IL SENTIMENTO L'AFFETTO E LO STATO
storia di Massimo e Diana
Un’inchiesta vuota e l’uso della malattia come strumento d’indagine
Paolo Persichetti
Liberazione 21 febbraio 2010Si apre domani davanti alla prima corte d’assise del tribunale di Roma (piazzale Clodio) il processo contro Massimo Papini, 35 anni, romano. Un appuntamento atteso dopo la morte di Diana Blefari Melazzi, la sua ex fidanzata finita in carcere nel 2003 per appartenenza alle cosiddette “nuove Brigate rosse” e suicidatasi il 31 ottobre scorso nel carcere di Rebibbia. Una morte “annunciata” che ha fatto parlare di «uso della malattia come strumento d’indagine». Diana Blefari Melazzi, infatti, mise fine ai suoi giorni esattamente un mese dopo l’arresto del suo ex compagno che aveva tentato di scagionare fino all’ultimo. La sostanza delle accuse mosse contro Papini ruotano tutte attorno al suo rapporto con la donna, prima sentimentale poi d’amicizia, proseguito anche dopo il suo arresto attraverso un intenso scambio di lettere e poi grazie alle visite in carcere, autorizzate dall’amministrazione penitenziaria proprio in ragione delle pessime condizioni di salute mentale in cui versava la detenuta. Papini era riuscito a fare breccia nel muro che la sua amica aveva eretto contro il mondo convincendola ad accettare l’idea delle cure. Teneva un diario degli incontri, come gli avevano chiesto i medici, anche se questi erano tutti monitorati dalla polizia nella speranza che la detenuta nel corso dei colloqui si abbandonasse a qualche confidenza. In fondo l’arcano dell’inchiesta e della detenzione di Papini è tutto qui, nella convinzione degli inquirenti che la Blefari conservasse alcuni segreti: dal luogo dove sarebbero state nascoste le armi del gruppo, all’identità di un altro presunto componente del commando che colpì Marco Biagi. L’incarcerazione di Papini poteva servire da strumento di pressione. «L’attività investigativa sul territorio nazionale – aveva spiegato subito dopo il suo arresto uno dei massimi responsabili della polizia di prevenzione – non si è mai arrestata e non avrà tregua finché non saranno rinvenute le armi utilizzate». Un convincimento rivelatosi letale. Il dibattimento che si aprirà domani non è pero la prima verifica giudiziaria di un’inchiesta che negli anni ha assunto le sembianze di una vera e propria persecuzione macchiata poi dalla tragedia. Dopo anni d’indagini, pedinamenti e intercettazioni, già alla fine del 2008 la procura di Bologna chiese il suo arresto, asserendo un suo coinvolgimento nella rivendicazione dell’attentato Biagi. ll gip ritenne gli elementi depositati dall’accusa inadeguati a sostenere l’incriminazione. Il suo cellulare risultava agganciato alle 20,14 ad una cella vicino alla stazione Termini, zona di passaggio obbligata per rientrare nella sua abitazione, dove alle 21,55 venne effettuata la rivendicazione dell’attentato. Ma le indagini hanno provato che già alle 20,19 era al suo telefono di casa. Insomma non c’entrava nulla.
