STATO D’EMERGENZA! EMERGE
L’EMARGINATO - Movimento
del ‘77
Il
movimento del ‘77 irruppe nella quiete claustrale del tradizionale conformismo
del Paese, contestandone, alla radice, il conformismo. E la stessa ingenuità
politica con cui, clamorosamente, rivendicò a sé quell’uso della forza, da
sempre attributo di chi gestisce il dominio, destò un’acredine e una paura
sproporzionate ai fatti. Forse, alla nostra <<ingegneria>> politica,
abituata da sempre a smorzare persino i sussurri (e, oggi, non fosse per
Berlusconi, non sentiremmo alcuna strida), l’urlo del movimento ricordò di
colpo che non tutti e non sempre sono disposti ad accettare un costume politico,
troppo spesso fatto solo di pubblici sorrisi, rassicuranti promesse e sostanziali
inazioni. Il movimento apparve così una minacciosa levata di scudi contro un
modello di conduzione della cosa pubblica, la cui sapienza sembrava, e forse era
(è), l’immobilismo.
E
anche chi, tra il ceto politico dirigente, con più o meno consapevolezza,
avvertì che il movimento si muoveva sì fuori delle regole del gioco, era sì
una forza poco disposta a lasciarsi istituzionalizzare, ma che pur tuttavia
rappresentava un fatto nuovo, culturalmente e socialmente significativo, che
andava quanto-meno capito (osservazione di mero buon senso reazionario), fu
presto sopraffatto dalla generale, burocratica esigenza di esorcizzare il dèmone,
impedire che il movimento potesse darsi organizzazione e progetto politico
propri. Alla informazione, dunque, il compito di ribaltare le vetrine rotte e le
molotov (il movimento si muoveva con spirito di rivolta), da sintomi di
ribellione sociale, in violenza gratuita, immotivata e criminale.
In
questo processo di manipolazione-mistificazione del movimento del ‘77, si
distinse – come noto - soprattutto il Pci. Il cui comportamento giacobino nei
confronti del movimento stesso non può essere spiegato solo facendo riferimento
alla politica di unità nazionale, ma occorre anche por mente alla dimensione
istituzionale e culturale di un partito complesso e articolato com’era quello
comunista, per capire che un organismo siffatto non poteva, anche volendo (a
meno di non trasformarsi fin nelle fibre più profonde), capire e aprirsi ( e
nel caso specifico, sarebbe stato un inseguimento) alle esigenze e alle
tematiche nuove e originali (si pensi solo alla diversa qualità del lavoro,
interiorizzata e portata avanti come bisogno dai giovani) esplose nel e per
causa del movimento, senza entrare in conflitto con la propria stortura
burocratica (che ne garantiva la saldezza anche nei momenti di crisi) e con
buona parte della sua arcaica, base sociale.

E,
giovedì 17 febbraio '77, la «cacciata» di Lama dall'Università
di Roma fotografò icasticamente e clamorosamente lo scontro in atto tra
movimento e Pci. Preceduto e seguito, naturalmente, da tutta una serie di
giudizi, accuse e analisi contrapposte. Per il movimento, la «comunicazione
sociale» era data, soprattutto, dal nascere, e sovente morire in pochi giorni,
da giornali e giornaletti come A/traverso, Zut, Vogliamo tutto, Wow, L'uno,
Viola, da periodici più «duri» come Rivolta di classe a Roma, Autonomia
a Padova, Senza padroni all’Alfa Romeo, Lavoro zero, Linea di
condotta, Mirafiori rossa e Rosso e Senza Tregua a Milano e da
riviste, di pochi numeri, come Fallo, Gatti Selvaggi, Skizzo, Il limone a
canne mozze, Sentiero di guerra, il Kossiga furioso. E da alcune
radio libere: Radio città futura, Radio onda rossa e Radio proletaria a
Roma, Radio Alice a Bologna, Radio popolare a Milano e Radio
Sherwood a Padova.
Impossibile,
anche telegraficamente, dare conto delle diverse posizioni teoriche interne al
movimento (autonomi, ex gruppi, eccetera) e degli «insulti» reciproci tra il
movimento stesso e il Pci (si veda l’imponente letteratura sull'argomento).
