

il video sul 12 maggio (31,2 Mb AVI)
Email su Indymedia (maggio 2005)
da Indymedia

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Cossiga: "Giorgiana Masi fu uccisa da fuoco amico" | |
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by da liberazione Thursday, May. 19, 2005 at 12:31 AM | |
A 28 anni di distanza l'ex ministro dell'Interno si difende e lancia accuse. Intervista al fotogiornalista romano che raccontò quel terribile giorno con i suoi scatti. Tano D'Amico smentisce. «Ero lì e vi dico: sparò la polizia».
«Cossiga mente. Dopo la morte di Giorgiana Masi sembrò che dovesse dimettersi
da ministro degli Interni. Invece la sua fu una carriera brillante, fino ad
approdare anche al Quirinale». Tano D'Amico, uno dei maggiori fotografi
italiani, quel tragico pomeriggio del 12 maggio 1977 era a Roma e i suoi scatti
sono ormai un pezzo della nostra storia. In particolare questa fotografia che
riproponiamo. E' la prova della presenza in piazza di agenti in borghese con le
armi in pugno, a contrastare la pacifica mobilitazione in ricordo della vittoria
al referendum sul divorzio. Un documento che da solo risponde all'ennesima
provocazione del Picconatore: «Giorgiana Masi uccisa da "fuoco amico", da colpi
vaganti dei manifestanti».
Tano, prova a tornare indietro con la memoria e contestualizza il tuo scatto.
Mi trovo in piazza della Cancelleria, all'angolo con corso Vittorio Emanuele. E'
un pomeriggio orrendo di cariche continue, ripetute, molto violente e rimango
tagliato fuori posizione rispetto agli altri miei colleghi fotografi.
Chi sono i due protagonisti? Cosa si dicono?
Il ragazzo con i ricci e la tolfa in primo piano è un agente in borghese. Scatto
una foto, poi un'altra. Lui se ne accorge e dice al superiore al suo fianco:
"Guarda che quello mi ha fotografato". E il capo gli risponde: "Ma lascia
perdere, non vedi che casino... ". Io mi feci piccolo piccolo. Una scena
inquietante, quelle trame, quell'intrigo nel rapporto del potere con i
movimenti.
E a quel punto?
Devo essere sincero, non mi sembrò di aver fatto nulla di speciale. Era la
scoperta dell'acqua calda. I poliziotti infiltrati nei cortei erano la regola.
Ma quando vidi Cossiga giurare davanti al paese e al Parlamento che quel giorno
non c'erano agenti in borghese, capii che c'era qualcosa che non andava.
Qualcosa di molto grave. Mi alzai dal letto e feci il giro dei giornali che
conoscevo con quelle foto. All'epoca collaboravo con Lotta continua. I radicali
ne fecero anche un poster che riempì i muri di tutta Italia.
Eppure la verità è ancora sepolta.
Sembravano imminenti le dimissioni di Cossiga e invece i giornali si
ricompattarono. Il clima era difficile, anche esponenti del Pci volevano la mano
pesante contro la sinistra extraparlamentare. C'è sempre stata complicità tra
potere e stampa. Quel pomeriggio questa complicità sembrò incrinarsi. Ma la
denuncia fortissima fatta da me e dai miei colleghi fotografi rinsaldò quella
unità. Mi accorsi come un paese intero non volesse la verità e l'evidenza delle
cose. Ancora oggi mi spiace dirlo. Nonostante le denunce circostanziate anche la
stampa più vicina a noi non volle raccogliere le ammissioni esplicite di uomini
delle forze dello Stato. Nei corpi armati qualcuno non era d'accordo
nell'uccidere delle donne inermi.
Puoi essere più preciso?
Mi capitò che degli esponenti della polizia romana, incontrandomi per la strada,
cercassero di farmi riflettere. Inizialmente sembravano solo battute di cattivo
gusto sul sesso dei protagonisti di quella giornata. Frasi come: "I nostri
colleghi che lei ha fotografato erano maschi e la ragazza uccisa era donna". Con
delle pause insistenti, a sottolineare le parole. Battute ripetute una volta,
due. Allora ho cominciato a interrogarmi e tutto mi apparse chiaro: hanno ucciso
una donna per non rischiare di colpire un loro collega. Ma per tutti ero il
solito Tano che vedeva complotti.
