e di infido vino, in un Kolossal del cattivo consumismo,
innalzato proprio da chi aveva teorizzato di distruggere la civiltà dei
consumi.
E
intanto le illusioni cadevano ad una ed una. L’illusione, ad esempio, di una musica da vivere finalmente da protagonisti
e non carne oggetti passivi: in realtà, i partecipanti si sono trovati lontani
ed estranei dal palco su cui si esibivano le solite stars della canzone pop -
rock - folk - politica- alternativa, ma pu sempre pagatissima dall’industria
discografica. E, poi, l’altra illusione, quella di stare “insieme
veramente” e anche di fare l’amore “in modo finalmente libero” (e
liberatorio). Rileggo i miei appunti di allora. Un ragazzo venuto da lontano: «Poteva
essere, è vero, un microcosmo felice. Però per me è più una gabbia dove
tutti vorrebbero sfogarsi e sputtanarsi dalle paranoie, ma non riescono. E,
dentro la gabbia, le impotenze aumentano». Alla luce di queste parole, non
isolate, provo ancora più chiaramente la sensazione che mi prese allora, di
fronte a certi eventi, certi comportamenti: il festival fu intriso anche di
aggressività collettiva rivolta contro se stessi. Perfino il rito dello
spogliarsi e di buttarsi cosi, nudi, sotto la pioggia, non solo non fu una cosa
erotica, come dice, appunto, Fachinelli; ma rappresentò anzi un gesto estremamente
violento, senza alcun senso di gioia e di liberazione. Insomma, la violenza non
è solo nei candelotti della PS o nei pestaggi: ci sono tensioni più sottili,
più sotterranee, ma non meno significative di un cambiamento irreversibile.
Un
altro punto della critica di Fachinelli, quello dell’aspetto Kolossal, trova
riscontro anche nell’autocritica di Valcarenghi: «Eravamo consapevoli che il
gigantismo a cui non eravamo riusciti a rinunciare, aveva già esaurito il suo
ruolo di aggregazione. Avremmo dovuto riconoscerlo prima, non dopo l’evidenza
dei fatti. La drammaticità del problema disoccupazione-emarginazione, della
disperazione, il crollo di un’ideologia giovanile, il ruolo opportunista di
tanti prigionieri del loro compito: capire tutto questo non è stato poco. Il
Lambro ’76 è come un fascio di luce che ha fugato sogni impossibili. Senza
questo risveglio forse non avremmo avuto la forza di una svolta radicale».
lo mi chiedo, invece, se proprio a partire dal “crollo di una ideologia giovanile”, tutto non fu tentativo di prevaricazione del privato sul politico. Ricerca di un edonismo già impossibile sullo sfondo di una situazione sociale già in disfacimento; il primo passo verso una progressiva, inevitabile, ma pur sempre pericolosa spoliticizzazione degli “ultimi” giovani. «È questo il trucco?... Pane e circensi? Polli e spinelli gratis? Se il potere se ne accorge addio ai Movimento. E l’alternativa qual’è? I grilli parlanti, i capiclasse rossi?», si domandava, anche, allora, Giuliano Zincone su il “Corriere della Sera”. Gli rispondeva Alberto Grifi, il più sensibile regista underground italiano, il più amato dalle nuove generazioni di cinefili “alternativi”, e anche quello che nei suoi films meglio ha saputo, a mio avviso, creare la sintesi attualissima, privato/politico. (Grifi poteva rispondere con autorevolezza, poiché la “quattro giorni del Parco Lambro” l’aveva girata tutta, con quattro telecamere, tre arryflex, una troupe di 18 persone; risultato: 30 ore di materiale). No, attenzione – diceva dunque, più o meno il regista – prendiamo, ad esempio, il fatto dei polli: non è solo esorcismo o fenomeno da psicanalisi; c’é dentro la lotta di classe, la sconsacrazione delle merci, la riappropriazione che è un diritto politico. Naturale che episodi simili sollevino grossi contrasti. “Lotta Continua” sostiene che l’esproprio tra compagni è saccheggio, sciacallaggio. “Autonomia” risponde che bisogna portare le contraddizioni della società all’interno del festival, che altrimenti diventa un ghetto, una finta isola felice. Il pericolo è di fare un esperimento simbolico, mettere le contraddizioni in provetta, e fargli fare bum. Altro esempio: hai visto il monaco buddista veneziano che faceva i massaggi? Bene, ad un certo momento i massaggi sono diventati un fatto collettivo, perché la gente sentiva che facevano bene, Ma questo è, appunto, un benessere da ghetto, una cosa simbolica: quando vai in fabbrica il problema della salute si riapre. E allora, che discorso fanno quelli dell’autonomia? Bisogna colpire alle radici: “Il padrone ci cura per sfruttarci, noi lo distruggiamo per non ammalarci”. Da qui nasce tutta la teoria della violenza come risposta alla società borghese, del luddismo, dell’anarcosindacalismo, del rifiuto del lavoro».