Basti qui citar per ricordare la sommarietà dei giudizi del Pci, la
dichiarazione del senatore Ugo Pecchioli all’Unità, dopo
l’occupazione del 7 febbraio dell’ateneo romano; che riferendosi agli
autonomi, mentre nel movimento sono ancor in auge «indiani metropolitani», «femministe»
e «cani sciolti», dice: <<Ci troviamo in presenza di gruppi squadristici
armati che tentano di innescare una nuova fase della strategia della tensione.
Il raid dei fascisti all’università e le violenze dei provocatori cosiddetti
’autonomi’ sono due volti della stessa realtà>>. Gli fa eco un
intellettuale del calibro di Giorgio Amendola che definisce il movimento:
<<diciannovismo, agitazione convulsa di spostati con pericolo di sbocco
fascista, sindrome fiumana, avventurismo e imbarbarimento>>.A.quanto pare,
il Pci non mostra alcuna volontà di capire quanto succede.
Del
resto, «capirsi» era impossibile reciprocamente. La «cacciata» di Lama
dall’Università fotografa, infatti, come meglio non si potrebbe l’odio
allora esistente tra movimento e Pci (la frattura, però, è tuttora
psicologicamente viva tra gli ormai non più giovani eredi). Non era come nel
‘69, quando per gli studenti sessantottini, pur picchiati, davanti alle
fabbriche, dai militanti del Pci, erano convinti che gli operai «non si
toccavano»; nel ‘77, invece, non ci sono più miti, i ragazzi del movimento e
i membri del servizio d’ordine sindacale si picchiano con furore, rabbia, odio
profondo; se potessero, si sbranerebbero. Per i ragazzi del ‘77, Lama e la sua
scorta sono tout court i nemici. E - naturalmente- viceversa.

Lo
scontro col Pci, come le manifestazioni pubbliche del movimento (valga per tutte
quella nazionale del 12 marzo a Roma, in cui secondo Paolo Spriano «un corteo
livido di violenza» aveva attraversato la Capitale), la guerriglia diffusa, le
Br (attenzione: la guerriglia diffusa, come metodo e obiettivi, è antitetica
alle Br), Prima Linea, eccetera, eccetera mettevano in luce, in quegli anni, la
crisi della cultura rivoluzionaria, meccanicamente legata e dipendente dai temi
e dalla prassi della II e III Internazionale. E – almeno a giudicarlo con gli
occhi attuali – in un periodo storico in cui gli eredi del Pci, i Ds,
discutono se sia il caso o meno di abbandonare il porto della socialdemocrazia
europea per approdare al partito democratico, appare risibile il tentativo,
all’epoca, del Pci, e non solo, di leggere e intervenire sui fatti che
accadevano sulla scorta del giovane Marx.
Il
movimento del ‘77, dal canto suo, appariva - anche se in forme a volte
elementari - consapevole che accettare la tradizione, le analisi dei partiti di
sinistra, eccetera significava subirne tutti gli aspetti più obsoleti e
istituzionali: dibattiti accademici e inconcludenti; dialoghi strumentali e
perdenti, con le forze politico-sindacali; sovrastrutture parassitarie come i
gruppi-partito; eccetera. I giovani che lo componevano, infatti, vivevano in un
ambiente sociale che negava loro ogni possibilità di soddisfacimento dei propri
bisogni e che impiegava, per l’appunto, tradizionali, provati calibrati
strumenti istituzionali di rimozione, copertura, integrazione e controllo per
far interiorizzare, a loro stessi, la negazione-impossibilità di soluzione dei
propri desideri.
L’indifferenza
o la negazione della tradizione (e anche dei leader sessantottini), in
quest’ottica, non era altro, dunque, che una tecnica manifesta con cui il
movimento, probabilmente inconsciamente, rispondeva a una sua necessità
latente: sfuggire alla morsa istituzionale. Il movimento, cioè, intuiva, anche
se lo esprimeva in modo confuso e velleitario, che passato, metodi, coerenze
erano strumenti di aggressione dell’assetto di potere al suo «sé» e che, se
voleva preservare e accrescere la propria forza, doveva esso stesso elaborare,
in modo originale e autonomo, organizzazione e ideologia politica. Insomma, il
rifiuto della tradizione non era, per il movimento, un casuale meccanismo di
difesa, ma un elemento costitutivo, essenziale della sua capacità-possibilità
d’incisione nel tessuto sociale.
