Il fallimento del sistema dei partiti

 

E’ il ’77 a mostrare la fine della permeabilità del sistema dei partiti agli interessi dei ceti sociali subalterni; in particolare della loro funzione di mediatori tra le diverse istanze sociali e politiche di redistribuzione. Contestualmente il Pci, da referente obbligato e parzialmente recettivo delle istanze “popolari”, finisce per candidarsi al ruolo di amministratore dell’intero sistema, senza modifiche o riforme.

Così, alla fine del ruolo ha corrisposto non solo la fine di quel partito, ma anche la scomparsa dal dibattito politico-parlamentare-mediatico di contrapposizioni politiche che rimandassero a classi sociali diverse.

Non per questo sono scomparse forme e modi di imposizione di interessi particolari. Il berlusconismo e la Lega rappresentano senz’altro forme di “aggiramento” del nesso venuto a mancare tra interessi sociali e partiti. Fenomeni di “gestione diretta” di interessi particolari (aziendali o di connettivi territoriali a egemonia piccolo-medio borghese), di “sfondamento dall’alto” dell’impermeabilità (dell’”autonomia”) dei partiti. Perché stupirsi se un’azienda si fa partito, se un partito si fa azienda? Se la politica è ridotta a mediazione tra interessi forti ma qualitativamente uguali non c’è bisogno di “partiti”, ma di semplici funzionari d’azienda in sede politica.

 

 

[Dall’introduzione di “Una sparatoria tranquilla – Per una storia orale del ‘77” – Odradek edizioni 1997). 

 

   

 



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