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Questione giovanile e rifiuto del capitalismo |
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[…] Per la prima volta nella storia, a partire dagli anni ’60, l’età della massima capacità produttiva e riproduttiva – tra i 18 e i 30 anni – è divenuta un tempo a parte; si studia, si attende un’occasione lavorativa, si ritarda lo sganciamento dalla famiglia, si coltiva durevolmente la frustrazione del “Non luogo” sociale per una massa rilevante. Condizione che è quindi fonte di labilità dell’identità sociale nel mentre riproduce incessantemente la schizofrenia nei confronti della merce: lima i confini tra necessità e superfluo, fino al cortocircuito della necessità del superfluo che convive con l’assenza del necessario. La questione del lavoro instabile e “non normato” è con molta probabilità il cuore del problema. Il movimento la pose per la prima volta, in forme, come sempre “impresentabili” ma lampanti. 35 assalti ai “covi del lavoro nero” a Roma nel ’77 stanno lì a ricordare con forza – perché, in una qualche misura, la violenza è una forma estrema di retorica – che la rottura del patto sociale su cui era costruita la “convivenza semi-pacifica” del dopoguerra e il ritorno a forme di sfruttamento senza più confini contrattabili è qualcosa che non può non generare conflitti radicali. Un problema che in realtà evidenzia ex post la cecità complessiva del movimento operaio e la sua visione limitata delle direttrici di sviluppo dei rapporti di produzione, tale da ridurlo nella condizione che si pensava di esorcizzare decidendo di lasciar soli e marginalizzare “gli untorelli”. E che trova espressione compiuta nel ruolo perverso di un sindacato che associa corporativizzazione soggettiva e sostanziale deregulation normativa; ovvero un sindacato di fatto volto a sospingere verso l’individualizzazione del rapporto di lavoro, ma “in branco” e senza resistenza. E’ la conclusione del processo di autonomizzazione della struttura sindacale rispetto alla classe.
[Dall’introduzione di “Una sparatoria tranquilla – Per una storia orale del ‘77” – Odradek edizioni 1997).
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