I
giovani non-garantiti (e gli emarginati) del movimento, in altri termini,
rifiutavano le bizantine dispute ideologico-culturali del '68, non tanto perché
le stesse fossero, per loro, un lusso piccolo-borghese, che non potevano
permettersi, quanto perché avevano constatato che la tradizionale, ossificata
ortodossia rivoluzionaria offriva poche o nessuna soluzione per il loro
presente.Era la realtà, cioè, e non la «cultura» del movimento, a frantumare
le norme dei padri; a dimostrare che non esistevano strade «infallibili», né
teorie che potessero risolvere o almeno rimuovere la loro angoscia per il
futuro.
All’epoca,
queste nuove, radicali istanze del movimento non ebbero - perché non lo
potevano avere - sbocchi coerenti e duraturi. E neppure le forzature della
situazione, soggettive e oggettive, da parte di – settori del movimento stesso
potevano dare sbocchi. L’esito militare era scontato e, comunque, fosse stato
– in ipotesi – diverso ne sarebbe conseguita una gestione autoritaria se non
addirittura apertamente totalitaria della cosa pubblica. Il che, oltretutto,
avrebbe costituito una risposta monca e forse, in parte, contraria alle
tematiche di rottura portate avanti proprio dal movimento del ‘77, e prima da
quello del '68: femminismo, antiburocraticismo, rifiuto della delega,
autovalorizzazione, liberazione dei bisogni fondamentali, macchine desideranti,
rifiuto del lavoro alienato, eccetera.
Tematiche,
d’altro canto, contro cui si era esercitato, nel ‘77, il massimo di
pressione dell’assetto di potere e della inamovibile, dinastica nomenklatura
partitica (l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui erano e sono ai suoi
vertici, dai primi anni del dopoguerra, malgrado il crollo del muro di Berlino,
«mani pulite», la globalizzazione, eccetera, eccetera, gli stessi esponenti
politici, e/o i loro figli e nipoti) per volgerle a proprio vantaggio (disegno
in buona misura riuscito), istituzionalizzandole entro le regole del gioco
economico dominante, o lasciandole scaricare verso il più deteriore
anarco-masochismo.
Pressione che si sviluppava e si esercitava (come del resto accade tuttora) anche «eticizzando» le manifestazioni di conflittualità sociale e le esasperate reazioni del movimento del ‘77; il che ne consentiva la stigmatizzazione, agli occhi degli altri ceti subalterni, come violento, diverso, irrazionale, pericoloso, persino avversario. Al sistema di potere, infatti, era ed è necessario - ieri come oggi – che i ceti sociali non egemoni siano in conflitto tra loro e, se possibile, collaborino alla propria oppressione; interiorizzando, come possibili e lecite solo quelle forme di lotta che non intacchino sul serio l’assetto di vertice.

Naturalmente,
il comportamento del sistema di dominio nei confronti del movimento del ‘77 è
più facilmente valutabile oggi che allora. Ma già in quell’anno era chiaro
che la negazione di un settore dell’umano (il movimento) e la sua
criminalizzazione rispondeva anche alla necessità, per l’assetto
socio-economico, di padroneggiare le proprie contraddizioni e impedire; tra
l’altro, che esse investissero in primo luogo la fabbrica (il centro motore
della classe operaia), rafforzandone, per reazione, i suoi legami con il proprio
retroterra sociale. In altri termini, poiché la fabbrica non viveva (e non
vive) in una zona franca, asettica ai virus della contestazione (soprattutto
nelle fasce operaie giovanili,
vicine per generazione e cultura agli studenti del movimento), si voleva
impedire che, il virus,
filtrando attraverso le maglie dei meccanismi d’integrazione, indebolisse
l’efficacia del controllo sociale
sui lavoratori.
In
realtà, questa
visione della :realtà era - anche se comprensibilmente – errata.
