La gabbia delle due società.
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Per tutta la seconda meta' degli anni settanta e per la buona parte del decennio successivo,in tutta Europa, l'analisi sociale della sinistra é stata dominata dalla teoria della cosiddetta societa' duale o societa' dei due terzi che scomponeva il corpo sociale in una classe lavoratrice ristretta, ma garantita, e in una vasta area di emarginazione e precariato, tra loro incomunicanti. Si trattava in realta' dell'inizio di quel processo che avrebbe condotto a una mobilita' sociale generale, alla disoccupazione strutturale, alla crisi della figura del produttore come soggetto politico rappresentabile, al declino della democrazia industriale, alla formazione di un area estesa del non-lavoro (che é cosa diversa dalla disoccupazione) e, infine, allo smantellamento di quello stesso concetto di garanzia che era stato il tratto distintivo della prima societa'.

L'esperienza dei centri sociali nasceva all'interno di questo processo, assumendo, sebbene con un segno antagonistico, ne' nostalgico, ne' vittimista, la rappresentazione che di esso si dava nella societa' duale.

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Di questo schema duale la rete dei centri sociali é rimasta prigioniera, in buona misura, fino a oggi, seppur rovesciando l'ordine dei valori sancito dalla sinistra storica e riconoscendo il peso crescente che i non garantiti avrebbero assunto nel corso del tumultuoso processo di trasformazione produttiva che ha investito i due ultimi decenni.

Indipendentemente dalla forza innovativa o dall'attualita' politico-culturale di questa o quella specifica esperienza, nella sua globalita', il fenomeno dei centri sociali restava circoscritto a un segmento di societa' che veniva rappresentato, e si autorappresentava, come irrducibilmente separato dal resto. Il 1977 aveva messo inequivocabilmente in scena , dall'innovazione creativa alla violenza diffusa, l'incompatibilita' tra le forme politiche esistenti, dai partiti, ai sindacati, alle organizzazioni piu' o meno sclerotizzate della nuova sinistra, e un insieme ancora largamente indefinito di aspirazioni, modi di vita e condizioni sociali instabili, che andavano prendendo corpo dentro e a fianco dei grandi processi di trasformazione produttiva e culturale di quegli anni.

Le forze della sinistra risposero con l'esorcismo e la criminalizzazione o con la vacua illusione di poter rapidamente riassorbire la seconda societa', ancora ignorando che sarebbe accaduto piuttosto il contrario. I segmenti di societa' che negli anni '70 avevano voltato le spalle alle organizzazioni storiche della sinistra, alle forme politiche che queste proponevano, alle loro pretese di rappresentanza, nella maggioranza dei casi non vi avrebbero mai piu' fatto ritorno.

Questo esteso movimento di defezione, sospinto da un miscuglio di aspirazioni soggettive e fattori oggettivamente coercitivi, aveva finito col sedimentare un reticolo di luoghi collettivi e forme di aggregazione che, per tutto il corso degli anni '80 non avevano piu' presentato, in senso proprio, i caratteri di un movimento, ma neanche potevano assumere fino in fondo i tratti dell'istituzione, della forma politica definita, foss'anche del tutto antagonista, separata e alternativa. O meglio, presentavano in variabile misura entrambe queste caratteristiche. Una sorta di stabile instabilita', una varieta' multiforme attraversata da un certo numero di elementi costanti o, direbbero gli osservatori piu' critici, stereotipi, un'assenza di regole elevata a regola, una mai sopita tendenza all'autoreferenzialita'. Senza piu' la volonta' di conquista e di espansione propria dei movimenti, senza la pretesa di riconoscimento e rappresentativita' caratteristica delle istituzioni.

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quei luoghi, di cui i centri sociali avevano rappresentato un aparte cospicua, costituivano un'interfaccia diretto con vuove realta' di emarginazione sociale o di irrappresentabilita' politica, inafferrabili, se non per grandi numeri er per grandi operazioni di controllo sociale, da parte delle istituzioni della prima societa', oscillanti tra assistenzialismo, retoriche della solidarieta', repressione e sempre piu' improbabili ricette occupazionali.

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In termini generali, lo schema della societa' duale o della societa' dei due terzi, come anche era stata definita con un'avventata proporzione, non ha retto alla prova dei fatti, o almeno non ha retto nei termini un cui era stato concepito.