Poi anche l'incontro con quell'ufficiale...
Un giorno, alcuni mesi dopo l'omicidio, quando l'inchiesta si era ormai
insabbiata, mi trovo in un bar di una centrale piazza di Roma. Un ufficiale in
divisa di un corpo armato dello Stato mi saluta e mi chiede: "Come va la
questione a cui lei è molto interessato, il caso di Giorgiana Masi? ". Risposi
che non avevo purtroppo più avuto modo di seguirla. Sapevo solo che tutto era
stato insabbiato, perchè il calibro del proiettile che uccise Giorgiana non era
in dotazione alle forze di polizia. Ma questo ufficiale, che evidentemente mi
aveva abbordato proprio per imboccarmi, mi rispose: "Non nelle azioni di ordine
pubblico, ma i tiratori scelti del poligono di Nettuno si allenano con carabine
di quel calibro". Mi salutò e se ne andò.
Quale fu la tua prima reazione?
Lo dissi ai giornali, ma la notizia uscì solo sul quotidiano delle femministe
"Donna" e su "Noi Donne", ma con poco risalto. Sai, erano voci senza prove. Ma
ancora oggi credo che quelle persone avevano l'intenzione sincera di fare sapere
la verità a tutto il paese. Io collaboravo con giornali incerti, avevo una vita
precaria, tutti i giorni in affanno lavorando per la stampa extraparlamentare.
Ma questo episodio toccò anche la vita e la carriera di altri miei colleghi più
famosi. Tutti hanno potuto sentire il rumore dei colpi d'arma da fuoco.
Puoi fare un esempio?
Sì, ma senza fare il nome del giornalista, uno dei più famosi conduttori Rai del
maggior Tg. Raccontò i momenti della morte di Giorgiana. Disse in diretta che il
gotha della polizia romana, prima degli spari, aveva parcheggiato le macchine
con i cofani vero i manifestanti. Quando si sentirono i colpi si ripararono
dietro i cofani, come se sapessero che i colpi provenivano dalle schiere della
polizia. Quel collega non parlò mai più in diretta e fu allontanato. Non faccio
il nome per discrezione. Ma dalla notte del 12 maggio '77 fu sepolto per sempre
ai servizi culturali. Raccontò la dinamica dei fatti e gli assassini si
accorsero che lui poteva guidare verso la verità. Forse senza neanche
accorgersene.
La vulgata ha sempre riferito che quel giorno anche i manifestanti erano armati.
Cosa rispondi a queste accuse?
I ragazzi non avevano armi. Il corteo si è difeso con i sassi mentre le macchine
intorno alla manifestazione traballavano colpite dai proiettili esplosi dalle
forze dell'ordine. Il segreto sulla morte di Giorgiana tiene non perchè non lo
conosce nessuno, ma perchè lo condividono molti.
