Eliogabalo e Spartaco.         

Riguardo le vecchie foto e i giornali ingialliti. Come liberarsi del fantasma di Dumas, “vent’anni dopo”?

Semplicemente con una constatazione: del settantasette non è possibile una “ripetizione”.

Ciò che colpisce di più in quell’anno è il suo essere un termine. Il Settantasette, sia detto senza retorica, conclude il Novecento, nel senso che porta al limite estremo, e in ciò è coerentemente “estremista”, le idee di questo secolo. Utopie collettiviste e trasgressioni libertarie, movimenti d’avanguardia artistica e critica radicale della vita quotidiana, diversità sessuale e psichedelia. 

Tutto ciò abbiamo vissuto e sperimentato in un esercizio, a volte crudele, di bio-grafia assolutamente rigoroso. 

In ciò compivamo ciò che la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento avevano lasciato in sospeso. Dal Marx dei Grundrisse al Nietzsche dei “Frammenti postumi”, da Tristan Tzara ad Antonin Artaud a Breton a Benjamin a Majakovskij, solo per citare alcuni dei nomi che il settantasette reiscrisse nella storia del novecento. 

Giacché, bisogna ricordarlo, le avanguardie storiche avevano avuto il destino di rimanere sospese, eternamente giovani, nella fine precoce che l’Europa aveva loro decretato con la nascita dei totalitarismi, del fascismo, del nazismo, dello stalinismo. 

In ciò non eravamo diversi dal pensiero politico a noi contemporaneo, anch’esso afflitto dalla monomaniacale ripetizione degli anni Trenta, solo che chi ripeteva il pensiero cattolico dei primi del Novecento, o Mussolini o Stalin o il liberismo storico, sicuramente era più in malafede: a costoro infatti, il passato serviva a conservare il presente, noi utopicamente speravamo dischiudesse il futuro. 

Con ciò convoglio dire che i movimenti di quegli anni fossero solo una esegesi del passato. Se pur abbiamo ecceduto in museologia politica, affermavamo anche qualcosa di nuovo. Solo che in tutta quella biblioteca, nel polveroso archivio del Novecento, l’innovazione non aveva modo di manifestarsi che nella forma della citazione. Politiche culturali ed editoriali demenziali da parte della cosiddetta intelligenza di sinistra, la stessa che ogni giorno inquina di banalità e conformismi l’etere televisivo, costringevano alcuni di noi a veri contorsionismi teorici.   

Hippie travestiti da leninisti, maodadaisti, punk sovietizzanti, terzomondismi. Meglio sarebbe stato ristampare Bakunin, Camillo Berberi o Malatesta, giacché, in fondo, i movimenti degli anni Sessanta e Settanta erano certo più vicini all’anarchismo storico che non ai collettivismi totalitari dell’Est Europa.

Ma anche questa non è che filologia. 

Il settantasette invece rappresentò, nel panorama sociopolitico italiano degli anni Settanta, un fatto curioso. Ci fu una generazione di poeti, filosofi, artisti e qualche ingegnere che pensò di sottrarsi alla banalità della politica italiana incontrandosi per strada con i ragazzi delle borgate e i giovani operai allucinati dalle fabbriche in dissoluzione. Insieme mettemmo a punto una macchina desiderante che, avendo distillato con cura i veleni ideologici del Novecento, li iniettava allegramente nelle vene dei loro produttori storici. 

A farne le spese fu innanzi tutto la sinistra storica, che in quanto a produzione di inquinanti ideologici non aveva certo scherzato nel corso del secolo. 

In ciò non dimenticammo dove stavamo vivendo. In una periferia assolata dell’impero americano, percorsa e insanguinata da bande di servizi segreti impazziti, di politici corrotti, di massonerie da operetta. Ciascuno di noi lo sapeva: “No future”, per molti anni non ci sarebbe stato futuro in questo disgraziato Paese, e nulla di ciò che si poteva fare avrebbe potuto salvarlo. Eppure, peccammo di inguaribile spirito “voltairiano”, noi accusati di irrazionalismo. Non sapevamo, anche se sospettavamo, che congiure potenti e interessi inarrestabili avrebbero presto riportato il mondo sul limite della guerra e ricolonizzato ciò che i movimenti di liberazione avevano dato l’illusione di liberare.

Da ragazzi avevamo visto gli elicotteri americani abbandonare Saigon, con i vecchi esponenti del regime attaccati al carrello, fino a farli cadere sulle portaerei. Avevamo visto le “menti migliori della nostra generazione” infiammare i campus delle grandi Università americane. E ovunque la stessa rivolta che si diffondeva, anche a Est della “cortina di ferro”. Avevamo previsto, anche se nessuno storico ce ne darà mai atto, la fine del comunismo sovietico. 

Ma non avevamo previsto la vittoria del capitalismo. Anche perché ciò che conoscevamo allora era una forma assai primordiale di capitalismo che poco aveva a che vedere con l’economia globale dei nostri giorni. Anche il marxismo aveva le sue colpe: confondendo capitale e industria, incapace di articolare una teoria del denaro, contraddicendo se stesso negli arcani del valore, del lavoro produttivo e improduttivo e , soprattutto, apocalittico, prevedendo crisi finali a ogni angolo della storia. Fummo giocati dalle trasformazioni di un “economico” che non capivamo se non nelle sue forme più elementari. 

Sfuggimmo però alla falsità del secolo. Né apocalittici né integrati, anche se sulle due posizioni ci divertimmo a giocare. Per un attimo sembrò che, al colmo del paradosso, quest’arcana alchimia che fondeva in sé le esperienze teoriche più radicali del Novecento potesse produrre l’evento più atteso, che Eliogabalo potesse incontrare Spartaco, insieme dissolvendo l’impero del Male. 

Finì come tutti sappiamo. Eliogabalo morì di overdose e Spartaco si arruolò nelle Brigate Rosse. 

Ma il settantasette era finito. Annunciò “Zut”: “La rivoluzione è finita: abbiamo vinto!”. 

E vincemmo davvero. Perché dopo il settantasette nulla sarà più come prima. Finalmente liberi di pensare, senza dover più citare nessuno, ci trovammo a misurarci nel mondo.   

(Sbancor in “Vent’anni dopo” da “Settantasette – La rivoluzione che viene" – DeriveApprodi – aprile 1997)

 

2010 ulisse@lestintorecheamleto.net

1997 www.lestintorecheamleto.net