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In primo luogo sarebbe venuto progressivamente a mancare uno dei pilastri fondamentali su cui poggiava l'intera costruzione della societa' duale e cioe' l'esistenza,con prospettive di durata e stabilita', di una classe operaia, ma poi anche di un ceto impiegatizio, garantiti. Gisutamente, alla fine degli anni '80, il sociologo tedesco Ulrich Beck, per descrivere la crisi del welfare e della stabilita' occupazionale, coniava il termine, del tutto incompatibile con la formula precedente, (che anche in Germania aveva conosciuto discreta fortuna nella versione datane da Peter Glotz), di societa' a rischio all'insegna dell'incertezza biografica e della mobilita' generalizzata.

Beninteso, al dualismo teorizzato alla fine degli anni '70 non si sarebbe poi sostituita alcuna ricomposizione del tessuto sociale, ma un fitto reticolo di fratture e divisioni, particolarismi, egoismi e barriere non meno radicali e profondi in vurtu' della precarieta' che li contraddistingue. Il luogo della produzione si era trasferito ovunque e da nessuna parte, scrollandosi di dosso insieme alla gabbia coercitiva delle mansioni e della disciplina di fabbrica anche ogni obbligo di solidarieta'. E tutto questo avveniva non senza paradossali rovesciamenti. L'industria materiale e pesante dell'acciaio o della chimica poteva ormai finire additata al pubblico disprezzo come luogo di una improduttivita' assistita e parassitaria (comodamente, e falsamente, inputando questo decadimento alla sola massiccia presenza dello stato in questi settori). Mentre, al tempo stesso, il regno aleatorio dell'intermediazione, il commercio dell'immagine e dei codici comunicativi, la duttilita' senza rete del precariato, l'essere disposto a tutto e a tutti i livelli, potevano ritrovarsi esaltati e messo a profitto come professionalita' altamente produttiva e coraggio imprenditoriale. I luoghi della defezione potevano essere rioccupati dalla logica del mercato e del profitto nonmeno di quanto quelli dell'integrazione potessero essere gettati nella pattumiera nell'inefficienza e del parassitismo. Non a caso é oggi un faccendiere padrone dell'etere, e non l'avvocato Agnelli, a promettere, beninteso mentendo, un nuovo miracolo economico italiano.

L'esperienza dei centri sociali, che lo teorizzasse o meno, aveva colto per tempo un aspetto cruciale della trasformazione incombente e cioe' il fatto che questa avrebbe determinato la nascita di nuovi soggetti irrapresentabili nelle forme date della politica e per una ragione piu' profonda e radicale dell'insipienza o del tradimento di chi le custodiva e manovrava.

Questa percezione si era tradotta nella ricerca di forme e modi di aggregazione rivolti a quella crescente fetta di societa' che la trasformazione produttiva andava eufemisticamente annoverando tra gli esuberi, un neologismo destinato a grandissima fortuna. L'occupazione delle aree dismesse da parte di soggetti dismessi metteva perfettamente in scena la necessita' e la possibilita' di recuperare risorse oggettive e soggettive che non trovavano piu' posto nello sviluppo governato dal profitto dentro un progetto autorganizzato di azione collettiva in cui cultura, politica e creativita' produttiva finissero col fondersi.

In altre parole, i centri sociali avevano intuito un problema di cui non potevano arrivare ad abbracciare le dimensioni, (...). Facendo, in questo, balenare, almeno in forma potenziale, l'immagine di una aggregazione (politica?) piu' aderente alle condizioni sociali del postfordismo, piu' vicina ai modi di vita del nostro presente, alle loro aspirazioni e lacerazioni. Frammenti di una sfera pubblica non piu' interamente mediata da identita' acquisite attraverso la collocazione lavorativa, ma neppure dominata dalle leggi del mercato e dalle nuove regole della promozione sociale.

(...) esorcizzato senza eccezione, dalle forze politiche, sindacali e istituzionali, che avrebbero potuto leggervi, in controluce, la misura del proprio fallimento e della propria irriformabilita'. Per questo i centri sociali rimangono una realta' scomoda, inquietante, immagine del nemico prepotente agitata dai nuovi corifei della legge e dell'ordine, ma anche un insegnamento, una indicazione che nessuno ancora, neanche i centri sociali stessi, ha avuto il coraggio di raccogliere e sviluppare in avanti.

(MARCO BASCETTA - LA GABBIA DELLE DUE SOCIETA' in COMUNITA' VIRTUALI I CENTRI SOCIALI IN ITALIA - MANIFESTO LIBRI 1994).



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