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Kossiga e' sempre lui, pero' ... | |||
| by Franco Martinelli Tuesday, May. 17, 2005 at 11:08 PM | ||||
Kossiga, come fa dai tempi in cui “esternava” dal Quirinale, mischia elementi di verita’ con clamorose bugie. Dubbi seri su come fossero veramente andate le cose ce ne furono da subito, anche nell’ambito di movimento. Quel giorno la polizia sparo’ per ore, ci furono molti feriti, e gli spari erano per uccidere. Pero’, nel caso di Giorgiana, c’era un elemento assai contraddittorio. Era stata uccisa con la stessa arma che una mezz’ ora prima aveva gravemente ferito un carabiniere dall’ altra parte del Tevere. Realisticamente si trattava di una carabina o comunque di un'arma lunga da tiro, visto che con un proiettile calibro 22 ( quindi molto piccolo e poco potente ) fu ferito un carabiniere da una parte all’ altra del Tevere e fu uccisa Giorgiana che fu passata da parte a parte dallo stesso proiettile che poi feri’ gravemente un’altra compagna manifestante. Come dicevo, dubbi ce ne furono moltissimi anche tra i compagni ma di fronte ad uno stato ( per bocca dello stesso Kossiga ) che rivendicava fermamente il fatto, quasi lo rivendicava, gli stessi dubbi passarono in secondo piano. Lo stesso Pannella insinuo’ il dubbio che agenti provocatori ( anni dopo si parlo’ di Gladio e lo stesso Kossiga alluse in quel senso ) avessero sparacchiato sia contro i carabinieri che contro i dimostranti, allo scopo di alzare il piu’ possibile la tensione politica. E per la verita’ qualcosa di simile era gia’ vvenuto due mesi prima sempre a Roma durante i durissimi scontri del 12 Marzo 1977 con oltre trenta feriti, da una parte e dall’ altra, feriti da colpi di arma fuoco. Negli anni novanta fu fumosamente riaperta l’ inchiesta ma con elementi a dir poco allucinanti, basti pensare che la principale testimonianza era di quel “pallonaro” di Angelo Izzo che sosteneva di aver saputo in carcere che ad uccidere Giorgiana fosse stato il suo vecchio camerata Andrea Ghira. Ghira, che riusci’ dalla latitanza a dimostrare di essere in quei giorni in tutt’altra parte del globo, usci’ quasi subito di scena. Ma l'inchiesta continuo’ stancamente, rincorrendo fantasmi vicini alle B.R. ed altre amenita’ senza riscontro. Fino a che, nel 1999, un noto esponente dell’ autonomia operaia romana ( tuttora in servizio permanente effettivo nelle lotte sindacali e nel movimento no global ), ascoltato su altra vicenda di quegli anni, forni’ alla Digos elementi che portavano sulle tracce di un gruppo sedicente marxista – leninista, gia’ allora guardato con sospetto all’ interno del movimento e che in anni successivi, passando per il fiancheggiamento al Psi di Craxi, e’ approdato quasi interamente nel giro di Forza Italia. L’ esponente di Autonomia non parlava di cose che sapeva in prima persona, ma riferi’ il racconto fattogli da un giovane sottoproletario di Trastevere, anche lui in quegli anni militante autonomo, poi morto di overdose nei primi anni novanta, che aveva casualmente assistito alla vicenda dalla finestra di casa. Ma, nonostante una serie di riscontri positivi ( tra l’ altro uno degli indiziati era il fidanzato della compagna di banco di Giorgiana, ora notissima giornalista ), l’inchiesta verra’ definitivamente archiviata dalla Procura romana nel 2002. E sapete perche’ ? Perche’ erano uscite anche chiare compromissioni dei personaggi del gruppo sedicente m-l non soltanto con l’attuale centrodestra ma soprattutto con un preciso servizio segreto straniero, per intenderci quello che passa per essere il “servizio” piu’ efficiente dell’ intero pianeta ( non parlo della Cia, quindi credo ci siamo capiti ) ed anche compromissioni tali da rendere credibile anche il coinvolgimento di Gladio cui alludeva in tempi lontani Pannella. E’ difficile immaginare che il buon Kossiga ignori tutti questi passaggi della vicenda e che abbia taciuto a suo tempo per “carita’ cristiana”. Non fosse altro perche’ la nota giornalista di cui parlavamo prima ( la compagna di banco di Giorgiana ), anche lei ascoltata dalla Digos nell’inchiesta, e notoriamente molto amica dello stesso Kossiga, sin dai tempi del Quirinale. Ma comunque Kossiga sostiene di aver saputo quasi subito ( e quindi non negli anni novanta ) i termini della vicenda dal Questore di Roma di allora, Fernando Masone. E quindi ha realisticamente taciuto, mentendo, allora cosi’ come parla, omettendo la sostanza della questione, adesso. La sostanza della questione e’ che, anche se non sono stati materialmente poliziotti in divisa ad uccidere Giorgiana, sempre di un omicidio di stato si tratta. |
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