la piccola fabbrica 

(...) la piccola fabbrica tende a servirsi di lavoro marginale, la presenza dei minori e dei giovanissimi, se non proprio tipica, é tuttavia frequente ed é dalla piccola fabbrica che si recluta l'ala forse piu' solida del movimento del proletariato giovanile. Senza parlare del rapporto con in precariato, il lavoro a domicilio, il lavoro nero; la crisi ha spazzato via gli steccati che dividevano le varie "formazioni industriali" e ha prodotto la dimensione dell'operaio disseminato. La cosciente dispersione della forza-lavoro sul territorio, in una condizione intermedia tra la sussunzione formale e quella reale al capitale, é un preciso disegno contro l'aggregazione politica della classe, ma al di la' di questi aspetti strutturali, é la soggettivita' dell'operaio della piccola fabbrica che muta, in quanto é per lui difficile applicare modelli organizzativi e forme di lotta che funzionano solo in realta' massificate; in sostanza entrano qui in crisi gli stilemi sindacali che hanno connotato la lotta operaia delle grandi fabbriche. Il passaggio da forza- lavoro a classe operaia li' é garantito dalla massificazione oggettiva, qui deve essere conquistato con passaggi politici che non sono "dati"; la pratica della violenza deve supplire il numero e il grado di massificazione. Se le "ronde" nascono storicamente nelle vecchie Stalingrado di classe, politicamente sono dimensionate sulla piccola fabbrica.

In definitiva proletariato giovanile, movimento delle donne, lotta contro il lavoro straordinario e nero hanno trovato nella piccola fabbrica non solo un terreno di ricomposizione materiale ma anche uno strumento di mediazione tra i comportamenti dell'operaio disseminato e quelli dell'operaio concentrato nelle grandi unita' produttive.

(SERGIO BOLOGNA - LA TRIBU' DELLE TALPE -FELTRINELLI 1978)

(Riflessione risalenti pero' al 1976)


 

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