Tra creatività e “militarismo”

Lo storico inglese Paul Ginsborg individua due anime nel movimento del ‘77: una creativa, ironica e irriverente, sensibile al discorso femminista, incline a creare alternative piuttosto che a sfidare quelle del potere, e un’altra “autonoma” e “militarista”, che “tende a valorizzare la cultura della violenza degli anni precedenti” e ad “organizzare i nuovi soggetti sociali per una battaglia contro lo Stato”. E’ una generalizzazione che può essere accettata, ma solo se si tiene conto della estrema complessità del Movimento. Lo scrive lo stesso Ginsborg: le due tendenze spesso s’intrecciano.

Una delle componenti più originali del movimento del Settantasette è senza dubbio quella degli Indiani Metropolitani. In un sistema che crea emarginazione, molti giovani si sentono come gli Indiani d’America: confinati nelle riserve. Ma gli Indiani nostrani non si rassegnano. Ed eccoli allora sfilare per le strade delle città con le facce dipinte: cantano, ballano e improvvisano rappresentazioni teatrali. “FUORI DALLE RISERVE!!! INTONIAMO IL NOSTRO GRIDO DI GUERRA. I NOSTRI TAMTAM SUONINO SEMPRE PIÙ FORTE PER RACCOGLIERE TUTTA L’AREA CREATIVA DI MOVIMENTO”. Gli Indiani hanno anche un programma politico: 

1) Finanziamento pubblico di centri alternativi di disintossicazione dall’eroina e di tutte le iniziative culturali autogestite; 2) liberalizzazione totale dell’uso della marijuana, dell’hashish, dello Lsd, nell’uso, nell’abuso, nella circolazione e nella coltivazione; 3) riduzione generale dei prezzi del cinema, dei teatri e di tute le iniziative culturali alle cifre fissate dal movimento; requisizione di tutti gli edifici sfitti e loro utilizzazione come centri di aggregazione e socializzazione dei giovani che vogliono vivere alternativamente dalle famiglie. Allo scopo vengono istituite le Ronde antifamiglie, il cui compito consiste nel rapire quei minori condizionati da genitori autoritari; 5) dare un chilometro quadrato di verde per ogni abitante; (...) riconoscimento a tutti gli animali in cattività del diritto di tornare ai loro paesi d’origine; 8) demolizione dell’Altare della Patria e restituzione dell’area a forme di vegetazione spontanee e agli animali che aderiscono (...); uso alternativo degli Hercules C110 acquisiti dall’aeronautica militare alla Lockeed per servizi gratuiti di trasporto dei giovani a Macchu Picchu in occasione della festa del sole.

In questo programma, anche se in forma ironica, c’è tutto il rifiuto della società, post o neo industriale che sia. E, in questo rifiuto, gli Indiani metropolitani si pongono come i continuatori del movimento Hippy degli anni sessanta.  

Io dico che (...) un giorno noi distruggeremo i mostri urbani come Milano, per esempio, o come la mia Porto Marghera e Mestre, e che un giorno su questi posti torneremo noi con la nostra libertà, con la nostra natura libera di esplicarsi contro nessun altro padrone.

E’ anche grazie agli Indiani metropolitani che in Italia nasce una cultura “ambientalista”. Nel 1977 le centrali di Caorso e Montalto di Carso vengono più volte presidiate da migliaia di giovani che protestano contro il nucleare.

Nel 1977 emergono quelle tematiche che non avevano potuto esprimersi nel movimento del 1968, dove subito si era imposta l’ortodossia marxista e leninista.

E’ invece solo in parte collegato al ‘77 il movimento femminista. I primi collettivi, quelli non diretta emanazione dei partiti, come l’Unione Donne Italiane (Udi), per esempio, nascono già nel 1969. Ma le tematiche relative alla discriminazione sessuale hanno trovato non poche difficoltà ad emergere in un universo giovanile dominato da gruppi che avevano una visione dualistica della società, operai contro padroni, e che consideravano di secondaria importanza tutti le problematiche non riconducibili allo scontro tra capitale e lavoro. E così le donne hanno individuato proprio nella “autonomia” la garanzia per poter esprimere liberamente la rabbia e la globalità delle proprie esigenze. “Gli attacchi contro questo spazio autonomo delle donne sono stati molto duri”, scrivono le femministe di Bologna nel 1976. 

