La violenza neofascista                                               

Quando la morte si veste da brigadiere

Dopo Varalli, è toccato a Giannino Zibecchi, ucciso sotto le ruote di una camionetta dei carabinieri. E la città si infiamma

di Gabrielle Invernizzi (da L’Espresso - 27 aprile 1975)

   "Milano.

Non c’era niente, apparentemente, che potesse far prevedere quel che poi è successo. Anche il processo contro Loi, Morelli e un’altra trentina tra neosquadristi  e dirigenti del Msi per l’uccisione dell’agente Marino era ormai in corso da una settimana, ma attorno a palazzo di Giustizia, non si era avuto il minimo incidente (come invece si era temuto, soprattutto sul ricordo di quanto era accaduto a Roma all’inizio del processo Lollo). E la ragione è semplice: è che i fascisti a Milano da tempo hanno perduto la possibilità di scendere in piazza. L’ultima volta che hanno provato a farlo, ma timidamente, con la scusa di raccogliere firme in piazza San Carlo “contro la criminalità comune e la violenza rossa”, è stato oltre un mese fa, ai primi di marzo. La risposta fu immediata. Nel giro di un’ora, rispondendo all’appello dei sindacati, dell’Anpi e del comitato antifascista, le fabbriche si erano svuotate e una folla di operai in tuta accorse a presidiare il centro della città.

Né esistevano, sino a mercoledì sera della settimana scorsa, altri elementi di tensione. Situazione normale nelle scuole, tranquilla la Statale, impegnati nelle loro diatribe preelettorali gli altri gruppi. Persino sul fronte della casa, che nelle ultime settimane era stato il più caldo in seguito alla massiccia escalation elle occupazioni abusive, era scesa una certa calma dopo che il sindaco aveva deciso di requisire oltre mille alloggi sfitti per assegnarli ai senzatetto.

Invece, dalle 19,30 di mercoledì 16 aprile, tutto è cambiato. Con due ragazzi morti ammazzati sulla strada nel giro di diciassette ore, Milano s è trovata di nuovo ad essere la capitale della strategia della tensione. Da qui è partita la fiammata che ha investito tutto il paese, ha provocato un terzo morto a Torino, un quarto a Firenze, un giovane in fin di vita a Roma, un numero imprecisato di feriti. Da qui è stato possibile rilanciare tra un’opinione pubblica frastornata dal clima di violenza la teoria e la pratica degli opposti estremismi. “Con questi morti è stata inaugurata ufficialmente la campagna elettorale per il 15 giugno”, commentava un dirigente sindacale durante i funerali di Claudio Varalli.

Ma chi ha provocato tutto questo? Chi ha alimentato la tensione che ha fatto precipitare il paese in un clima che a molti appare di vigilia di guerra civile? E cosa è stato fatto per evitarlo?

All’inizio, mercoledì sera, quando il corpo di quel primo ragazzo di 17 anni, Claudio Varalli, era ancora steso sulle strisce pedonali di piazza Cavour dove era caduto fulminato da una pallottola in testa, c’era di mezzo solo il suo assassino, un fascista di Avanguardia Nazionale: Antonio Braggion, 21 anni; un figlio della buona borghesia milanese, tutto casa scuola e rivoltella. Braggion è uno che nella violenza “purificatrice e risolutiva” come può essere quella di una calibro 7,65 ci crede profondamente. Un po’ perché questa fede fa parte della sua ideologia (“la violenza è un dovere doloroso ma necessario per spazzare via la marmaglia puzzolente che infetta le nostre strade”). Un po’ per opportunità, perché pensa che senza la rivoltella non si campa (“solo un pazzo, se è di destra come me, può pensare di presentarsi all0università disarmato”). E soprattutto perché oggi non ha senso essere un giovane fascista a Milano senza almeno una pistola in tasca. Uno come Braggion rappresenta la regola: i neofascisti sono tutti armati. Hanno cominciato a rifornirli di armi, con una distribuzione a tappeto, circa un paio di anni fa, dopo la manifestazione del 12 aprile 1973 che doveva essere l’estremo tentativo di riconquistare la piazza, ma che fallì perché fu ucciso l’agente Marino.