Infatti, in quegli anni
nessuno parlava di post-industriale, di turbocapitalismo o di capitalismo
cognitivo. Non c’era – salvo rare eccezioni - la cognizione che il sistema
capitalistico si stava modificando in forme del tutto
nuove. Cioè - in estrema sintesi - che le nuove tecnologie a base elettronica,
la genetica, la conquista
dello spazio, eccetera (in una parola, la scienza), con una velocità ignota
alle precedenti generazioni, stavano ridisegnando la mappa dei poteri, incidevano
sui rapporti di produzione, entravano nel vivo dei rapporti pace-guerra,
influenzavano, modificavano, esaltavano la contraddizione Nord-Sud. In altri
termini, il sapere, la ricerca, l'intelligenza dell’uomo diventavano la chiave
di volta della società capitalistica cognitiva, il cui architrave si spostava
dalla fabbrica alla creatività. E in questo nuovo modo di produzione
capitalistico (comoda, anche se impropria espressione), non sparivano i
conflitti, le contraddizioni, mutavano certo le classi, sorgevano e si
sviluppavano nuove categorie (terziario superiore, tecnici, eccetera) e facevano
la loro (rumorosa) comparsa i non-garantiti. Cioè quelle categorie di
persone che oggi definiamo lavoratori precari, a termine, fatturisti,
contrattisti, in affitto, eccetera, eccetera.
E
molti dei giovani del ‘77, in particolare nelle università di Roma, Bologna e
Padova (cuore della protesta), non erano di estrazione borghese o
piccolo-borghese (come, invece, molti del movimento del ‘68), ma sovente
meridionali o figli di meridionali, spesso studenti-lavoratori, costretti, per
mantenersi, al lavoro nero. Possedevano,
dunque, per provenienza sociale e geografica, una sofferta, secolare coscienza
del problema
dell’emarginazione (all’epoca – e tuttora – i non-garantiti coincidevano
di fatto con gli emarginati).
E l’università diventava per essi – patente contraddizione del sistema
capitalistico – non
luogo deputato alla trasmissione dell’ideologia dominante, ma centro di
aggregazione della rivolta.
Si deve, comunque, sottolineare che, nel ‘77 (e tuttora), l’università di
Roma La Sapienza (la seconda e la terza sono nate dopo) era, forse,
l’università più grande del mondo; contava: 160.000 iscritti, di cui 40.000
fuori-sede; alcune migliaia d'iscritti alle scuole di specializzazione e ai
corsi para-universitari; aveva oltre 20.000 dipendenti fissi, dava lavoro a
ricercatori, impiegati, operai del
Cnr, dell’Opera universitaria, eccetera. Nell’annesso Policlinico, poi,
prestavano la loro opera infermieri, portantini, eccetera. La prima università
di Roma, dunque, era la più grande azienda del Lazio e costituiva un
luogo di aggregazione e concentrazione di studenti e di lavoratori, garantiti e
non garantiti, senza pari in tutta l’area romana.
Ma
le università di Roma, Padova e Bologna, eccetera non rappresentavano tutta
l’Italia; o me-glio, i giovani non-garantiti (studenti e non) non erano,
quantitativamente, pari alle altre classi o ceti sociali. Si diceva all’epoca
e si continua a sostenerlo, che essi erano parte (avanguardia) dell'operaio
sociale o diffuso, il nuovo soggetto che, a differenza dell’operaio massa
(tipico del vecchio proletario figlio della fabbrica taylorista), si sentiva (e
si sente) estraneo al processo produttivo della società capitalistica e alla
ideologia (valori) borghese e, nel contempo, esterno, al di fuori della classe
operaia tradizionale e dei partiti e sindacati che, in nome di quest’ultima,
avevano (e hanno) sposato la logica dello stato di diritto.
I
non-garantiti, infatti, prodotto della mutazione tecnologica-scientifica del
sistema capitalistico, svolgevano e svolgono un’attività lavorativa in un
ambito, potenzialmente, parzialmente o totalmente esterno alle norme di garanzia
abituali (diritti sindacali, cassa mutua, pensione, eccetera) e, pertanto, pur
essendo, a tutti gli effetti, operai o impiegati o commessi o portantini o
contadini (migliaia e migliaia di immigrati lavorano nei campi per pochi euro)
non usufruiscono di quei diritti, retribuzioni, garanzie, sicurezze, che sono
invece propri di tutti coloro che, all’interno delle regole del sistema,
svolgono un’attività analoga alla loro (semplificando, operai e impiegati con
contratti a tempo indeterminato). In altri termini, il lavoro garantito si
presentava e si presenta ai non-garantiti come un «castello», una roccaforte
inespugnabile, difesa a spada tratta, per tutelare la forza lavoro regolarmente
occupata, dai partiti e sindacati di sinistra.