Da una parte i maschi delle organizzazioni politiche, che vedevano uscire le donne, e quindi la manovalanza che distribuiva volantini, puliva le sedi, ciclostilava e consolava sessualmente, reagivano accusandoci di dividere la classe e di essere lesbiche. Dall’altra i maschi delle famiglie reagivano violentemente al fatto che le donne uscivano di casa per percorrere spazi sociali e politici da loro incontrollabili.

Con la crisi dei gruppi della nuova sinistra e l’emergere di un movimento che non vede nella società solamente uno scontro frontale tra classe operaia e capitalisti, ma una miriade di conflitti minori che esplodono in quartiere, in città, nella metropoli, cioè in quello spazio urbano nel quale la donna vive e lotta molto più di quanto faccia l’operaio, ormai avviato verso l’integrazione, le cose cambiano radicalmente. Scrivono le femministe di Trieste: 

I compagni si sono accorti che siamo noi che teniamo in piedi le lotte nei quartieri visto che siamo noi, coi bambini, che ci viviamo tutto il giorno. (...) I quartieri sono fatti di case, di appartamenti dove le donne sgobbano tutto il giorno, coi bambini sempre addosso, perché i loro uomini possano trovare un ambiente decente quando tornano a casa dal lavoro.

A chi le accusa di essere settarie e corporative, e non sono pochi nella nuova sinistra, ma anche in alcuni settori del nuovo movimento, le femministe rispondono così:

La necessità di parlare e decidere tra donne per scoprire e determinare i nostri bisogni e i nostri obiettivi dipende da tutta la storia del movimento operaio maschile, che ha sempre negato addirittura l’esistenza di esigenze specifiche delle donne e ci ha sempre relegato a questione particolare anche se siamo la maggioranza della popolazione.

In questo periodo le femministe sono in lotta per l’aborto libero e gratuito. E’ una battaglia molto difficile, perché deve fare i conti con l’ignoranza della maggioranza della popolazione, maschile e femminile, con una cultura popolare intrisa di un cattolicesimo bigotto, che ha sempre relegato la donna al ruolo di madre, di mezzo di riproduzione, e con una sinistra costituzionale che appoggia il governo della Dc, un partito che solo due anni prima si era battuto con tenacia per abolire l’istituto del divorzio.

Ma c’è anche chi non è d’accordo, come il Collettivo di via Cherubini di Milano, per esempio, che si batte per l’affermazione del corpo femminile come “sessualità distinta dal concepimento, capacità di procreare, dalla percezione della sessualità interna, caritaria: utero, ovaie, mestruazioni”. 

L’aborto non è “fine di una vergogna” (come sostiene il resto del movimento femminista, n.d.a.). La maggioranza delle donne che abortiscono nella clandestinità non si vergognano di essere clandestine. (...) La clandestinità dell’aborto è una vergogna degli uomini, i quali, spedendoci negli ospedali ad abortire ufficialmente, si metteranno la coscienza in pace in modo definitivo. Si continuerà, come prima e meglio di prima, a fare l’amore nei modi che soddisfano le esigenze fisiche, psicologiche e mentali degli uomini. Rimane il divieto di situarci in un’altra sessualità interamente orientata contro la fecondazione.

La battaglia per l’aborto riesce comunque ad aggregare migliaia di donne e diventa argomento di dominio pubblico a partire dal 1976, quando un incidente negli stabilimenti della Icmesa di Seveso (vicino Milano) provoca un’intossicazione di massa. Di fronte alla possibilità che centinaia di bambini possano nascere handicappati, la falsa coscienza di molti italiani si mette in movimento e l’aborto esce dal ghetto in cui è sempre stato confinato. “Non siamo più isolate, non siamo più poche, non siamo demonizzate, scalmanate, esibizioniste - si legge in “Vogliamo Tutto”, una rivista del Movimento - siamo donne in lotta contro i nostri nemici! E non possiamo, non dobbiamo aspettarci di essere trattate diversamente dalle altre componenti rivoluzionarie del movimento: (...) le streghe son tornate!”.

Si è detto in precedenza come sia difficile distinguere nettamente un’area creativa ed una militarista. Tuttavia, analizzando i documenti del Movimento, qualcosa effettivamente emerge. La rivista “Neg/azione”, per esempio, critica gli autonomi, quelli di Aut Op per intendersi, perché “partono da una realtà rivoluzionaria, l’esigenza di sviluppo autonomo di bisogni proletari, per riproporre la ‘militanza rivoluzionaria’ (professionale) e il partito, con l’unico risultato di incanalare queste esigenze rivoluzionarie negli schemi capitalistici della politica e della ideologia”. Insomma, pur rifiutando la figura coscienziale del partito, Aut Op, per i giovani di “Neg/azione”, farebbe rientrare il partito dalla finestra, burocratizzando lo stesso concetto di autonomia. Per un altra rivista, “A/traverso”, tutto ciò che è politica è totalitario, perché non può ammettere l’esistenza della contraddizione, se non come conflitto riconducibile all’equilibrio.