Da allora neppure il fascismo in doppiopetto, organizzato attorno alla maggioranza silenziosa, ha più avuto spazio. Le successive incriminazioni di personaggi in vista come l’avvocato Adamo Degli Occhi e Luciano Bonocore, entrambi coinvolti nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti, hanno reso definitiva la crisi. E crisi c’è stata nel frattempo anche sul piano dello squadrismo spicciolo, dell’azione isolata. Nel lungo scontro fisico con la sinistra i neofascisti hanno finito per essere letteralmente spazzati via dalla città. Ma interpretare il riscorso alla pistola semplicemente come una scelta suggerita dalla debolezza, sarebbe ingenuo. La consegna dell’arma è stata infatti accompagnata dalal direttiva di usarla, e non per difendersi ma per attaccare. La cronistoria della violenza nera negli ultimi due anni è esclusivamente composta di episodi in cui neofascisti come Braggion provocano e poi sparano a bruciapelo per uccidere.

La 7,65 ha finito per sostituire la dinamite. Di bombe a Milano, ormai ne scoppiano poche. L’attentato che può provocare la strage lo si tenta ormai in altre parti d’Italia; in provincia come a Brescia, Savona, Bologna, e sui treni. Il risultato che così si ottiene è duplice: evitando azioni troppo clamorose i fascisti milanesi tengono lontana l’attenzione degli inquirenti da quella che resta la capitale dell’organizzazione eversiva, e anche dalle basi della struttura finanziaria che essi sono riusciti a crearsi. Inoltre, con la 7,65 si raggiunge il massimo dell’efficacia col minimo rischio: di fascisti milanesi fermati dalla polizia perché portano armi ma rilasciati senza conseguenze, è piena la cronaca. Era successo anche con Braggion, circa un anno fa.

Mercoledì sera, quando la notizia del primo ragazzo ucciso si sparge per Milano, tutti questi elementi di considerazione erano ben presenti all’interno di tutto lo schieramento di sinistra, dal partito socialista sino all’ultimo dei gruppi extraparlamentari. Inoltre sul fatto che si trattasse di una vittima della violenza fascista non c’erano dubbi. E quindi non c’era neppure da discutere sulla necessità di una risposta chiara e decisa. Ma quale risposta?

Giovedì mattina, al grande concentramento comizio che ha luogo in piazza Cavour, il dubbio si chiarisce. I partiti sono stati molto pronti nell’emettere comunicati notturni di condanna e di sdegno per l’assassinio, ma sono assenti. E anche i sindacati: hanno indetto un’ora di sciopero ma con la direttiva che stavolta gli operai rimangano dentro le fabbriche, riuniti in assemblea. In piazza dunque c’è solo il Movimento studentesco assieme ai gruppi della sinistra extraparlamentare. Ma è più esatto dire: dei ragazzi.

La discriminazione fra i presenti e gli assenti è infatti generazionale ancor prima che politica. In piazza, ben più numerosi dei militanti e dei simpatizzanti dei gruppi, ci sono dei ragazzi che vedono in Claudio Varalli un “loro” morto, il terzo dopo Saltarelli, dopo Franceschi. Saranno quindici o ventimila. In realtà sono in balia di se stessi. Né i messaggi di adesione formale né le presenze del vecchio Tino Casali, presidente dell’Anpi, e di Umberto Dragone, capogruppo del Psi al consiglio comunale, sono sufficienti a colmare il loro senso di disorientamento e di rabbia.

Quando il corteo si muove verso corso XXII Marzo diretto all’Ortomercato dove i facchini sono in lotta da molte settimane, molte cose sono già successe. Sono cadute in frantumi le vetrine di molti bar del centro che ospitano i fascisti, in via Manzoni stanno bruciando gli uffici dello “Specchio”, sono state distrutte due sedi periferiche del Msi. Anche da via Mancini, la traversa di Corso XXII Marzo dove c’è la federazione del Msi, si levano alte colonne di fumo.