Passati gli atti alla procura romana, sulla base degli stessi elementi e soprattutto per il fatto di aver continuato a seguire la sua ex fidanzata lungo i meandri dolorosi e allucinati della sofferenza psichiatrica, Papini è stato arrestato il primo ottobre scorso in provincia di Salerno, su un set dove lavorava come attrezzista cinematografico. Il capo d’imputazione parla di un’appartenenza defilata al sodalizio sovversivo, relegata ad un livello periferico e in relazione con unico «referente», la Blefari per l’appunto, condotta dal 1996 fino alla data dell’arresto. Questa tracimazione temporale dell’accusa solleva non poche perplessità: primo perché Papini viene descritto per ben 13 anni come un aspirante militante sempre alla porte delle “nuove Br”, anche quando queste non esistevano; in secondo luogo perché la procura, dopo lo smantellamento del gruppo avvenuto nel 2003, ritiene ancora in attività la sigla Br-pcc. Ostinata tesi investigativa che sorpassa anche i più agguerriti accanimenti terapeutici. All’antiterrorismo sarebbero in grado di resuscitare persino la mummia di Tuthankamon pur di autogiustificare la loro attività che negli ultimi tempi sembra distinguersi per una marcata propensione all’azione preventiva, alla contestazione di reati che ancora non hanno preso forma. Contro Papini non c’è uno straccio di accusa per fatti specifici, gli si rimproverano soltanto dei contatti con la Blefari ritenuti sospetti. Tutto nasce dall’interpretazione di un documento, definito «Attosta», una specie di manuale (che poi si è rivelato essere il miglior modo per farsi identificare, una specie di involontario “pentito elettronico”) con il quale le “nuove Br” stabilivano le condotte cospirative da seguire. Per esempio, l’uso “dedicato ad un solo utente” delle carte telefoniche prepagate, o il ricorso sistematico a telefoni pubblici, erano indicati come le modalità di contatto tra militanti. Solo che nel suo rapporto con la Blefari, Papini, che pur accetta di chiamare da un certo momento in poi la sua amica in questo modo, venendo incontro ad una sua richiesta ritenuta un «po’ paranoica» dopo il suicidio della madre nel 2001, non rispetta mai alla lettera le prescrizioni. Insomma fa come gli pare. Rilevanti ai fini difensivi appaiono invece alcune lettere della Blefari, quella che gli lascia nell’ottobre 2003 poco prima di darsi alla latitanza: «Immagino che avrai un milione di dubbi, domande, ti starai spiegando adesso le mie “stranezze” e “paranoie” ma ora non ti posso spiegare»; o le altre dal carcere dove si dice «grata… perché non mi avete ripudiato», sottolinea che «un conto sono i rapporti personali, ed un conto quelli politici», fino a quella più esplicita, «visto che ora la mia identità politica clandestina ha l’opportunità di diventare pubblica, causa forza maggiore. Sta a te scegliere se continuare il nostro rapporto». Massimo Papini non ha mai avuto esitazioni. Ma oggi anche l’affetto e la solidarietà possono diventare un reato.Massimo Papini assolto per non aver commesso il fatto
marzo 23, 2011 di insorgenze
Processo Papini: il naufragio di un teorema
Pochi minuti fa, la prima corte d’assise del tribunale di Roma ha assolto «per non aver commesso il fatto» Massimo Papini dall’accusa di appartenenza alle cosiddette nuove Brigate rosse.
Le Nuove Br e l’ex fidanzata da aiutare - Il riscatto dello scenografo finito in cella
Era stato arrestato sul set di «Benvenuti al Sud». Era in contatto da quindici anni con la terrorista che si è tolta la vita nel 2009
«Caro Massimo, immagino che avrai un milione
di dubbi, ti starai facendo domande sulle
mie stranezze e paranoie, ma ora non ti posso
spiegare. Perdonami».
La lettera è dell’ottobre 2003. Poi Diana Blefari
Melazzi sparisce. La sua latitanza dura poco.
Viene arrestata tre giorni prima di Natale
in un residence del litorale romano. Ha partecipato
all’omicidio del giuslavorista Marco
Biagi, fa parte delle Nuove Brigate Rosse fondate
da Nadia Lioce, forse ne custodisce i segreti,
come il luogo dove sarebbero nascoste
le armi che nel 2000 uccisero anche il consulente
del ministero del Lavoro Massimo D’Antona.
L’ultima lettera risale a sei anni dopo, 26
settembre 2009, spedita dal carcere di Rebibbia.
Ma il destinatario non la può leggere.
Massimo Papini, 35 anni, romano, attrezzista
cinematografico, è in carcere. La Polizia gli
mette le manette in provincia di Salerno, mentre
si trova sul set di Benvenuti al Sud, il film
con Claudio Bisio, recente campione di incassi.
