Aprile 1975

 

Si contano a centinaia i giovani fermati nel corso delle manifestazioni dell’aprile 1975. La Questura di Milano dichiara che molti di loro non appartengono ai gruppi più noti della nuova sinistra: si tratta, affermano, di “cani sciolti”, ex militanti del disciolto Pot Op, attivisti di collettivi di quartiere autonomi da partiti, sindacati e nuova sinistra, come il Nucleo Autonomo di Quarto Oggiaro, e comontisti che inneggiano alla lotta sottoproletaria illegale[1], tutti accomunati da alcune parole d’ordine, come “Prendiamoci ciò che ci serve!”, “Distruggiamo ciò che non è nostro!”, “Teppistiziamoci!”. Alcuni funzionari di polizia, intervistati da alcuni organi di stampa, dicono di essersi trovati in difficoltà nel fronteggiare migliaia di giovani non inquadrabili nei tradizionali servizi d’ordine.

Nelle manifestazioni dell’aprile 1975, dunque, si mettono in evidenza nuovi gruppi, con slogan e parole d’ordine originali, che intrattengono rapporti spesso conflittuali con le formazioni della nuova sinistra. E, infatti, non solo il Movimento Studentesco ed Ao, ma anche la stessa Lc, che in passato ha solidarizzato anche con i rivoltosi di Reggio Calabria, condannano alcune azioni compiute in quei drammatici giorni, come l’assalto alla sede del Psdi di via Mar Jonio, quello al bar Matricola di Città Studi e l’attentato agli uffici di due parlamentari del Msi. Per Lc si tratta di giovani che con le loro azioni finiscono per danneggiare tutta la sinistra; il Ms, invece, non esclude che tra di loro si possano annidare alcuni provocatori che vogliono gettare discredito sulla lotta antifascista.

Anche l’assalto alla sede del Msi di Firenze vede protagonisti un centinaio di “autonomi”, alcuni dei quali armati di pistola. Ed è contro di loro che la polizia spara, uccidendo invece il giovane militante comunista Rodolfo Boschi, che cerca di placare gli animi.

Tutto ciò dimostra che nel mondo della sinistra extraparlamentare è cresciuta notevolmente in questi ultimi anni un’area alternativa al movimento “ufficiale”, in forte dissenso con tutte quelle organizzazioni che, nonostante le reciproche diffidenze, hanno guidato le lotte in questi ultimi otto anni. Scrive “Rosso”, un mensile dell’area dell’Autonomia, qualche giorno dopo gli scontri di Corso XXII Marzo:

"Una nuova generazione di militanti ha preso la testa del movimento. Sono quelli che non hanno fatto il ‘68, che hanno appreso la gioia della lotta attraverso le battaglie di questi ultimi anni: sono i compagni per i quali la lotta di appropriazione per il comunismo è una parola d’ordine immediatamente attiva."

La critica nei confronti del ‘68 è una delle caratteristiche più interessanti di questa “nuova generazione di militanti”. Il Sessantotto - scrivono gli studenti romani nel 1977 - agli inizi è riuscito ad armonizzare le tematiche studentesche ed esistenziali con quelle della lotta di classe, ma poi è scivolata verso il marxismo-leninismo, nella sua corrente “anti-revisionista”, maoista, ponendo le basi per la sua disgregazione. Si afferma un “rigido primato della politica”, che comprime violentemente il personale e le problematiche esistenziali. Come conseguenza, il movimento si pone il problema del potere e dei mezzi per conquistarlo. “Centrale divenne per le frazioni dei gruppi extraparlamentari - concludono gli studenti del ‘77 - il problema del partito come strumento leninista della conquista del potere” e, “nella misura in cui si riconosceva il ruolo trainante della classe operaia nella società e ci si spostava di conseguenza dallo scontro nelle scuole e in fabbrica al terreno dello controllo dello Stato e delle sue istituzioni, era giocoforza riconoscere il ruolo determinante del Pci in quanto espressione politica delle grandissime maggioranze della classe operaia italiana e in quanto erede di una tradizione culturale, quella gramsciana, che rappresenta forse la migliore applicazione delle tesi leniniste alle società occidentali”.

