IL ’77 E LA CRISI

Agli albori della precarizzazione del rapporto di salario
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La crisi, dunque: quel fenomeno affatto intrinseco alla specificità dei rapporti di produzione capitalistici, i cui effetti tendono sempre a devastare in primis la capacità conflittuale del proletariato, mirando a farlo arretrare su posizioni di mera resistenza, paradossalmente, di fatto “conservatrici”, nel senso di protese a subire e preservare le condizioni di quel ricatto per la sopravvivenza, in cui le schiaccia il rapporto di salario.
Questa la sostanziale differenza fra il ‘77 ed il ‘68/’69, non a caso, immediatamente rilevata dall’intelligenza collettiva del movimento di massa che occupò la scena politica di quell’anno straordinario. «Come il ‘68? No, peggio, oggi c’è la crisi!», così recitava una fra le prime scritte murali comparse nell’università occupata. [...]
[...] la precarizzazione del lavoro era il suo retroterra sociale.
E non nel senso che quel movimento fosse o volesse essere il movimento di un precariato infinericompattatosi come universo in sé conchiuso, nelle forme della politica, sia pur di massa ed antagonistica, come qualche anima bella volle immaginare (vedasi le famose società “dei due mezzi” o “dei due terzi”, teorizzate da qualche virtuoso della computazione ragionieristica), ma nel senso che la magmatica segmentazione sociale che in esso si esprimeva e trovava una sorta di respiro corale, portava sulla propria carne il marchio di quell’implacabile lavorio di destrutturazione materiale dell’intero ciclo della produzione e ri/produzione sociale, che il capitale, già da qualche anno stava portando avanti.
Sì, il ‘77 fu un movimento di precari perché precario si era fatto il mondo del lavoro, precario si era fatto il rapporto di salario e quindi la vita stessa del corpo proletario. Un corpo ormai smembrato lungo gli assi tendenzialmente centrifughi della struttura metropolitana. Infatti, se nel ‘68/’69, il fuoco prospettico adeguato all’analisi delle dinamiche sociali era centrato sul luogo-fabbrica, a distanza di un decennio esso andava ormai ricalibrato sull’intero spazio della nuova dimensione su cui si era rimodellato il ciclo della valorizzazione: quella, appunto, della metropoli come spazio globale capace di sussumere l’intera dimensione territoriale sia delle cosiddette società affluenti, che delle sconfinate periferie dell’impero. La metropoli come snodo paradigmatico del sistematico procedere del capitale lungo i vettori di un inurbamento planetario, teso alla disaggregazione e fluidificazione interattiva di qualsiasi agglomerato di comunità materiale “umana”, dentro un ciclo di produzione ormai capillarizzato sul tessuto reticolare di un territorio ormai reso omogeneo.
Questo era lo scenario, completamente modificato, su cui si muoveva il ‘77.
Uno scenario disaggregato materialmente e, quindi, necessariamente frammentario anche nelle forme dell’antagonismo che in esso si esprimevano.
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(Marco Melotti - Vis-a-Vis n.5 - 1997)
2010 ulisse@lestintorecheamleto.net
1997
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