Da quel giorno ha trascorso 18 mesi in cella,
undici dei quali in isolamento. Mercoledì
scorso è stato assolto dall’accusa di partecipazione
a banda eversiva. Il fatto non sussiste.
«Chi è il mio assistito? Un’Antigone dei nostri
tempi. Un uomo che paga a caro prezzo la
generosità nei confronti di una persona molto
malata, che stava scontando la pena per
aver commesso un delitto orrendo ma era sua
amica, e aveva disperato bisogno di aiuto».
L’avvocato Francesco Romeo, che insieme a
Caterina Calia ha difeso Papini, cita il personaggio
di Sofocle con qualche buona ragione.
La vicenda umana di Diana Blefari Melazzi
e Massimo Papini, fidanzati dal 1996 al 1999,
amici da allora, somiglia a una tragedia greca.
Il primo ottobre 2009 viene arrestato Papini,
l’unica persona autorizzata a fare visita alla
brigatista in carcere, per cercare di lenire il
male che le sta scavando dentro. Il 20 ottobre
il tribunale della libertà gli nega la scarcerazione.
Il giorno seguente Blefari Melazzi viene interrogata,
ha fatto balenare più volte il desiderio
di dissociarsi dalle Nuove Br, sta pensando
di collaborare. Scagiona l’amico, dice che
non c’entra nulla con il terrorismo. Poi si chiude
nel silenzio. Il 27 ottobre viene confermata
la sua condanna all’ergastolo. Il 31 ottobre si
impicca in cella. Aveva 40 anni. Veniva da una
famiglia della buona borghesia dei Parioli, la
madre era baronessa, morta anch’essa suicida
nel 2001. Il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo
Marroni, aveva denunciato come le fosse
stato inflitto il 41 bis «senza tenere in considerazione
la sua malattia: schizofrenica e inabile
psichicamente».
Papini era l’unica persona riuscita a fare
breccia nel muro alzato da Blefari Melazzi
nei confronti del mondo. L’unico punto di
riferimento. La sua amicizia con la brigatista
è sempre stata l’esile filo che lo collegava
a quelle vicende. Dopo l’arresto nasce
un comitato. Amici e gente di cinema, convinti
della sua innocenza. Papini ha lavorato
sui set dei più grandi registi italiani, da
Bernardo Bertolucci a Paolo Sorrentino, è
stato caporeparto costruzioni nella serie
televisiva di Romanzo criminale. «Un’attività
che assorbiva la sua esistenza e lo teneva
così lontano da Roma da rendere inverosimili
le accuse», ha dichiarato la scenografa
Paola Comencini. Diana Blefari Melazzi era nota anche alla sua attuale fidanzata, che più volte ha mandato vestiti e preparato pietanze per la detenuta.
Il capo di imputazione parla di un «rapporto dialettico» con le Nuove Br cominciato nel 1996, con Blefari Melazzi come
unico referente. In quell’anno furono entrambi fermati a un presidio contro lo sgombero di un centro sociale dove campeggiava uno striscione con una stella rossa, non cerchiata.
Il punto forte dell’accusa era il documento che definiva le regole di comportamento dei militanti delle Nuove Br. Comunicazioni con schede prepagate da usare esclusivamente
per i contatti con gli altri brigatisti, fatte in luoghi distanti dalla
propria residenza.
L’imputato accetta questa procedura imposta dall’amica, pur ritenendola «paranoica». La richiesta gli viene fatta da Diana
dopo il suicidio della madre, lui crede che si tratti del segno di un malessere già evidente. Dice che ubbidirà, ma in aula è
stato dimostrato che spesso le sua telefonate partivano da casa o dalla sede di lavoro.
«Il processo—dice Romeo—ha toccato vertici di assurdità che potrebbero essere descritti con ironia, se non fossero legati a un dramma». Gli avvocati di Papini aspettano che la sentenza di assoluzione diventi definitiva. Poi chiederanno i danni allo Stato per ingiusta detenzione.
Marco Imarisio - Il Corriere della Sera 25.marzo.2011