Emergenza pentitismo dissociazione
"C'è stato per un
lungo tempo un problema linguistico. Noi abbiamo sempre
pensato che il pentito in realtà non esistesse: il vero
pentito per noi era il dissociato, colui che, di fronte allo
Stato, riconosceva di avere sbagliato e chiedeva una
diminuzione di pena in virtù del fatto che rinunciava alla
propria identità e alla propria storia precedente.
Il pentito ufficialmente riconosciuto tale da magistratura e media invece era la classica figura del delatore, dell'informatore o, se vogliamo, dell'infame e del traditore. Questo pentito scambia la propria libertà personale mandando in galera altri. Quindi ogni discussione in merito è inutile. Il dissociato è invece una figura più complessa e più pericolosa perché rappresenta un progetto politico ben preciso.
La dissociazione ha prodotto un equivoco e una frattura di interpretazione politica dei concetti etici che sottintendevano un comportamento di sinistra che non si è mai più ricomposta. La legge sulla dissociazione non è stata un passo nella direzione del superamento dell'emergenza, come anche da sinistra molti intendevano e intendono ma, al contrario, è stata una legge perfettamente emergenziale.
Questa interpretazione è fondamentale ma anche il manifesto, che pure è un giornale che se non c'era bisognava inventarlo, è rimasto fermo a questa visione della dissociazione come superamento dell'emergenza. Tutto ciò per noi era sbagliato: l'emergenza era il nuovo metodo di governo nella fase di transizione tra un sistema produttivo e un altro, e la gran parte di quelle leggi che erano state elaborate non erano più emergenziali semplicemente per il fatto che erano entrate nel diritto normale modificando la filosofia che sottintendeva tutta la sfera delle libertà individuali.
La giustizia, diventata tutta premiale, assumeva una logica di scambio, il diritto di difesa doveva legarsi a quella logica di scambio e la tragedia culturale di vedere dei marxisti, come quelli del Manifesto appunto, che appoggiavano questo tipo di tendenza provocava un disagio molto profondo.
Tornando alla libreria che, come dicevo, ha avuto 600-700 arrestati tra coloro che facevano parte del nostro schedario, ha scontato anche alcuni riscontri commerciali non irrilevanti, perché tra quelli arrestati, 280 avevano un rapporto rateale con noi, il che ha significato che in due anni abbiamo perso circa 40 milioni di lire per vendite rateali: non potevamo certo mandare i bollettini di pagamento in carcere a gente che aveva preso 10 15 o 20 anni di galera.
E' un riscontro bottegaio della repressione però, su una struttura economica fragile come quella di una libreria alternativa, ha avuto comunque un effetto devastante perché, naturalmente, agli editori non gliene fregava assolutamente niente se le fatture le dovevi pagare tu, libraio, e non i tuoi clienti perché impossibilitati a farlo.
Ciò nonostante, per un certo periodo, prima che arrivasse questo disastro della differenziazione carceraria, organizzando sottoscrizioni, abbiamo comunque mandato libri e riviste gratuitamente a centinaia di carcerati. Poi tutto questo si è frantumato."

(PRIMO MORONI - "Ma l'amor mio non muore" in ARCHIVIO PRIMO MORONI)