Le giornate d’aprile, lungi dal riaggregare i gruppi nati nel Sessantotto, che di lì a poco daranno vita a Democrazia Proletaria (lo sbocco parlamentare a dieci anni di lotte), sanciscono invece la nascita di un nuovo movimento. Forse non è un caso se, proprio in quei drammatici giorni, muta radicalmente anche l’atteggiamento del Pci verso l’ultrasinistra. Il quotidiano “l’Unità”, per esempio, registra le manifestazioni, gli scontri e i funerali che si susseguono con estrema freddezza, tanto da scatenare le ire di molti commentatori democratici, primo fra tutti Giorgio Bocca.

Il Pci è ormai avviato verso il “compromesso storico”, cioè verso la collaborazione di governo con la Dc. Un programma lanciato dal Segretario del partito, Enrico Berlinguer, nell’autunno del 1973, dopo la tragica conclusione del governo di Unidad Popular in Cile, rovesciato da un colpo di Stato militare ispirato da Washington. Secondo Berlinguer la sinistra non può governare con appena il 50 per cento dei consensi in un paese del blocco occidentale: è necessario coinvolgere le altre forze democratiche del paese, quella socialista e, soprattutto, quella cattolica, che rappresenta la maggioranza degli italiani, per completare il processo democratico avviato nel 1945 senza traumi irreversibili. E’ un programma che il movimento, con le sue manifestazioni, gli scontri con la polizia, le occupazioni e gli slogan sempre più duri nei confronti del partito di maggioranza relativa, rischia più volte di far naufragare. E così le critiche si fanno sempre più dure, come più violenti gli attacchi, e compaiono le prese di distanze pubbliche, che isolano il movimento. Nel 1975 la rottura, perché il Pci è mobilitato per le Amministrative, un vero e proprio banco di prova per la sua linea politica: occorre parlare ai ceti tradizionalmente lontani dal partito, all’opinione pubblica democratica e anche a quella moderata, delusa dal malgoverno democristiano e colpita duramente dalla crisi economica. Ma ci sono altri motivi. Il Pci sa che nel movimento esistono gruppi molto lontani dalla tradizione comunista, dalla sua visione del mondo, dalla sua storia. Non si tratta di Ao, del Ms, del Manifesto eccetera, cioè della nuova sinistra nata nel 1968, con la quale vi sono sì forti dissensi, ma anche una sostanziale convergenza di idee, e nemmeno delle Br, che sono fuori dal movimento, e che comunque rientrano pur sempre nella tradizione dei gruppi marxisti-leninisti tradizionali, con una struttura interna molto rigida e una schiera di attivisti e simpatizzanti formatisi politicamente nelle sezioni comuniste o in quelle sindacali (oppure nelle parrocchie: il primo “compromesso storico” nasce proprio in seno alla lotta armata), ma di chi non vede nella classe operaia il propulsore di ogni cambiamento, riformtista o rivoluzionario che sia. Sono tanti gli studenti che lavorano, i giovani che hanno solo delle occupazioni precarie; ci sono decine di migliaia di disoccupati e di emarginati: tutti questi soggetti difficilmente possono essere inquadrati nelle tradizionali organizzazioni politiche e sindacali presenti stabilmente nei luoghi di produzione dei beni di consumo materiali, la fabbrica, o immateriali, la scuola. E sono proprio questi, gli “esclusi”, da sempre mal visti da Pci, sindacati e nuova sinistra, lontani mille miglia dall’ortodossia marxista-leninista e dal cattolicesimo democratico militante, a costituire l’ossatura del nuovo movimento che tanto preoccupa Berlinguer. Scrive il Nucleo Autonomo di Quarto Oggiaro di Milano, protagonista degli scontri dell’aprile 1975: 

Noi non abbiamo miti di fronte ai quali inchinarci!!! Non siamo marxisti, tanto meno leninisti. Siamo delle coscienze rivoluzionarie. Ci sta bene tutto ciò che è realmente radicale. Seppelliamo i cadaveri delle vecchie ideologie!!! (...) Non siamo per la dittatura del proletariato, che poi si riduce sempre a una “dittatura sul proletariato”. Dalla classe operaia, dai quartieri e dalle scuole arriva, proprio in questo momento, l’esigenza e la volontà di organizzarsi in modo “autonomo”: sganciati dai sindacati, dal Pci e dai gruppetti extraparlamentari, i quali rappresentano pur sempre l’ala sinistra del capitale.