L’esigenza di autonomia, quella con l’iniziale minuscola, è così sentita dai giovani del Movimento che si diffida di qualsiasi organizzazione politica, persino di una molto originale come Aut Op. Ma che cos’è realmente l’Autonomia, quella con l’iniziale maiuscola?

Si tratta di un’area entro la quale si muovono migliaia di collettivi di quartiere, di fabbrica e di scuola, centinaia di realtà autogestite e decine di migliaia di giovani che non si riconoscono nelle forze della sinistra tradizionale né in quelle della nuova sinistra, la quale, scrivono i Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci di Roma, oggi non propone altra alternativa se non quella di “stare a rimorchio, di sottomettersi, di farsi carico dei progetti di ripresa padronale”. Per Aut Op, il partito rivoluzionario “rimane una necessità storica del proletariato, come fattore di continuità nella fase in cui cresce ma non si afferma ancora totalmente il contropotere di massa, come acceleratore anzi di questo processo”, ma è comunque solo “uno strumento, un mezzo, un’arma della rivoluzione, non il suo fine”. 

Non può esserci allora costruzione del partito rivoluzionario se non c’è parallelamente costruzione e diffusione dell’organizzazione autonoma operaia (...) e tra le masse della pratica rivoluzionaria; se non si stabilisce fin da ora un legame naturale, non solo “politico” ma materiale, organizzativo, tra partito e strutture dell’autonomia di massa.

Il partito, dunque, non è che un mezzo. Eppure, anche se subordinato alla crescita della “pratica rivoluzionaria” tra le masse, esso ha comunque una certa importanza anche per Aut Op. D’altro canto, ponendosi anche se in maniera originale come avanguardia del movimento di massa, Autonomia si colloca nell’ambito del pensiero e della prassi marxista-leninista tradizionale. E questo gli attira le critiche di altri settori del movimento.

I primi collettivi autonomi nascono nel 1971, ma è tra il 1972 e il 1973 che questi si moltiplicano in tutto il paese. Il 25-26 novembre 1972 si tiene a Napoli il primo Convegno dei Collettivi autonomi del Mezzogiorno e l’anno successivo, a Bologna, il primo di Autonomia Operaia Organizzata, al quale vi partecipano più di 400 delegati di tutta Italia. In questo Convegno Aut Op lancia solo alcune parole d’ordine, come il rifiuto della mobilità, la lotta all’intensificazione dei ritmi di lavoro, le 36 ore settimanali e il salario uguale per tutti. Ma dai lavori emerge anche la linea politica del gruppo: “Il problema del potere - si legge nella relazione introduttiva - è quello di praticare la coscienza del potere nelle masse per tradurlo in prassi politica”. Solo così la rivendicazione diventa tutta politica e l’organizzazione può trasformarsi in “partito rivoluzionario”. Gli autonomi non sono per una lotta violenta clandestina: “tutto - si legge nella mozione conclusiva - deve essere riservato alla capacità dei nuclei operai di saper colpire nel momento buono, nella direzione giusta, secondo il polso e il grado di coscienza operaia, contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, contro gli strumenti della repressione padronale”. Aut Op decide di non dotarsi di una struttura centralizzata, a differenza di quanto decidono di fare in questi anni molte altre organizzazioni dell’estrema sinistra (Lc compresa): viene creata invece una Commissione nazionale, con il compito di coordinare le varie realtà. Nell’autunno del 1973 Pot Op si scioglie. Decine di suoi attivisti, come Negri, Piperno e Scalzone, confluiscono in Autonomia. E così “l’organizzazione che non è ancora partito” cresce notevolmente.

Il battesimo del fuoco di Aut Op, è proprio il caso di dirlo, si celebra l’8 settembre 1974, in occasione dello sgombero delle case occupate del quartiere di San Basilio, alla periferia di Roma. La battaglia è sanguinosa. La polizia spara ed uccide Fabrizio Ceruso, del Comitato autonomo di Tivoli.

