Quattro chiavi di lettura                                            

Più di ogni altro il movimento del ’77, e la generazione che da questo si è fatta attraversare, sono stati cancellati – o rimossi, come si preferisce dire. Su di essi si è esercitata una sorta di “controrivoluzione copernicana” che ha rovesciato torti e ragioni, promosso comprimari a protagonisti e viceversa, posto al centro ciò che era marginale o avverso. Le ragioni di questa rimozione sono molteplici e obbedienti a interessi politici diversificati e spesso anche contrastanti. E’ perciò necessario quanto difficile cogliere gli impedimenti alla comprensione che nel frattempo si sono saldati in una lettura socialmente condivisa di quel movimento. In compenso, individuare le ragioni della rimozione significa già, in larga misura, raggiungere l’obiettivo: la restituzione scientifica, ossia storica, di quegli anni.

Ricostruzioni di comodo, mistificanti e , comunque, inadeguate sono già state avanzate o si stanno profilando. […]

[…] è facile cogliere almeno quattro chiavi di lettura che monopolizzano, bene o male, l’attenzione di chi cerca di formulare domande su quel momento.

a)      La celebrazione che potremmo chiamare “borghese”, la più diffusa, è anche quella più grossolana e tranciante, e si riassume nel luogo comune: il ’77 è stato un mix di pazzia e cecità, di indiani stralunati e di autonomi violenti. Il corollario è: non vale occuparsene scientificamente, è sufficiente continuare a ripetere l’anatema (“brodo di coltura del terrorismo”) per distruggerne ogni possibile ascendente o tardiva fascinazione sulle generazioni a venire. La condanna è in blocco e senza appello per tutto ciò che in quel movimento si espresse. Tranne forse che per alcune innovazioni e giochi linguistico-iconografici subito recuperati dal mercato pubblicitario.

b)      La celebrazione buonista privilegia un’ala creativa, l’avanzare più deciso del femminismo, la radicalità politica degli studenti “purtroppo” impediti e conculcati dagli “autonomi violenti”, che ne avrebbero causato l’involuzione. La chiave di lettura qui è più sottile, e intenso è lo sforzo di dividere il grano dal loglio al fine di rendere il movimento del ’77 qualcosa di “accettabile in società”, come il ’68.

c)      La celebrazione autonoma parte invece dalla pretesa, peraltro non del tutto infondata, di aver interpretato in quella fase il movimento. La integra con alcuni corollari: il movimento ha in parte poi saputo trasformarsi e riprender lena, ma avrebbe potuto avere miglior sorte se nel frattempo il “partito armato” non avesse innalzato il livello dello scontro. Questa interpretazione ha il pregio di non prendere le distanze dal movimento, ma appare spesso storiograficamente elusiva, autoreferenziale e “ingessata” (“il movimento siamo noi e basta”).

d)      La celebrazione di ascendente teorico operaista muove da contiguità e differenze con quella che abbiamo definito “autonoma”. Il ’77 è il debutto della società attuale, dei suoi soggetti e dei suoi conflitti. Coglie e focalizza nel ’77 non solo l’apparire di “nuovi soggetti” sociali, ma soprattutto l’epifania decisa e icastica del general intellect. E non sembra una forzatura tradurre così questa istanza: il ’77 siamo noi, anzi parla attraverso noi.

Ciascuna “celebrazione” pare costituirsi come residuo della precedente, e a quella si contrappone senza avere la forza di restituire la realtà nella sua complessità. […]

 

[“Un movimento, una generazione”; introduzione di “Una sparatoria tranquilla – Per una storia orale del ‘77” – Odradek edizioni 1997].


 

2010 ulisse@lestintorecheamleto.net

1997 www.lestintorecheamleto.net