Nella fase finale
[…] Il ’77, come forma generale di protesta metropolitana strettamente intrecciata con la nascente nuova composizione politica di classe, non riuscì a trovare una forma di organizzazione politica adeguata alla ricchezza dei problemi che portava dentro di sé. Le problematiche poste in essere da quella breve stagione di ribellione creativa anticipavano largamente la percezione della modifica profonda che stava avvenendo (che sarebbe avvenuta) nel complesso dei rapporti di forza del quadro politico italiano. Sia a partire dalla crisi definitiva della forma-partito e del sistema della rappresentanza; sia per ciò che concerne l’irreversibile processi di desalarizzazione e la conseguente perdita di gran parte della sfera dei diritti acquisiti; sia per l’importanza che avrebbe nel tempo assunto l’area del lavoro intellettuale tecnico scientifico (oggi si direbbe di coloro che “lavorano comunicando”) come forma intermedia di comando sul resto della società.
Da queste macerie, che finirono per travolgere tutto il resto della società civile e del tessuto connettivo della società italiana, non potevano che emergere gli oscuri anni Ottanta con la loro definitiva corruzione dell’intero ceto politico che aveva dominato dal dopoguerra in avanti, e con l’affermarsi dispiegato dell’”autonomia del politico”.
Nella fase finale degli anni Settanta i settantasettini non meno che gli autonomi si disperdevano nei labirinti metropolitani dominati dall’eroina, o venivano soggettivamente “destrutturati” nelle carceri.
Quando la controrivoluzione sconfigge il movimento reale di liberazione il primo atto di restaurazione è la restaurazione della norma. La violenza viene allora amministrata dai giudici.
(Primo Moroni “Un’altra via per le Indie. Intorno alle pratiche e alle culture del ‘77” in "Settantasette – la rivoluzione che viene" – deriveapprodi 1997)