 

L’occupazione delle case è solo una delle tante battaglie che gli autonomi conducono in quella che chiamano “fabbrica sociale”. Per combattere il carovita, per esempio, Aut Op pratica l’autoriduzione e l’esproprio proletario (che presto diventerà un incubo per i commercianti di tutto il paese); contro la violenza neofascista, l’antifascismo militante, contro la repressione danno vita a “Soccorso Rosso” e contro lo spaccio di eroina nei quartieri a ronde armate.

Aut Op è diffusa su tutto il territorio nazionale, soprattutto nelle grandi città: Milano (in periferia e in alcune grandi fabbriche, come la Pirelli e l’Alfa Romeo, mentre alla Statale deve fare i conti con lo strapotere del Ms, prima, e del Mls poi), a Bologna (nelle periferie e all’Università), a Marghera-Mestre (area industriale, ex roccaforte di Pot Op), a Padova (Università), a Roma (all’Università La Sapienza, al Policlinico, nei quartieri di San Lorenzo, San Basilio e molti altri della cintura periferica) e a Napoli (nelle zone più degradate).

Rimane da affrontare il problema dei rapporti tra il Movimento e il partito armato. Si tratta di una questione spinosa, che ha dato luogo ad aspre polemiche negli anni passati, soprattutto dopo la decisione presa dalle magistrature di Roma e Padova di procedere contro i capi di Aut Op: è il 7 aprile 1979. I giudici, tra i quali spicca il Pm padovano Pietro Calogero (Kalogero per gli autonomi), tra i primi a seguire la pista nera per gli attentati di Piazza Fontana, accusano Pot Op (il cui scioglimento sarebbe stata una finzione) e Aut Op di avere concordato una strategia comune con le Br per abbattere l’ordinamento democratico. Le due organizzazioni dell’estrema sinistra sarebbero dunque “bande armate” e alcuni suoi leader vengono inquisiti per il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro. Le prove, per i giudici, stanno tutte nella violenza dimostrata in questi anni dai due gruppi nelle piazze e in quello che hanno scritto sui loro volantini e sulle loro riviste: decine di articoli in cui si incita alla lotta violenta e all’abbattimento dello Stato borghese, pubblicazione di comunicati delle Br e di altri gruppi di fuoco, apprezzamenti per le azioni del partito armato eccetera.

Ma è così scandalosa la posizione degli autonomi sulla violenza? Ed è vero che Aut Op e le Br sono d’accordo sulle forme di lotta?. Per i Collettivi di Roma, per esempio, la lotta armata è “una fase superiore dello scontro tra le classi; una fase che si determina nella misura in cui si radicalizzano le lotte sui bisogni e la coscienza politica del proletariato”. Il proletariato deve lavorare in vista di questo scontro e prepararsi ad affrontarlo. Niente di eccezionale: si resta sempre nell’ambito del pensiero marxista-leninista tradizionale. Scrive Marx nel Manifesto del partito comunista del 1848: 

I comunisti dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente. Tremino pure le classi dominanti davanti ad una rivoluzione comunista.

Nel 1870 scoppia la Rivoluzione della Comune di Parigi e Marx la saluta con entusiasmo. “Seguendo la logica del giudice Calogero - scrive Franco Marrone - Carlo Marx sarebbe personalmente responsabile di insurrezione armata contro lo Stato francese per il ‘Manifesto del partito comunista’ che anticipò la Comune”.

Gli autonomi, questo è vero, non condannano con decisione le azioni del partito armato, come invece fanno altre formazioni della sinistra extraparlamentare. Ma quello che per loro è all’ordine del giorno non è tanto “la capacità professionale di un partito di tipo leninista di determinare l’insurrezione armata, di incanalare l’esperienza delle masse, dei soviet dentro un più cosciente schema politico-militare nel momento cruciale della crisi capitalistica”, bensì “la rivoluzione di massa, che veda la maggioranza del proletariato protagonista politico e militare dell’avanzata del processo rivoluzionario”. Dunque, per Aut Op la lotta armata o è di massa o non serve alla rivoluzione.

Ma in che modo bisogna agire affinché quella che gli autonomi chiamano “azione diretta” non leda la causa? L’Assemblea Autonoma della Pirelli di Milano fissa alcuni punti: “1) l’azione deve suscitare adesione, approvazione, partecipazione e riproduzione in seno alle masse; 2) bisogna agire col senso di giustizia e di proporzione quando si colpiscono gli effettivi responsabili della repressione degli operai (non si rompe un uovo a martellate); 3) le eventuali azioni devono essere coordinate all’azione politica generale”.