Via Mancini da un punto di vista militare è una trappola. E’ una strada stretta, corta, ed è presidiata da pochi agenti che invece di bloccare i due ingressi si sono concentrati nel mezzo, sotto le finestre del Msi. Sembra un invito all’assalto, a farsi prendere tra due fuochi. E’ una situazione, insomma, dove può scapparci facilmente il morto. Se non succede, è perché i commandos degli ultrasinistri si ritirano presto, ricacciati dalla violenza delle fiamme che salgono dalle jeep e dai camion incendiati dalle prime molotov. La testa del corteo nel frattempo ha imboccato corso XXII Marzo.

 

 

L’autocolonna dei carabinieri si muove da porta Vittoria subito dopo. La folla si fende in due, cerca scampo sui marciapiedi. Un camion Fiat Cm sale su quello di sinistra e Giannino Zibecchi, 26 anni, è il secondo morto milanese.

I militi risalgono il corso in formazione, come nelle battaglie riprodotte sulle vecchie stampe: si fermano, prima fila in ginocchio, seconda in piedi, si spara, quindi si avanza di nuovo… Un commissario di Ps si getta urlando su un ufficiale: “Capitano, io la faccio arrestare se non fa smettere il fuoco”. Il capitano si divincola, si rifiuta con un’imprecazione. Fortunatamente i feriti sono solo tre.

Ai carabinieri dunque viene riservato il compito di reprimere la protesta antifascista. La polizia a Milano non da’ più sufficienti garanzie; all’ultima manifestazione per il sindacato di categoria hanno partecipato più di duemila agenti, i carabinieri si impegnano invece con tutto lo zelo di chi si sente di costituire un corpo militare per eccellenza, sul quale si può contare nel momento del vero bisogno. Per tutta la mattina i loro cingolati sono rimasti coi motori accesi nella caserma di via Lamarmora.

Ma la tragedia finisce per trasformarsi da militare in politica solo l’indomani, venerdì, quando è indetta un’altra manifestazione di protesta e l’esasperazione è al massimo. Tutti si aspettano che stavolta i sindacati e i partiti milanesi si mobilitino con le loro masse e il loro efficiente servizio d’ordine. Alla Camera del Lavoro le segreterie cittadine delle tre confederazioni discutono per otto ore. A favore dello sciopero, e degli operai in piazza come garanzia di equilibrio e segno di forza, si è formato uno schieramento da Cln che va dai democristiani della Cisl ai repubblicani della Uil ai socialisti della Cgil. Ma i comunisti propongono di aspettare lo sciopero di martedì 24. La confusione è tale che i lavoratori milanesi non riceveranno nessuna indicazione dalle segreterie cittadine dei sindacati. Lo sciopero di due ore che avrà luogo venerdì viene indetto infatti dalle segreterie regionali, e vale per Milano come per tutta la Lombardia. E  venerdì ancora una volta trentamila giovani si trovano in piazza da soli. Il rischio di scontri più violenti viene evitato perché i funzionari di Ps accettano di ritirare la truppa dal corso XXII Marzo  dove il corteo si vuole dirigere per rendere omaggio a Giannino Zibecchi. Ma scoppiano lo stesso incidenti, fiammate di violenza isolate. Nel vuoto politico e nell’isolamento generazionale c’è comodo spazio per la provocazione. Dopo quelle dei fascisti venerdì si comincia a dare l’assalto alle sedi del Psdi. Gli autori non hanno niente a che spartire col Movimento, sono degli isolati. Ma tanto basta. La teoria degli opposti estremismi può finalmente trasformarsi in una realtà evidente."


(della memoria) VOLTI :

 

giannino zibecchi
rodolfo boschi       


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1997 www.lestintorecheamleto.net