Fermo
restando il mio convincimento sull’inevitabilità della svolta violenta di
Parco Lambro ’76, complici o no gli autonomi, è pur vero che, a partire da
questa occasione, si delineò con maggiore chiarezza una delle componenti del
“movimento”, quella appunto dell’Autonomia, che, nei mesi successivi, sarà
al centro di polemiche roventi, non solo “fuori”, ma anche all’interno del
“movimento” del ’77. Fino ad essere rifiutata da una parte consistente
dello stesso. Non solo dall’ala più moderata, ma anche dallo femministe e
dagli indiani metropolitani, che decretarono il loro distacco “ufficiale”
dagli autonomi durante la famosa assemblea all’università di Roma il 26
febbraio ’77. Erano passati pochi giorni dall’assurdo (e fallito) comizio di
Lama davanti all’ateneo occupato. Già, perché, nel frattempo, la “testa”
del movimento si era spostata, da Milano, a Roma e Bologna. Non a caso,
naturalmente. Le università di Roma e di Bologna sono oggi il crogiolo di una
realtà molto più esplosiva rispetto alla “Statale” milanese (centro,
invece, del movimento del ’68). Ma è importante anche la presenza – per
quanto riguarda il capoluogo emiliano – da una parte, di un gruppo di nuovi
intellettuali (“nuovi”, anche se non più giovani) che fanno capo alla
rivista “Il cerchio di gesso”; dall’altra, dei “creativi” di
“A/traverso” e di “Radio Alice”. Il movimento bolognese, anche con lo
strumento di queste voci, ha rappresentato la calamita del con’tatto con i
“nouveaux philosophes” francesi; la scintilla del conflitto aperto col
P.C.I. e la giunta rossa e, infine, il punto di partenza per la grande
manifestazione-spettacolo del settembre ’77, a Bologna, appunto. Tutto, o
quasi, è già stato detto di questo “cinemascope” del movimento. Qui ci
interessa soprattutto mettere in luce i punti di confronto-scontro con l’altra
grande festa di 15 mesi prima, quella di Parco Lambro, appunto. Capire, ad
esempio, perché, pur essendo i suoi protagonisti altrettanto e anche più
eterogenei di allora, riuscirono a trovare dei motivi di contatto e di
aggregazione molto forti (a Bologna c’erano gli studenti del movimento, ma in
un arco assai vasto, da quelli della nuova sinistra, però moderati, fino agli
autonomi; e poi gli indiani metropolitani, le femministe, gli omosessuali, gli
emarginati, ormai ribattezzati “non garantiti”. La ragione essenziale, mi
pare, é questa: mentre a Parco Lambro fu necessario, come abbiamo visto,
inventarsi un “nemico esterno”, su cui neppure tutti si trovarono
d’accordo, a Bologna, invece, ci fu compattezza totale nel manifestare contro
la repres-sione, scatenata negli ultimi mesi da Cossiga e dai suoi “servi”.
Una repressione forse più feroce di quella del ’68, perché ha portato alla
criminalizzazione indiscriminata del “movimento”; una repressione capillare
e subdola che ha fatto temere, nei momenti più drammatici, qualcosa di peggio
della instaurazione
di uno stato di polizia, addirittura una specie di edizione italiana del
famigerato “Berufsverbot” germanico. Naturalmente il nemico “non da
inventare” era anche il P.C.I., che, dopo ia prima fase di trionfalismo
post-elettorale, aveva profondamente deluso le aspettative dei giovani. Tutti
uniti, dunque, questa volta: perfino gli autonomi di Oreste Scalzone non sono
stati emarginati, poiché aveva provveduto lui stesso ad emarginare le frange più
violente.
Ma
esiste un altro motivo importante nel successo di Bologna rispetto a Parco
Lambro: “l’ultima festa del proletariato giovanile” non era riuscita a
distruggere la separazione schizofrenica “io-faccio-qualcosa-e-tu-stai-a-guardare”,
a Bologna, invece, gli adoratori della formula magica “eliminare il palco”
sono stati finalmente soddisfatti. Il palcoscenico si è dissolto. Palcoscenico
è diventata la strada. «Siamo stati tutti quanti attori, tutti quanti poeti,
cantanti, ballerini, giocolieri». E questo ha permesso anche l’esplodere
della massima creatività, anche nei cortei più duri, anche negli slogans più
violenti: il nuovo modo tutto creativo e ironico – e autoironico – di fare
politica/non politica degli “indiani” ha contagiato un po’ tutti. E questo
(che era mancato completamente a Parco Lambro) resterà come uno dei tratti
essenziali nell’identikit del “movimento” del ’77, anche dopo Bologna.

Nessuna
contraddizione? Tutto perfetto dunque? No, certo. Andrea Valcarenghi pur
dichiarando «le cinquanta-sessantamila persone “ritrovate” per affermare la
capacità e il diritto di esistere hanno confermato che il movimento esiste»,
ne individua una importante (di contraddizione): «Decine di migliaia di
interrogativi e qualche migliaia di punti esclamativi. Chi ha prevalso è ancora
l’esclamativo, il perentorio. Di gran lunga maggioritario è stato invece
l’interrogativo, cosciente o no, di chi schizofrenicamente saltellando gridava
“Facciamo-un-salto-di-qualità” per subito dopo urlare il suo falso bisogno
di politica con un “W Marx, Lenin, Mao-tse-tung” con cui voleva
drammaticamente esprimere il reale desiderio di socializzazione. Dopo Bologna
l’interrogativo rimane e mille microfoni delle mille radio collegate "in
tutto il convegno minuto per minuto” hanno dovuto registrarlo».
Dunque,
la manifestazione di Bologna è stata la giusta risposta al fallimento del Parco
Lambro ’76. In che senso è avvenuto il grande salto di qualità? Nel
passaggio dalla politica della festa alla festa della politica. Per molti dei
nuovi giovani – non solo per i situazionisti – la domanda ora è: «A quando
la festa alla politica?».
(MARISA RUSCONI - Introduzione al Libro fotografico LA FESTA DEL
PARCO LAMBRO - Mastrogiacomo Editore Images PADOVA marzo 1978)