Le Br che rapiscono e uccidono Moro, per esempio, contravvengono sicuramente al primo punto, dato che la stessa Autonomia si adopera per la liberazione dello statista democristiano, e, almeno in parte - se si pensa all’eccidio di via Fani - anche al secondo: non si rompe un uovo a martellate. Contravviene sicuramente a entrambi i punti l’assassinio dell’operaio comunista Guido Rossa nel 1979.

Il terzo punto è senza dubbio quello più controverso: occorre capire se esiste un’azione politica “generale”, ovvero se vi sia un coordinamento tra l’ala “militarista” del Movimento e il partito armato, come sostengono i giudici del 7 aprile.

Per il Collettivo Politico Operaio dell’Alfa Romeo, dell’area dell’Autonomia, la clandestinità e le rigide regole di militanza delle Br finiscono per creare una netta frattura con il Movimento, mentre per Daniele Pifano, leader dei Collettivi Autonomi di Roma, è assurda la pretesa dei brigatisti di rappresentare le istanze e la coscienza del proletariato.

Insomma, è vero che per Aut Op la rivoluzione non è un pranzo di gala: la violenza è necessaria. Ma questa deve nascere “alla luce del sole”, dall’espansione del Movimento, dalla capacità delle masse di “fare crescere le contraddizioni del nemico di classe a un punto tale da provocare uno scontro sempre più duro e violento”.

Non è quindi un caso se tra i leader dell’Autonomia e quelli delle Br non correrà mai buon sangue. In gioco c’è la guida del “movimento rivoluzionario”, come entrambi lo chiamano. Le Br, oltretutto, dopo gli arresti del suo nucleo storico, Curcio, Franceschini, Semeria, e la morte di Mara Cagol, moglie di Curcio, uccisa dalle forze dell’ordine durante il rapimento dell’imprenditore Gancia (forse si è trattato di una vera e propria esecuzione), è ormai un’organizzazione a tutti gli effetti clandestina, con obiettivi spesso fuori dalla portata e dagli interessi del Movimento: non più la lotta ai licenziamenti, al terrorismo neofascista, ad una giustizia ingiusta eccetera, ma la guerra al cosiddetto “Stato imperialista delle multinazionali”. E così, a partire dal 1976, le Br cominciano la loro marcia di allontanamento da quella parte (minoritaria, ma non trascurabile) del paese reale che aveva mostrato di apprezzare la sua prassi politica, a metà strada tra i Tupamaros sudamericani e l’inglese Robin Hood, simbolo di un paese che oscilla continuamente tra sottosviluppo e modernità.

E’ il tema della violenza, dunque, quello che porta i giudici di Roma e Padova, con l’appoggio di molte forze politiche, prima fra tutte il Pci, a spiccare gli ordini di cattura nei confronti dei “vertici” di Aut Op. Antonio Negri, intervistato da Giorgio Bocca nel 1979, precisa il pensiero del suo gruppo a tal proposito: 

Credo che quando noi si parlava di violenza si diceva fondamentalmente questo: che i padroni potevano usarne legalmente troppa e la classe operaia usarne legalmente troppo poca.

Risponde indirettamente Ugo Spagnoli, sul settimanale comunista “Rinascita” del 21-9-1979:

Ma perché non entrare nel merito e ricordare che molti di costoro furono gli animatori della speculazione anticomunista e del provocatorio raduno anticomunista di Bologna nel ‘77 (quello contro la repressione, n.d.a.)? E perché non ricordare che molti di questi personaggi continuano a falsare e a deformare la realtà democratica del nostro paese, ad offendere le lotte che le masse conducono contro il terrorismo, mirando a scopi ben precisi nei quali è determinante il più viscerale anticomunismo?

 Come scrive giustamente Lucia Annunziata sul “Manifesto” del 13 aprile del 1979, “prove o non prove, l’Italia sembra essere diventata improvvisamente un paese di giuristi”. Ma in questo dibattito manca la voce del partito armato. Cosa pensano i clandestini della lotta armata degli autonomi?

Nella risoluzione strategica dell’aprile 1975, cioè pochi giorni dopo la battaglia di Corso XXII Marzo, le Br scrivono che gli emarginati, cioè il soggetto sociale a cui fa riferimento l’Autonomia, “sono un prodotto della società capitalistica nella sua attuale fasi di sviluppo e il loro numero è in continuo aumento”, ma la classe operaia “resta comunque il nucleo centrale e dirigente della rivoluzione comunista”. 

