Silenzio e Sguardi.

"Tra i compagni era iniziato un periodo che definirei del silenzio e degli sguardi, un periodo in cui non c'è più comunicazione politica perché una parte di compagni adopera il luogo-libreria per incontri e danno per scontato che tu sai che loro sanno che tu sai e viceversa, il che cambia tutto il clima intorno. Non sto facendo una critica, dico solo che si determina un clima molto difficile, che pretende grande attenzione e grande disponibilità.
Da un altro lato invece, il processo repressivo dello Stato determina un ritorno fortissimo al privato dei soggetti sociali che hanno avuto le grandi esperienze nei gruppi politici organizzati e ai quali sono saltati una serie di strumenti interpretativi: non c'è più il riferimento operaio, le organizzazione sono dissolte, i nuovi soggetti metropolitani sono difficili da capire e in più c'è quell'elemento devastante dell'azione femminista che incide sulle loro vite. Quindi si produce una fortissima separazione tra tutte queste scelte. Ad aggiungersi a ciò vi è poi la diffusione, con una rapidità assolutamente straordinaria, dell'eroina nelle periferie.
Una parte dei Circoli del proletariato giovanile si sfaldano proprio a causa dell'eroina. E' come se ai giovani non venissero lasciate altre possibilità se non la lotta armata, l'omologazione e il ritorno a un ipotetico privato o l'eroina. In più vengono poste in campo leggi durissime che, per la prima volta nella storia del Paese-Italia, vedono concordi tutta la magistratura, salvo minoranze di Magistratura Democratica, tutte le forze di polizia e dei carabinieri e tutto il sistema dei partiti. L'intero sistema è schierato per far fuori il movimento. Non tanto per combattere il terrorismo che, come dicevo, in realtà quando nascono le leggi non è ancora di massa e, anzi, lo diventa proprio in conseguenza delle leggi repressive. In realtà l'obiettivo è ristrutturare le fabbriche, ristrutturare lo Stato con la partecipazione possibile o ipotetica del Partito comunista.
E' una fase che avrebbe richiesto da parte di tutti noi una grande intelligenza politica, una capacità di fare il punto come diceva Gianfranco Manfredi nella sua canzone Un tranquillo festival di paura: e siamo tutti insieme ma ognuno sta per sé / la ricomposizione si sogna ma non c'è / si sta sfasciando tutto persino la teoria / perché il nuovo soggetto pare che non ci sia / è tutta una gran merda / la colpa di chi è / lo Stato, il riformismo, i gruppi, non so che. La canzone è dedicata al festival del Parco Lambro del 1976. Un evento veramente drammatico: doveva essere una grande festa del nuovo proletariato giovanile e invece si trasformò in uno scontro tra vecchia composizione politica e nuovi soggetti giovanili. Il Parco Lambro segna in modo irreversibile un passaggio che Manfredi sintetizzò in modo splendido in quella canzone.
C'è un enorme e straordinario disagio, un periodo veramente lungo e difficilissimo in cui si rompono le amicizie perché spariscono gli amici, perché gli armati ritengono di avere il diritto di adoperarti, un diritto politico intendo dire, sostengono che qualsiasi forma di critica che fai nei loro confronti potrebbe essere desolidarizzazione, come si usava dire al tempo. In effetti quel pericolo comunque c'era. I resti di Lotta Continua riuniti attorno al giornale scelgono, per esempio, una linea che non ho mai condiviso, quella del né con le BR né con lo Stato, che era una linea di neutralità quando invece proprio in quel momento occorreva una grande battaglia politica di riflessione su questo argomento.
Era in atto, come scrivevamo noi della libreria sulla rivista Primo Maggio già alla fine del '78, un processo distruttivo nei confronti dei movimenti che quasi sicuramente si sarebbe concretato a breve in una grande operazione repressiva. Non era possibile la neutralità né con gli uni né con gli altri. E fu per questo motivo che riprendemmo le pubblicazioni di CONTROinformazione, rivista sulla quale demmo spazio a tutti i comunicati dei gruppi armati: per noi significava farne un problema di comunicazione radicale. Si era rotta, però, quella che abbiamo sempre chiamato la comunità reale.
La comunità reale voleva dire che tu sapevi esattamente con chi avevi a che fare: la lealtà della comunicazione pur nella differenza politica produceva un humus, un modo di stare nel mondo che generava affettività oltre che identità politica, iniziativa culturale o sociale. "
(PRIMO MORONI - "Ma l'amor mio non muore" in ARCHIVIO PRIMO MORONI)