La strategia del tempo

[…]  La strategia del tempo che i movimenti del settantasette applicarono si fondò sostanzialmente su una capacità di sottrazione, di esclusione, di estinzione, di reinvenzione degli orologi che scandiscono la modernità: il lavoro e lo Stato.

Qualcosa dunque che stava fra i colpi di fucile della Comune di Parigi contro i campanili e gli orologi molli di Dalì. Qualcosa che stava oltre il socialismo. Sottrarre il tempo al lavoro di merda e allo Stato del cazzo era un po’ come rubare il fuoco alla rivoluzione. Almeno alle rivoluzioni del Novecento, quelle del nostro tempo.

Capricciosamente ambiziosi (perché, è vero, tutti i movimenti sono sempre bambini), smodatamente saggi (perché eravamo cresciuti vecchi tra gli orrori dei socialismi) bisognava impedire che la rivoluzione cominciasse a scandire il suo tempo. Il suo tempo doveva essere ora, il suo tempo doveva essere sempre, il suo tempo doveva essere dopo, il suo tempo doveva essere mai. L’irruzione del tempo sottratto al lavoro e allo Stato nella vita di ognuno e nella vita collettiva avrebbe scardinato le dimensioni temporali della rivoluzione. Della rivoluzione politica e della rivoluzione economica. Volevamo infinitamente di più, a partire da infinitamente di meno, la vita quotidiana.

La strategia del tempo dei movimenti si basò su una totale assenza dell’idea di tempo. Non bastava mai il tempo per fare  tutto quello che andava fatto, si perdeva un’enormità di tempo per dire tutto quello che andava detto. O al contrario. E c’era chi il tempo lo voleva tutto adesso e chi pensava fosse giusto distillarlo; ma gli uni e gli altri non riuscivano a mettersi d’accordo sugli appuntamenti comuni, ora che il tempo del movimento si scandiva da sé. Per questo, è possibile ascoltare il ricordo di chi mantiene l’impressione di un tempo che bruciava velocemente e di chi si sentiva come sospinto dagli eventi, spesso in un’invenzione continua di scadenze che erano come attimi perpetuamente identici-a-sé. C’era sempre pochissimo tempo e c’era sempre bisogno di prendere tempo. L’idea di rivoluzione che i movimenti praticarono fu dunque quella di accrescere il tempo; non più, spezzarlo, romperlo ma produrne dell’altro, libero. L’individuazione del tempo del settantasette è la questione che mette in crisi le categorie temporali di insurrezione e rivolta. Ed è la questione che rende entrambe vere le affermazioni di chi – pensando a quell’anno – considera che mancò il tempo o di chi pensa che ce ne fu troppo.[…]

(Lanfranco Caminiti in "Perché rivoluzione del settantasette" da "Settantasette – la rivoluzione che viene" – deriveapprodi 1997]



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