Appiattiti sulla repressione...

"La nostra risposta dell'81 fu quella di raccogliere attorno a noi gli avvocati più intelligenti, i magistrati più disponibili, le intelligenze di ricerca non ancora incarcerate o fuggite all'estero e riprendere in mano i fili di tutta la vicenda per capire cosa stesse succedendo in termini di modifica degli assetti istituzionali, e conseguentemente discutere degli spazi di libertà e della pratica politica in una situazione così, una situazione in cui cioè eri costretto ad appiattirti sulla repressione. 

Non si facevano più progetti politici, né esistenziali: tutto era incentrato sulla risposta da dare. Dovevi combattere contro i braccetti speciali delle carceri, contro l'articolo 90. Dovevi lottare perché migliaia e migliaia erano in carcere, perché c'erano le torture, perché nei processi politici non c'era più diritto di difesa, perché dovevi raccogliere i fondi per gli avvocati, perché dovevi mandare migliaia di libri o milioni in denaro nelle carceri. 

A un certo punto credo che ci siano stati oltre 8000 compagni in carcere, di cui in seguito verranno condannati circa in 5000 su un numero di 40.000 inquisiti e più di 100.000 indagati. Sono cifre da paese latino-americano: nessuna nazione occidentale ha avuto una fase così repressiva. Sono episodi da dittatura. Tutto questo ha inciso sul vivere a sinistra in maniera drammatica, ha significato diventare per tre anni uno specialista di codici, di processi, di sistemi carcerari nella loro evoluzione storica. Tutte le riviste che escono in quel periodo sono ultra-specializzate sul carcere, sulla magistratura, sulla polizia, sulle forze dell'ordine. 

Mi ricordo anche della pubblicazione di manuali di sopravvivenza nel carcere. Questo intendevo quando dicevo che eri costretto ad appiattirti sulla repressione: non avevi né le forze né la capacità di fare nient'altro che quello perché dovevi difendere i tuoi amici, i quali facevano comunque parte della tua storia, della tua vita anche se eri lontanissimo dalle loro scelte. Questa situazione fece scomparire moltissima gente: è la distruzione della comunità reale che diventa drammatica e totale. Rimangono dei piccoli gruppi, le riviste una a una muoiono tutte, credo che le ultime a morire siano CONTROinformazione e Primo Maggio nell'85, la fase finale. 

La libreria diventa pressoché ingestibile. E ciò al di là del fatto che fosse stata sfrattata per motivi di speculazione immobiliare: in realtà non aveva più una funzione, non c'erano più materiali di informazione, non c'erano più quelle case editrici che avevano prodotto la cultura degli anni Sessanta e Settanta come Mazzotta, Savelli, Bertani; sparisce dai cataloghi editoriali anche tutta la cultura prodotta allora, ma non solo quella più sovversiva: dalla Feltrinelli spariscono tutte le collane inventate da Giulio Maccacaro, un grande scienziato che rovesciò la figura del tecnico socializzando il sapere senza produrre la mercificazione o la verticalità baronale. 

Viene eliminata anche tutta la corrente della psicanalisi critica. In realtà non si trovava più la cultura che giustificasse quella libreria: o ci adattavamo all'andazzo e cioè, in quel tempo, significava avere libri esoterici, diventare esperti di Castaneda, di René Guenon e di tutti gli stregoni e gli sciamani apparsi sulla faccia della terra (che arrivano come conseguenza diretta dell'introduzione massiccia, soprattutto da parte delle donne, della psicoanalisi junghiana), oppure niente. C'erano poi libri riguardanti il corpo, l'alimentazione, l'igienismo, e poi ancora: la grande letteratura della crisi e quindi Roth, Walser, Musil, la Mitteleuropa della crisi tra le due guerre, quella della frantumazione dell'unità dell'individuo. Però è poco soddisfacente gestire una libreria così, nel senso che lo fa già bene una buona libreria di cultura borghese: non c'è bisogno di costruire una libreria alternativa come punto di riferimento per queste cose."

(PRIMO MORONI - "Ma l'amor mio non muore"  in ARCHIVIO PRIMO MORONI)


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