Esiste nella storia un sapere minore, che sfugge di fatto a chiunque lo sfida nelle sue scacchiere di guerra, o peggio ancora, lo sfrutta nei falsi sistemi di partecipazione democratica. Si tratta di voci, brani di discorsi, lettere scritte in primavera, brusii, che diventano, qua e lá, forti e vivi, come una folla di persone.
Linguaggio che cessa di essere rappresentativo per tendere verso i suoi limiti estremi.
Non esiste storico illuminato, che possa permettersi una ricostruzione dei fatti di marzo a Bologna e che possa affermare a posteriori: "Si tratta di un ritardo delle sinistre verso una nuova figura di classe che é esplosa nella sua rabbia".
Non esiste uno storico, non tollereremo che esista uno storico, che assolvendo una funzione maggiore del linguaggio, offrendo i suoi servizi alla lingua del potere, ricostruisca i fatti, innestandosi sul nostro silenzio, silenzio ininterrotto, interminabile, rabbiosamente estraneo.
Nei brani dei discorsi, registrati nelle assemblee, balbettanti o urlati, nell'affanno delle telefonate trasmesse per Radio Alice, nei fogli di carta scritti nelle case alle quattro di notte dopo aver fumato, nei singhiozzi davanti al corpo di Francesco, non esiste un solo accenno a nessun cervello distratto.
Vive invece una certezza, nelle mani alzate a migliaia in segno di arresa, nelle bottiglie molotov preparate collettivamente, la certezza della sfida di coloro che detengono il potere ad assumere il potere fino al limite estremo, fino alla morte. Davanti a questa sfida del potere, e davanti alla sfida di chi, nella maniera piú servile, piú repressiva, piú ottusa, legittimizza, difende e aspira al potere.
Un discorso senza soggetto comincia a parlare.
Davanti alla violenza totale, irreversibile, senza scrupoli, senza limiti del potere, un soggetto collettivo affronta il difficile, magico momento dell'accesso al segreto della parola; della parola che trasforma, della parola senza soggetto, della parola che da' corpo.
Questo libro é un discorso senza soggetto, frammentato, parziale, un luogo senza territorio, una cittá invisibile, che scivola sotto, che scappa dal tetto, che é assente dagli specchi ufficiali della stampa, dei comizi scritti, letti e ripetuti dai palchi delle piazze. Lasciamo ai teorici del prologo del cielo il progetto di portare la classe nello stato, noi invece guardiamo la citt invisibile sulle quale si é adagiata la Bologna rossa e bottegaia. Una cittá di piccoli proprietari di appartamenti, di bottegai, di artigiani, che é prosperata nelle 100.000 lire al letto per un mese offerto alle migliaia di studenti, di giovani, di proletari.
Una cittá diversa che ha rimosso con distinzione un soggetto sociale, poi si é irritata perché stato turbato lo spettacolo della sua propaganda e ha riportato a braccetto con la maggioranza silenziosa la pace dei carri armati contro chi ha tirato sassi contro le vetrine.
Una cittá nata dalla resistenza che per i morti ammazzati dalla polizia la mattina stessa, non si scomoda, anzi impedisce i funerali pubblici e si ritira a difesa di un infangato sacrario dei caduti.
Ma il soggetto collettivo, straniero nella propria cittá, impercettibilmente si organizza, cambia terreno, sfugge di lato alla sfida del potere, vive nella periferia, prende la parola, chiede casa lavoro strutture sociali salario, non partecipa alla messa in scena, rimane fuori dalla scena, osceno, come quando, mercoledí, si decise in 15.000 di non entrare in piazza dove parlano anche gli assassini di Francesco Lorusso, e si rimane nella via accanto, seduti, pieni di segni fuori dalla scena ma tra la gente; copme quando si organizza l'esodo dalla cittá occupata e si interrompono le rappresentazioni nei cinema di periferia per trasformare lo spettacolo in un dibattito che coinvolga tutti i periferici, i non garantiti da questo stato; come quando si va davanti alle fabbriche, preceduti dalle voci diffuse dal sindacato, di un attacco degli autonomi, e si parla di meno orario e piú occupazione, e si dice che regalando le festivitá ai padroni, e aumentando lo straordinario, noi, che lavoro non lo abbiamo mai avuto, non lo troveremo mai.
Ora, davanti ai 150 compagni arrestati, davanti alle assurde imputazioni di complotto contro lo stato con le quali si é colpito Bifo e Pasquini, davanti alla nostra voglia di vita e davanti al corpo morto di Francesco, davanti ai carri armati e davanti alle nostre armi, rivendichiamo come fatti nostri, collettivi, politici, tutto quello che a Bologna é successo in quei giorni e riportiamo come materiale documentario la raccolta di registrazioni e di scritti che dal movimento e nel movimento sono stati fatti.
Possano le menzogne della stampa essere affondate da questa scrittura minore.
NOTA TECNICA
Questo appunto dovrebbe mediare il linguaggio che noi viviamo nel nostro quotidiano a Bologna, con l'universitá presidiata dalla polizia, con i bottegai che ci guardano male, col sangue e il fuoco di marzo ancora negli occhi.
Questi ultimi tre mesi sono stati per noi molto importanti, siamo ,cresciuti e siamo stati modificati dalle nostre storie, dentro il movimento reale che cambia lo stato delle cose presenti, assieme e da soli, vivi o dimenticati, emarginati, senza rimpianto per il vostro vecchio stato, per la politika, per le rimozioni di massa del desiderio; siamo nuovi.
Avevamo un problema (e forse lo abbiamo tuttora): come far capire tutto questo a chi non c'era, fisicamente con noi in piazza? Fra questi abbiamo scelto i vivi, abbiamo dimenticato i morti; i vivi che trasformano la propria e altrui vita con una continua altalena di esplosivi baci, invenzioni, scioperi, riunioni nei covi e nei letti ("magnifica palestra di sogni e d'amore").
Non c'é una storia in questo libro, pagina uno non é madre o causa di pagina due, semplicemente vien prima; se qualche sociologo é tra di voi inizierá il libro dalla fine, quello é l'ordine cronologico, ma questo lo consigliamo solo a chi crede che innanzitutto bisogna capire; noi non vogliamo spiegarci, non vogliamo scusarci per le vetrine che abbiamo abbattuto, per le lezioni saltate, per la ribellione che abbiamo dentro e fuori, da ora in poi, la nostra testa; siamo schizofrenici, siamo abbastanza tristi e felici da non morire mai, e da ascoltarci e amarci; il libro inizia cosí come nella nostra testa, con la morte di Francesco, gli scontri le barricate e il fuoco; il soggetto scrivente é il movimento diffuso delle parole e di telefonate giunte alla radio in quei giorni; questo non é spiegato, e neppure raccontato, é registrato meccanicamente, con un magnetofono; sono delle poesie, dei comunicati che ci sono giunti dai compagni che sapevano che raccoglievamo del materiale da pubblicare; i redattori di questo libro sono stati cento, forse di piú, e non sapremmo spiegarlo, come giá detto non vogliamo farlo, vogliamo parlare noi, loro non hanno ancora capito niente!
15 giugno 1977
(AUTORI MOLTI COMPAGNI - BOLOGNA MARZO 1977 ... FATTI NOSTRI)