Una “Rivoluzione”, una forza dei sentimenti.

 

 

[…] Come definireste voi quel culmine d’un conflitto, quelle immagini d’uno scontro terribile? E quelle, che non sono registrate in nessuna cassetta, dei reparti di fabbrica spazzati dai cortei che portavano dentro ed eleggevano come loro delegati – nel mentre dileggiavano i bonzi sindacali – operai che erano stati trovati ad esercitarsi con le armi e licenziati attraverso una sentenza di Tribunale?

Come definireste altrimenti la fuga indecorosa – a colmare le loro assenze professionali – di centinaia di professori universitari la cui unica autorità si esercitava ormai attraverso le autoblindo accanto la cattedra? E i quartieri con gli spacciatori spazzati via dalle ronde giovanili, mentre facevano una puntatine tra un sottoscala e un capannone dove si faceva lavoro nero e sottopagato? E quelle piazze invase da centinaia di migliaia di persone, in un alternarsi continuo di rabbia, dolore, gioia, una forza dei sentimenti che non è forse mai una condizione della vittoria operaia ma è certamente una ragione della rivolta? Trovo che sia giusto rendere l’onore a quel movimento quanto meno nel nominarlo per quello che effettivamente rappresentò: una rivoluzione. Il resto è davvero in dettaglio. Non un movimento dunque, ma movimenti; non un movimento, ancora, ma una rivoluzione. Ma se ci rendiamo conto di avere fatto un’affermazione forte e discutibile sul piano concettuale, è proprio nella rottura dei paradigmi concettuali della rivoluzione che il settantasette fu rivoluzionario. Fu cioè  rivoluzionario riguardo alla rivoluzione. […]

(Lanfranco Caminiti in "Perché rivoluzione del settantasette" da "Settantasette – la rivoluzione che viene" – deriveapprodi 1997)



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