Esisteva,
infatti (e continua a esistere), tra il referente sociale del movimento
(non-garantiti, emarginati, settori produttivi intellettualizzati, eccetera) e
quello tradizionale dell’allora partito comunista (classe operaia storicamente
data, fasce di ceto medio, eccetera) una conflittualità di classe, che – si
perdoni l’uso di una terminologia classica - non configurava (e non configura)
una contraddizione dicotomica tra classi e ceti subalterni, ma ne delinea,
almeno a partire dal '68, una vera e propria lotta per l'egemonia culturale e
sociale.
Attualmente,
la precarietà, in misura del 15-20% di tutta la forza lavoro, sta diventando
una condizione lavorativa comune a tutta l’Europa. E il modello renano
(franco-tedesco), con l’annesso welfare, traballa sotto i colpi di quello
anglosassone, che appare, e probabilmente è, più idoneo a garantire lo
sviluppo del capitalismo cognitivo o post-industriale. Quest'ultimo, infatti,
esaspera e accelera un noto processo economico: se in un Paese capitalista, in
termini reali, a un aumento dei consumi, dei salari e della spesa pubblica, non
corrisponde un analogo aumento della produttività (e, nella situazione
post-industriale, dell'innovazione), la situazione, dati i rapporti di forza
esistenti tra le classi, può essere ristabilita - ed è il modo più semplice
ed efficace – facendo scendere il costo del lavoro. Dunque, tramite un
notevole aumento della disoccupazione (lavoratori e sindacati sarebbero così
costretti a spingere verso il basso, in termini reali, in presenza di
inflazione, i salari), o (in parte, contemporaneamente) immettendo sul mercato
del lavoro categorie come i non-garantiti e immigrati extra-comunitari (costano
meno e costituiscono un ricatto manifesto nei confronti degli altri salariati).
Il
mondo del precariato, però, nella sua punta emergente, nei primi anni ‘70
(anche attualmente), non era (e non è) formato dalla figura classica del
disoccupato stile anni ‘30, ma da un impasto, radicalmente nuovo, di
non-garantiti (come ovvio), di giovani operai periferici, di esclusi, di
impiegati nei servizi, di femministe, di tecnici, di studenti inseriti come
produttori nel circuito del lavoro nero, di intellettuali alienati e (in parte)
di ricercatori (a questi, ai giorni nostri, occorre aggiungere una buona quota
di immigrati extracomunitari, regolari e irregolari). Che non era (e non è),
quindi, nel suo insieme un ghetto (a cui, se mai, era confinato dal sistema e/o
dalla sua incapacità-impossibilità di darsi una precisa, durevole identità
politica), privo di conoscenze ed estraneo al centro del processo di produzione
e riproduzione della ricchezza sociale, ma al contrario, un soggetto capace
di autovalorizzazione. Non solo: ma un .mondo che nelle sue figure di punta - i
ricercatori scientifici – era, e soprattutto è, al cuore della produzione e
riproduzione della ricchezza sociale.
Infatti, come si è accennato, la ricerca (pura e applicata) era ed è la chiave di volta della società post-industriale. È lo strumento, in altri termini, su cui si basava, si basa e sempre più si baserà la produzione nel suo complesso. L’innovazione, cioè, che già nel '77 (allora non se ne aveva piena coscienza), nei nostri anni e in quelli a venire, costituisce, in sé e per sé, lo strumento produttivo principe, dipendente, e dialetticamente riflettente, dalla continua, permanente invenzione come dato base, essenza della produzione stessa (e della società tutta, per conseguenza). Produzione e cultura, mass-media e organizzazione aziendale, guerra e politica, eccetera non avevano e non hanno più, pertanto, epicentro in quelle che sino a ieri erano le loro sedi naturali: fabbrica, scuola, partiti, eserciti, sindacati, eccetera (anche se nel pensare comune tali restano). Il baricentro si era già spostato nei primi anni '70: luogo geometrico della società tutta (e, in prima istanza, della produzione) erano e sono i centri di ricerca, i laboratori, le équipes scientifiche. Erano e sono queste le sedi dove si scoprivano e si scoprono, si mettevano e si mettono a fuoco i modelli di attività sociale (l'industria, geograficamente centrifugata, s'incaricava e si incarica di trasformarli in merci). In altri termini, semplificando, si potrebbe dire che i nuovi rapporti di produzione e l’accumulazione primitiva del capitale avevano, e hanno, come sede privilegiata i laboratori scientifici. Erano e sono essi la Nuova Inghilterra da studiare.

