La cultura e le ideologie del nuovo movimento degli studenti
Non sembra, ma hanno anche i loro filosofi
Alle origini dell’atteggiamento giovanile gli umori ultralibertari della nuova sinistra americana. Ma anche altri teorici e altri autori.
di Paolo Mieli (L’Espresso - 27 febbraio 1977)
"Spontaneista, Fino a poco tempo fa nella sinistra rivoluzionaria questo aggettivo era giudicato un insulto, un’offesa bruciante da usare contro gli avversari politici. Oggi, invece, non si può essere “nel movimento” senza essere spontaneisti. Fra i nuovi ribelli dell’università nessuno si azzarda più a proporre la formazione di un “partito organizzato” e chi vorrebbe collegarsi a partiti, gruppi o sindacati esistenti è guardato con sospetto. Perché? Quale specie di filosofia ispira questo atteggiamento?
Gli
studenti del 1977 non hanno imparato a comportarsi così leggendo i testi
dell’anarchismo (Bakunin), dell’anarcosindacalismo (Sorel), del comunismo
consiliare (Paul Mattick, Karl Korsch, Anton Pannekoek)) o riesumando la
polemica di Rosa Luxemburg contro Lenin. All’origine dei loro comportamenti ci
sono gli umori ultralibertari della nuova sinistra americana e del femminismo,
di quei movimenti cioè che negli ultimi anni sono riusciti a conseguire un
qualche successo pur non essendo guidati dai partiti. Ciò non vuol dire, però,
che i nuovi ribelli siano totalmente privi di retroterra culturale. La maggior
parte di loro magari non lo sa ma già esistono alcuni studiosi che hanno
riflettuto e scritto su come nascono i nuovi movimenti di massa, e che in alcuni
casi hanno avanzato ipotesi sugli sbocchi che possono avere. I iù importanti
fra questi “maestri ignorati” sono Hans-Iurgen Krahl (tedesco occidentale,
morto qualche anno fa in un incidente automobilistico, e nel ’67-68 braccio
destro di Rudi Dutschke), autore di “Costituzione e Lotta di Classe
(pubblicato in Italia nel 1973 da Jaca Book) e Agnés Heller, ungherese, autrice
di “La teoria dei bisogni in Marx” e “Sociologia della vita quotidiana”
(pubblicati rispettivamente da Feltrinelli nel 1974 e dagli Editori Riuniti nel
1975). C’è poi Alfred Sohn-Rethel (settantotto anni, l’ultimo teorico dela
scuola di Francoforte, autore di “Lavoro intellettuale e manuale” che sta
per essere pubblicato in Italia da Feltrinelli, e di cui la rivista Marxiana ha
già pubblicato una prima stesura). Infine, qualche studioso italiano come Toni
Negri, Pier Aldo Rovatti e il gruppo della rivista Aut Aut, Enzo Modugno con la
rivista Marxiana, alcuni redattori della rivista Ombre Rosse. Che cosa accomuna
questi teorici della nuova sinistra?
Tutti prendono le mosse dai Grundrisse di Karl Marx per ribadire che i bisogni dell’uomo non sono astratti ma “storicamente prodotti”: a determinarli è il modo i produzione, nel nostro caso quello capitalistico, che costringe alcuni uomini a vendere la loro forza lavoro per vivere, e a diventare così operai. Ma l’operaio non è disposto ad accontentarsi di appagare i bisogni inerenti alla sua condizione (in altre parole nutrirsi, riposare e riprodursi come operaio). Vuole partecipare alla spartizione della ricchezza che ha contribuito a produrre. Se poi è disoccupato imputa la sua disoccupazione al modo di produrre che, per motivi di efficienza e funzionalità, lo tiene nella condizione di forza lavoro di riserva; per cui vuole ugualmente partecipare con pieno diritto al consumo della ricchezza nazionale. E come può l’operaio o il disoccupato partecipare alla spartizione della torta-ricchezza? Con le rivendicazioni finché queste vengono almeno parzialmente accolte, con la “riappropriazione” collettiva e diretta nei momenti di crisi come quello attuale. A questo punto lo scontro con i sindacati e i partiti della sinistra è inevitabile. Sindacati e partiti di sinistra infatti sono costituzionalmente costretti a difendere il valore della forza lavoro sul mercato, quando è possibile, e a condannare la logica “irrazionale” della riappropriazione diretta. Ma ciò che è irrazionale per chi ha il problema di governare una difficile crisi, può apparire invece del tutto razionale per le masse che vogliono appagare i propri bisogni immediati. Sohn-Rethel sostiene inoltre che in periodi come quello attuale l’esigenza di riappropriazione si estende anche alla “conoscenza”, la quale finora era stata “lo strumento di cui i detentori del potere si servivano per controllare le classi subalterne”.
Esistono precedenti storici che possano essere considerati “inveramenti” di queste teorie e su cui si possano stabilire analogie con la situazione attuale in Italia? Qualcuno sostiene di sì e suggerisce di leggere un saggio di Paul Mattick che sta per essere pubblicato in Italia su Marxiana e che prevedibilmente scatenerà un grande dibattito. Si chiama “Disoccupazione e movimento dei disoccupati negli USA – 1929-1935” e racconta di come dopo la grande crisi del ’30, negli Stati Uniti crebbe un movimento di disoccupati che senza essere guidato da partiti né da sindacati riuscì a portare nelle piazze di Chicago fino a due milioni di persone le quali per un lungo periodo ottennero di poter fare quello che volevano. Espropriavano gli empori per creare grandi mense popolari, deviavano nelle case le condutture pubbliche del gas e della luce, riorganizzavano con assemblee volanti convocate in qualsiasi ora del giorno della notte. All’inizio la polizia provò a reagire ma poi l’illegalità assunse dimensioni tali che il problema divenne politico. Per risolverlo il presidente Roosevelt fu costretto a varare una politica di lavori pubblici e di assistenza generalizzata ai disoccupati. Insomma un sistema di sovvenzioni su vasta scala. In Italia c’è già chi giura che il saggio di Mattick diventerà il testo sacro dei giovani disoccupati che occupano le università."
