Studenti contro operai?

Il grande Lama e i piccoli indiani

Il segretario del più grande sindacato dell’Europa Occidentale è stato preso a sassate dagli autonomi. Come mai? E che accadrà ora?

di Paolo Mieli (L’Espresso - 27 febbraio 1977)

"Roma.

Giovedì 17 febbraio. Passerà alla storia come “quel giovedì grasso del ‘77” in cui Luciano Lama, segretario del più grande sindacato comunista d’Europa, fu preso a sassate dagli studenti ultras e costretto a lasciare la cittadella universitaria romana. Quasi sicuramente gli storici che nei prossimi anni si occuperanno di questi fatti lasceranno da parte le polemiche sulle origini materiali degli incidenti (chi ha dato il primo spintone, la prima bastonata, chi ha tirato il primo sampietrino? E’ più grave lanciare sacchetti di vernice sui sindacalisti come hanno fatto gli “Indiani metropolitani” o innaffiare col getto di un estintore gli studenti come ha fatto un membro del servizio d0ordine del Pci?) e si dedicheranno alla ricerca delle cause di quello che quasi all’unanimità e un po’ ingenerosamente è stato definito “l’errore di Lama”. E cosa diranno di questo errore? Che è stato generato dalla convinzione di poter riportare l’ordine nelle università con un misto di forza e di consenso; che è stato reso possibile dalle false informazioni che il segretario della federazione comunista romana Paolo Ciofi, alcuni sindacalisti della Cgil-scuola, il segretario della Federazione giovanile comunista Massimo D’Alema avevano trasmesso per quattordici giorni ai vertici del Pci (“Andrà tutto liscio come l’olio”, aveva detto Ciofi la sera prima degli incidenti); che è stato favorito dalla mancanza di precauzioni “psicologiche” come per esempio incontri tra sindacalisti e rappresentanti degli studenti, diretti ad allentare la tensione: una tensione che aveva raggiunto l’apice proprio quel giorno (alcuni lavoratori del Pci avevano forzato il blocco degli occupanti ai cancelli dell’ateneo e la sera la Camera del lavoro aveva chiesto la riapertura dell’università). Ma la storia non ammette recriminazioni.

I lamenti (“Perché noi comunisti eravamo tremila e non trentamila?”), le tardive esortazioni (“E’ una questione di ordine pubblico: bisognava mandare subito i carabinieri a sgombrare l’occupazione”, gridava Giuliano Ferrara dirigente del Pci torinese), i giustificati timori (“Se Cossiga fa sgombrare adesso l’università sembrerà però che noi sindacalisti abbiamo bisogno della polizia per far valere le nostre ragioni”) che quel giovedì nero animavano la discussione davanti alla sede del Pci di via dei Frentani, appena pronunciati venivano già superati dai fatti. Il ministro dell’Interno aveva immediatamente deciso di sfruttare la situazione per espugnare l’università e rilanciare la campagna sull’ordine pubblico, accolta con ovazioni di consenso di tutta la stampa. I giornali, anche quelli che in passato avevano più strizzato l’occhio al Pci, si rivolgevano al “grande partito della classe operaia” in tono brusco e risentito: “Ma come? Vi stavamo spalancando le porte del governo nella speranza che riportaste l’ordine nelle fabbriche e nelle piazze e ora scopriamo che non ne siete capaci”. Lentamente si metteva in moto anche il fronte di quelli che sperano nel ritorno a un governo di centro-sinistra: dai democristiani di osservanza fanfaniana (“Eccoli  qui i comunisti di sempre, illiberali e prevaricatori”) ad alcuni settori del Psi (un dirigente della Federazione giovanile socialista ha dichiarato in un’assemblea ad architettura: “Avete ragione voi, la venuta di Lama nell’università è stata una grave provocazione”), erano tutti all’erta. 

Il Pci si è sentito alle corde: Lama continuava a ricevere telegrammi di formale solidarietà ma appena chiedeva uno sciopero o almeno una manifestazione di solidarietà che lo riconfermasse leader prestigioso di un grande sindacato, riceveva risposte elusive. Nelle sezioni e nei consigli di fabbrica le spiegazioni ufficiali (“Quell’università lì è una Reggio Calabria zeppa di provocatori, fascisti, figli della borghesia agiata”) erano accolte con sufficienza e un molti casi apertamente discusse; nelle piazze che il sindacato, per le sue divisioni interne aveva lasciato deserte, non riusciva a riempire, affluivano invece, fin dal sabato, decine di migliaia di studenti inscenandovi manifestazioni che lasciavano poco spazio al teppismo.