A nostro giudizio l’intera questione va affrontata a partire dallo “strato di classe” che più di ogni altro subisce l’intensificazione dello sfruttamento conseguente ai progetti di ristrutturazione capitalistica ed imperialistica (...). Le “assemblee autonome” non sono l’avanguardia di questo strato di classe. Al loro sorgere esse hanno costituito un fattore decisivo nel processo di superamento del “gruppismo”, ma oggi rischiano di finire esse stesse nel culo di sacco di quella impostazione. Ciò che le predispone a questo pericolo è il “feticcio della legalità” e cioè l’incapacità di uscire dalla falsa contrapposizione tra “legalità” e “illegalità”. In altre parole le assemblee autonome non riescono a porre la questione dell’organizzazione a partire dai bisogni politici reali e così finiscono per delimitare questi ultimi entro il tipo di organizzazione legale che si sono date.

Dunque, mentre i giudici sostengono che Aut Op è una banda armata che ha coordinato l’attacco al cuore dello Stato insieme alle Br, queste ultime l’accusano di essere legata al “feticcio della legalità”, cioè di non volersi trasformare in una banda armata. Nemmeno il fatto che decine di autonomi finiranno nel partito armato, ennesima conferma per i giudici dell’esistenza di un rapporto diretto tra Aut Op e Br, significa molto, dato che nel partito armato (Br, Prima Linea (Pl) Nap eccetera) militano cattolici come Curcio, comunisti come Franceschini, sindacalisti come Moretti e tanti altri che non hanno mai fatto parte di alcuna organizzazione. Alla domanda “di chi è figlio il terrorismo di sinistra?” è dunque difficile rispondere. Gli autonomi lo fanno con amara ironia: “di Donat Cattin!”, dato che il figlio del famoso Ministro democristiano è uno dei leader di Prima Linea. Da sottolineare anche che le Br concordano con il Pci sul ruolo della classe operaia nella società: una comune visione che però non porta nessun giudice a spiccare un mandato di cattura nei confronti di Berlinguer.

Anche i gruppi armati che nascono durante e, soprattutto, dopo il 1977 sono molto diversi dalle Br. Si tratta per lo più di minuscole formazioni che firmano un attentato e poi scompaiono per sempre. Sono anch’essi il frutto dell’eruzione sociale di quell’anno. Questi “gruppuscoli” non si preoccupano di fare pervenire agli organi di informazione complesse risoluzioni teoriche, anzi scimmiottano il tetro linguaggio dei brigatisti, e anche nelle sigle dimostrano di essere altro da quel partito armato che vuole essere riconosciuto come il principale soggetto politico, anzi l’unico, che si contrappone allo “Stato borghese”. Sono i continuatori, anche se su altri fronti, di quella creatività irriverente che è uno dei tratti più caratteristici del movimento del Settantasette. Il Collettivo Automobilisti Proletari, le Colonne Capone, il Fronte del Porto, i Gatti Selvaggi, i Gruppi Piromani Folli, il Gruppo per la resa dei conti, i Nuclei Sconvolti per la sovversione urbana, le Talpe Rosse Organizzate e il Collettivo “ve beccamo quanno volemo!” non sono certamente in grado di prendere il potere e nemmeno lo vogliono. Sono, per dirla alla Touraine, una collettività che con le armi cerca disperatamente di resistere al clima di omogeneità politico-culturale che si respira negli anni della cosiddetta “solidarietà nazionale”. Non un attacco allo Stato, dunque, ma una difesa dallo Stato.

E tuttavia, il Settantasette fornisce una massa impressionante di nuove leve al partito armato. Perché?  

Non compreso dai mass media, colpito duramente dalla repressione, isolato anche dalla nuova sinistra, il Movimento si esaurisce presto, nel breve volgere di un anno. Molti giovani si trovano allo sbando e devono fare i conti con una profonda solitudine. Alcuni di loro vengono attratti dal fascino di una “compagna bianca”, l’eroina, molti dalle campane di un sistema che, anche per autodifesa, invita tutti al disimpegno, altri ancora, appunto, dalla causa di una lotta ben diversa da quella immaginata quando il Movimento occupava le piazze e le università di tutto il paese: una rivoluzione-festa. E così un’intera generazione scompare. Non a caso un film sul Settantasette si intitola Gli invisibili. Invisibili nel mondo dell’eroina, invisibili nel disimpegno, invisibili nella lotta armata clandestina contro uno Stato che cela molte delle sue azioni repressive extralegali, molti dei suoi reali intenti, quelli che vanno oltre la difesa della legalità democratica

E’ tutta l’Italia a rendersi invisibile in questi anni.

(ANNI 70....)



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