I nuovi gruppi lavorano nei quartieri, lì dove non la classe operaia, non gli studenti, ma il proletariato in generale, compreso quello marginale, vive, anzi sopravvive; zone dove non esistono luoghi di aggregazione alternativi al bar, all’oratorio, alla piazza.

A Quarto Oggiaro le persone sono ridotte a doversi fare un buco di eroina per sopravvivere, perché non ci sono spazi nei quartieri, non ci sono spazi nella città, non c’è spazio nel lavoro, non c’è spazio per niente. La prima espressione è un’espressione di rabbia quindi di violenza. Il semaforo di un incrocio non è importante, però personalmente io lo spacco perché ho una rabbia che non riesco a indirizzare.

E affinché la rabbia di migliaia di giovani possa essere indirizzata contro un obiettivo più alto, la distruzione della gabbia del ghetto in cui viene confinata, nascono i Circoli del Proletariato Giovanile, completamente autogestiti, impegnati quotidianamente nella lotta contro il degrado, gli spacciatori di eroina, i fascisti, i caporali del lavoro nero e gli speculatori edilizi.

Tra il 1974 ed il 1975 questi Circoli si moltiplicano, soprattutto nei quartieri periferici di Milano, e cominciano a prendere parte alle manifestazioni di piazza organizzate dai gruppi della nuova sinistra, senza sottostare, però, ad alcuna loro prescrizione. E così aumenta, giorno dopo giorno, la tensione tra queste due anime. Una tensione che sfocia in rottura quando gran parte dei gruppi del Sessantotto decidono di partecipare con una propria lista, Dp, alle elezioni politiche del giugno 1976. Scrive “Rosso”: “attraverso la consultazione popolare si attua un proposito di ricostituzione socialdemocratica dello Stato del capitale”; chi vi prende parte, nuova sinistra compresa, è complice dello “schiacciamento” delle future lotte del proletariato.

Ma che cosa significa “autonomia”, una parola che ricorre spesso nei documenti del nuovo movimento? Scrive il periodico “Puzz” nel 1975:

All’autonomizzarsi, il separarsi da tutti e da tutto colmando questa separazione con il vuoto dell’ideologia, operazione in cui il capitale è maestro, si tratta di contrapporre radicalmente l’autonomia: la soggettività dialettica, fra se stessa e la storia, fra se stessa e gli altri, fra se stessa e se stessa; autorganizzato oltre la politica e oltre il rifiuto politico della politica nella comunità in atto di un gruppo, di un nucleo, di una comune, di un luogo stabile o provvisorio e autorganizzata come prefigurazione in atto, come inizio della realizzazione della comunità futura, della comunità reale, comunista, non certo di quel comunismo gestito politicamente dai fascisti rossi, da cui ci separa sempre più lo spazio di una pallottola, proprio perché i partigiani della vita non si lasceranno pacificamente uccidere, ma non consentiranno alla morte di impadronirsi della loro passione.

Una autonomia che è “conscia di essere” e non solamente di rappresentare la “negazione dialettica del capitalismo”; di un capitalismo che non è più quello del 1968, industriale, a una dimensione, perché è giunto ormai alla fase del suo stesso superamento, disgregando la società.



[1] In Anagrafe dei gruppi ultrà, “Corriere Milanese”, in “Corriere della Sera”, 23-4-1975, p. 9. I comontisti, nati da una scissione dell’Internazionale Situazionista, protagonista delle lotte studentesche del maggio 1968 in Francia, si propongono di “vivere, estendere, radicalmente, organizzare, concretamente, il negativo che il mondo del capitale ha dentro di sé, costituendo un legame organico fra le isolate esplosioni di collera sovversiva, realizzando infine quella comunità di intenti e d’azione che sola può abbattere il dominio della merce e delle ideologie” (“Comontismo”, n. 1, citato in Carlo Vallauri, I gruppi extraparlamentari di sinistra, Bulzoni, Roma, 1976, pp. 109-110. ).

(ANNI 70......)



2010 ulisse@lestintorecheamleto.net

1997 www.lestintorecheamleto.net