Conseguenze. Per la prima volta dall’autunno del ’69, quando fu espulso il gruppo del Manifesto, il Pci è stato percorso da un terremoto interno di discussioni che continueranno per molte settimane. E’ l’autocritica che la direzione del Pci si è fatta il 19 febbraio (“E’ mancata da parte nostra una piena e immediata comprensione del clima che si era creato nell’ateneo”) contribuirà ad alimentare il dibattito. I termini del problema sono semplici. C’è un partito che si presenta come “partito di lotta e di governo” e che una volta messo alla prova davanti a un movimento di massa è costretto a battere in ritirata fornendo spiegazioni improvvisate e convenzionali (“E’ un fenomeno fascista”, ha affermato Gianni Cernetti, membro della direzione del Pci davanti agli operai milanesi dell’Alfa Romeo riuniti a congresso nella sezione Ho Ci-Minh). C’è un sindacato che ha paura di mobilitarsi su temi  estranei alla difesa del salario perché non vuole disperdere le sue energie, ma teme anche che, una v0olta decisa la ritirata su un fronte, ci sia il rischio di diventare vulnerabili anche su tutti gli altri fronti. Cosa accadrà nei prossimi giorni? Esaminiamo le mosse che presumibilmente faranno i protagonisti di questa vicenda.

Il movimento degli studenti. Lo scontro con Lama, per loro , è stato provvidenziale. Nei giorni precedenti quel giovedì grasso il movimento degli studenti aveva conosciuto una fase di stanca tale che l’avrebbe portato alla dissoluzione. La visita di Lama lo ha rilanciato. Nelle ore di battaglia contro il servizio d’ordine del Pci e del sindacato, contro il senato accademico e la polizia, gli studenti ultras hanno ritrovato l’unità e la galvanizzazione perdute. Ora si dettano obiettivi “ mobilitanti”: “Rioccupiamo appena possibile l’ateneo e riprendiamo a batterci per gli appelli d’esame settimanali, per l’orario a cartellino dei professori, per l’università aperta il sabato e la domenica, per i corsi serali, per la ristrutturazione dell’insegnamento”. Ma gli obiettivi reali del movimento non riescono a definirli. Senza questi è probabile che gli studenti conosceranno una seconda impasse. Come fare allora? Sabato e domenica prossimi gli studenti di tutta Italia si incontreranno a Roma per discuterne. Probabilmente metteranno a punto un programma che le forze politiche dovranno valutare con grande attenzione perché sarà il testo base a cui faranno riferimento i disoccupati intellettuali italiani. Cosa chiederanno? Niente meno che il salario generalizzato per tutti coloro che hanno più di diciotto anni. Poi chiederanno, anche, la diminuzione delle ore di lavoro nelle fabbriche e l‘aumento invece di quelle di studio per gi operai. In questo modo sperano0 che si creino nuovi posti di lavoro. Si tratta in altre parole di strasformare le 150 ore in 500 ore di studio annuali per ogni operaio. Soluzione, com’è facile arguire, del tutto utopistica.

Il partito comunista italiano. Cosa farà il Pci lo ha annunciato con un articolo sull’Unità Alberto Asor Rosa, l’unico intellettuale comunista che abbia capito fin dai primi giorni cosa stava succedendo nelle università. “Noi comunisti”, afferma Asor Rosa, “abbiamo fatto la scelta di difendere un tipo di società in trasformazione al cui centro sta la classe operaia organizzata. Gli studenti sono invece una “seconda società”, che intende scaricare addosso alla società che noi difendiamo un turbine distruttivo”. D’altra parte, continua Asor Rosa, come possiamo stupircene? “L’austerità ha un senso in quanto è rivolta ai settori produttivi della società, ai lavoratori, i quali in quanto produttori e consumatori al tempo stesso possono se vogliono calibrare un rapporto diverso tra questi due aspetti della vita”. Ma chi non lavora, e ha la prospettiva di non lavorare e non guadagnare per anni, come fa a praticare su se stesso l’austerità? Come fa a ridurre i consumi chi non consuma niente? Tra le righe Asor Rosa denuncia l’assenza di una proposta del Pci nei confronti dei disoccupati. E si può leggere anche un invito alla chiarezza: se il Pci ha deciso di difendere ad oltranza gli occupati lo dica, e non si stupisca poi se i disoccupati reagiscono anche contro di lui. Oltre a questo problema generale c’è poi la questione più specifica della riforma universitaria. Come può il Pci, dopo aver appoggiato per dieci anni la “scuola liberalizzata e di massa”, favorire adesso la creazione di una università che sforni quadri veramente selezionati da inserire nei gangli del sistema produttivo pe rimetterlo in moto? Qualcuno a mezza voce suggerisce l’unica risposta possibile: accordare il salario minimo ai disoccupati e ricominciare con la scuola selettiva a partire dalla prossima generazione. Si chiede, cioè, alla società un sacrificio per sostentare la generazione che ha compito gli studi tra il 1968 e oggi, in vista di prepararne una culturalmente e professionalmente più attrezzata.

C’è però da sottolineare un elemento. Se il Pci decide di seguire i suggerimenti di Asor Rosa e cioè di difendere ad oltranza gli operai occupati, sarà quasi inevitabile che questi entrino in rotta di collisione con i disoccupati. Quel giorno il movimento operaio italiano non si potrà presentare all’appuntamento con in tasca soltanto l’accusa di “fascismo” da lanciare contro i senza lavoro arrabbiati. Anche perché può succedere che, nel clima incandescente, gli stesi operai occupati si uniscano alla battaglia contro “l’aumento della produttività basato sull’intensificazione dello sfruttamento”. Non sarebbe la prima volta che un sindacato forte e potente viene travolto sotto il fuoco concentrico del governo, degli industriali, degli operai stanchi e dei disoccupati arrabbiati."

 


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