Nel
movimento del ‘77, grazie soprattutto ai ricercatori scientifici che ne erano
parte, questo processo si intuiva (oggi, naturalmente, è diventato
sufficientemente chiaro). Oltretutto, i ricercatori, anche in un Paese alla
retroguardia della scienza come l’Italia, sono passati dalle poche migliaia
dei primi anni ‘70 alle decine e decine di migliaia attuali. Per conseguenza,
è aumentato il potere dei tecnici e degli scienziati. Ma questi, salvo alcuni
settori d’avanguardia, devono ancora prendere piena coscienza del proprio
ruolo. Resta, dunque, ancora oggi aperto il problema scoperto e discusso nel
movimento del '77: modificandosi la struttura del potere, la scienza e la
tecnica resteranno le ancelle del capitale? Sarà possibile un’alleanza
organica tra non-garantiti e scienza?
In
questo quadro, s’innesca la questione dell'immigrazione extracomunitaria.
All’epoca del movimento del ‘77, se ne discuteva in funzione della
contraddizione Nord-Sud. Ora la contraddizione è esplosa. Nel settembre 2005,
si contano, in Italia, 2 milioni e 800mila immigrati regolari e 6-700 mila
irregolari (il numero esatto non si conosce). Come noto, da noi, come in tutta
Europa, gli immigrati, in fuga dalla fame, dalla malattia e dalla guerra, sono
arrivati perché il nostro sistema economico ne ha assoluta necessità. Sono,
oltretutto, dei non-garantiti per antonomasia E dobbiamo, in buona parte, a essi
di poter consumare più di quanto produciamo.
Superfluo
dire che gli immigrati da noi (come nel resto del Vecchio Continente) non hanno
trovato l’Eldorado. Anzi, in Italia, si sono imbattuti in disorganizzazione e
imprevidenza senza pari, e nessuno, salvo poche eccezioni, si è preoccupato,
concretamente, non a chiacchiere, delle loro indifferibili esigenze materiali:
alloggio, vitto, luoghi di riunioni e di culto, centri di informazione,
amministrativi, di indirizzi al lavoro, scuole di italiano, formazione tecnica,
eccetera, eccetera. E, attualmente, il sistema di potere si preoccupa di loro
solo per tema del terrorismo (agli ex giovani del ‘77,
dovrebbero, in proposito, fischiare le orecchie). In sostanza, i vertici
nutrono il timore che una parte,
anche piccola, degli immigrati musulmani e soprattutto i loro figli e nipoti
(Gran Bretagna e Francia
servano di esempio), rifiutando l’omologazione che ci illudiamo di poter
imporre loro, trovino in una religione missionaria come l’Islam, uno strumento
di verità assoluta, i cui effetti politici sono storicamente noti.
Tra immigrati, non garantiti e ricercatori scientifici si apre, nel prossimo futuro, per la società italiana (e non solo), una stagione particolarmente conflittuale: xenofobia, insicurezza, repressione. Occorrerà, poi, vedere che piega politica prenderanno questi avvenimenti. Infatti, i sotterranei, forti sommovimenti sociali si manifestano, spesso, in superficie, come capita sovente durante le eruzioni vulcaniche, sotto forma magmatica. E ciò dà luogo, per periodi di tempo più o meno lunghi, a una serie di scosse di assestamento prima che il fenomeno si stabilizzi. Dunque, come e quali sbocchi politici, e quali eventuali composizioni-ricomposizioni unitarie, possano trovare questi nuovi con-flitti, è difficile, probabilmente impossibile, da prevedere. L’esperienza storica dimostra, infatti, che la telluricità sociale può incanalarsi lungo vie, per i contemporanei, del tutto inaspettate. Tuttavia, un radicale cambiamento dell’ordine sociale, in relazione a una possibile, ipotetica alleanza tra non garantiti, immigrati e ricercatori scientifici, che potrebbe consentire la nascita, in Occidente, di un diverso, comunitario modo di produzione, dipenderà dal modo di gestione e dagli effetti sociali di almeno tre fattori: la conquista e la spartizione dello spazio, il livello di applicazione dell’ingegneria genetica e il grado di estensione dell’intelligenza artificiale.
Del
resto, come scrive Albert Camus: «Che cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che
dice no. Ma se rifiuta non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice sì fin
dal suo primo muoversi».
(Di Giulio Salierno da Alias n.48 del 26 novembre 2005)